Watchdog da riporto

L’Autorità Garante per le Comunicazioni (Agcom) è, come recita l’introduzione presente sul suo sito,

(..) innanzitutto un’autorità di garanzia: la legge istitutiva affida all’Autorità il duplice compito di assicurare la corretta competizione degli operatori sul mercato e di tutelare i consumi di libertà fondamentali dei cittadini.

Fin qui, tutto bene, anzi benissimo. Al pari delle altre Autorità del Bel Paese, purtroppo, anche l’Agcom è una tigre sdentata, organici e risorse insufficienti. A questa grave carenza, tuttavia, l’Autorità tenta di sopperire con l’attivismo declamatorio del proprio presidente, Corrado Calabrò. Che solo oggi, nel momento in cui gli amerikani bussano alla porta per acquistare Telecom Italia, si ricorda che la rete fissa rappresenta un asset fondamentale per tutelare la concorrenza e massimizzare il benessere dei consumatori. Finora, infatti, Calabrò non aveva ritenuto di alzare la voce ed invocare più poteri per rivendicare anche per Telecom lo scorporo della rete di vettoriamento delle comunicazioni, analogamente a quanto si teorizza da tempo per Snam Rete Gas, controllata (con le unghie e con i denti) da Eni. Oggi, è improvvisamente suonata la sveglia. Calabrò ricorda la “sintonia” con il neo-defenestrato (da Olimpia) Guido Rossi, l’esecutore materiale designato del piano Rovati (per chi non lo avesse ancora capito), e annuncia con fiero cipiglio che “entro fine anno” sarà definito il set di impegni della separazione della rete Telecom.

Con il più che probabile risultato di far diminuire il valore di mercato di Telecom Italia, a causa del forte aumento dell’incertezza sulla valorizzazione del patrimonio aziendale. Ma non è tutto: Calabrò arriva addirittura a spiegare agli azionisti di controllo come gestire Telecom Italia:

“Telecom dovrebbe avere il coraggio per qualche anno di non dare dividendi e di fare investimenti”

Consiglio molto utile e sensato se proveniente da McKinsey o da qualche altro advisor; assai meno pertinente se viene dal presidente dell’Autorità che deve “tutelare i consumi dei cittadini e la competizione sul mercato”. Che con la politica finanziaria di un gestore telefonico c’entrano come i cavoli a merenda. Ecco l’ennesimo caso di utilizzo improprio di una Authority, che finisce con l’essere “catturata” non tanto dal regolato, quanto dall’esecutivo. Con buona pace della legge istitutiva dell’Autorità, la 249 del 1997, che stabilisce solennemente che,

Indipendenza e autonomia sono elementi costitutivi che ne caratterizzano l’attività e le deliberazioni.

Saremmo lieti se la Consob decidesse di attivarsi motu proprio, con la stessa assertività di Calabrò, per sopperire alla persistente latitanza del legislatore, che proprio non riesce ad elaborare uno straccio di normativa sulle Offerte Pubbliche di Acquisto che tuteli tutti gli azionisti di minoranza, inclusi quelli di Telecom Italia. E chissà che, per fare uno sgambetto ad acquirenti sgraditi, ciò effettivamente non possa accadere.

Con simili Autorità, chi ha bisogno di un mercato in questo paese?