Non siamo abbastanza liberisti, governo ladro

Quanto è trendy citare l’Index of Economic Freedom, molto più che parlare di calcio e previsioni del tempo. E quanto è trendy dare la colpa al governo Berlusconi per averci allineato a Trinidad e Tobago, come i grilli parlanti non perdono occasione per rimarcare, con lieve venatura razzista (verso Trinidad e Tobago, ovviamente).
Leggendo il rapporto della Heritage Foundation sul nostro paese, che siamo certi Rutelli sfoggia sul campo da golf come un diadema di Bulgari, scopriamo alcuni interessanti dettagli.

Riguardo le componenti dell’indice sintetico, che assegna all’Italia un punteggio di 2.50, collocandoci al quarantaduesimo posto, si rilevano insufficienti progressi nell’ambito del carico fiscale (score sintetico di 4), frutto di un’impercettibile riduzione nella spesa pubblica, la cui incidenza sul prodotto interno lordo è scesa nel 2004 (anno di riferimento dell’analisi) dello 0.6 per cento: i minuscoli sgravi fiscali del governo Berlusconi non sono stati sorretti da un propedeutico taglio della spesa pubblica improduttiva. Provate a spiegare a sinistra che la tendenza globale è alla riduzione della pressione fiscale complessiva, e non al suo inasprimento: vedrete che i think tank liberisti cesseranno d’incanto di essere trendy.

Migliore ranking il nostro paese lo ottiene riguardo le voci “intervento pubblico nell’economia” e “investimenti esteri”. Nel primo caso si rileva che nel 2004 l’1.34 per cento del reddito nazionale è stato generato da imprese pubbliche e dalla più generale presenza pubblica nell’economia, e che il governo ha consumato il 18.3 per cento del prodotto interno lordo, mentre nel secondo caso si rileva la ridotta presenza di barriere all’investimento diretto estero, pur con le note rigidità rappresentate da dotazione infrastrutturale, burocrazia e mercato del lavoro. Anche qui, attendiamo che nel programma prodiano figuri qualche indicazione di deregulation, e verosimilmente attenderemo a lungo.

Dove l’Italia mostra tutta la sua drammatica arretratezza è nel sistema del credito (score 3): inefficiente, costoso, anticompetitivo, retto dalla monarchia faziosa e dai faccendieri dell’italianità, così robustamente rappresentati nella CdL.

Punteggio pari a 2 anche per il “controllo dei prezzi”, mentre le cose non vanno bene riguardo “regolamentazione” e “tutela dei diritti di proprietà” (punteggio 3). E’ in queste voci che si annidano Big Government e special interests, con il loro devastante potenziale di corruzione ed inefficienza. Malgrado l’introduzione dello Sportello Unico, che ha ridotto i tempi medi per la costituzione di un’azienda a circa 3 mesi, contro i 2-5 anni della legislazione precedente, nel paese si contano ancora circa 40.000 leggi nel solo ambito della legislazione ambientale, con interpretazione ed applicazione ampiamente disomogenea da parte della magistratura. Riguardo la regolamentazione, la nota sindrome NIMBY (Not In My BackYard), di cui il paese è affetto, è stata ulteriormente aggravata dalla riforma del Titolo V della Costituzione, approvata dal centro sinistra nelle ultime ore della scorsa legislatura, e che ha moltiplicato il potere di veto degli enti locali.

Da ultimo, si segnala il peggioramento nello score del “mercato informale”, più per probabile reazione adattiva all’insufficiente liberalizzazione richiesta dalla globalizzazione che per trionfo dell’illegalità di massa, che secondo l’opposizione sarebbe prodotta da un governo considerato altamente criminogeno.

A ben vedere, il paese evolve: un tempo si diceva “piove, governo ladro”, oggi si brandisce l’Index of Economic Freedom come una clava per puro gusto provinciale di polemica politica, e si va a Ballarò a promettere fiumi di caffelatte e montagne di marzapane. Ma chi di liberismo ferisce, di liberismo perisce. Questa è la lezione che la Casa delle Libertà farebbe bene ad interiorizzare. Mettere ai margini le sue troppe termiti alemanniane e democristiane e procedere a tappe forzate verso la liberalizzazione. E per consolarvi, pensate che i cugini d’Oltralpe sono dietro a noi in classifica. Non ve lo avevano detto? Certo che no, quello è un paese modello per la nostra Disunione, sul piano economico e di politica internazionale. Declino italiano si, ma con la erre moscia ed il pugno chiuso.

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