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title: Mi ritorni in mente
date: '2005-06-28T20:55:42+02:00'
categories:
  - Archivio
  - Italia
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# Mi ritorni in mente

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                   ![](/wp-content/granmogol.jpg)In una [bella intervista ](http://www.corriere.it/Primo_Piano/Spettacoli/2005/06_Giugno/28/mogol.shtml)concessa ad Aldo Cazzullo del Corriere, **Mogol ripercorre il clima culturale degli anni Settanta**, quello degli opposti estremismi e conformismi, quello in cui bastava una semplice gestualità per essere etichettato di destra o di sinistra. L’avvilente riflesso pavloviano del muro contro muro, il nemico da abbattere (all’epoca anche e soprattutto in senso letterale, con spranghe e P38), le sedicenti avanguardie culturali di un paese provinciale, perbenista ed ipocrita. La rigorosa assenza di una borghesia “laicamente sana”. Tracce culturalmente irrilevanti di una *moral majority* bigottamente conservatrice, che all’epoca si autodefiniva “maggioranza silenziosa”. E già allora, la robusta egemonia culturale della sinistra, lo schieramento più attrezzato in questo senso, a confronto della muffita simbologia tardo-fascista della destra italiana dell’epoca. Mogol parla di individualismo, e della solitudine di chi rifiuta d’intrupparsi. A lui e a Battisti andò comunque bene, ma è triste constatare come quei tempi sembrino ancora così attuali, nell’Italia pietrificata e berciante degli slogan e delle ideologie malate che tutto corrompono:

> «**Si diffuse la voce che Lucio fosse di destra. Fascista, missino**. Tutte sciocchezze, frutto di deformazioni maliziose, allo scopo di renderci antipatici. Si inventarono anche che eravamo matti o che frequentavamo i balletti verdi, com’ erano chiamati allora gli ambienti gay. Facevamo un programma televisivo in cui alla fine, su sfondo nero, Lucio intonava:
> *Io lavoro, e penso a te/ torno a casa, e penso a te/ Le telefono e intanto penso a te… * «A un tratto alzava il braccio teso: si accendevano le luci e gli ospiti della puntata si univano al coro: papapapapà… Era un segnale. Fu interpretato come un saluto romano. **Poi facemmo un disco con in copertina un gruppo di uomini a braccia levate; era un’invocazione da coro di tragedia greca, ma i fascisti conclusero: è dei nostri. Era la malattia degli anni Settanta**.  Tutto era politica, tutto era protesta. Se non contestavi, non esistevi. Si finì per contestare i contestatori. Aggredirono anche De Gregori, anche i cantautori che salivano sul palco con il pugno alzato. Nei teatri si alzava uno a insultarti e gli altri, anziché zittirlo, gli andavano dietro. Fu allora che consigliai a Lucio di non fare più concerti. Lui mi diede retta: la sua sparizione cominciò così, per sottrarsi ai prepotenti. Anche se in realtà tutti ascoltavano le nostre canzoni, magari di nascosto».
> «**Una volta andai a un’assemblea del movimento studentesco, in una casa occupata**. Ma solo per vedere una ragazza che mi piaceva. Non mi piacevano per nulla i suoi amici, i katanga: figli di papà, radical-chic, tutti finiti pubblicitari o giornalisti. Nessuno ascoltava, tutti parlavano; e tutti ripetevano lo stesso discorso. Fu un momento per certi versi drammatico, per altri comico».
> “**Le femministe si infuriarono **quando inventai un personaggio pronto a scambiare una moto per una notte d’amore: *Motocicletta, dieci hp/ tutta cromata, è tua se dici sì… *
> Un’immagine ingenua, tenera. Ma **loro ne dedussero che ero un maschilista di merda**»
> “**Io sono fatto così: rifiuto le appartenenze, ma sento bisogno di schierarmi per una persona, un progetto**. Una volta l’ho scritto, in un articolo: né destra né sinistra né centro, sono un uomo libero. Me lo sono ritrovato in un testo di Ivano Fossati, l’autore dell’inno dell’Ulivo.”

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