Lavoratori di tutto il mondo, ridete

Da Marx a Lenin a Stalin fino ai giorni nostri: la comicità, il comunismo e la storiella ebraica. Rivoluzione, comunismo, utopia, tragedia, ma anche risate e satira. Dopo l’umorismo ebraico, Moni Ovadia racconta la grande epopea comunista attingendo al tesoro della diceria popolare, della canzonatura, dell’aneddoto, della storiella autodelatoria. La gigantesca macchina della retorica di regime mostra qui il suo volto irrimediabilmente patetico di fronte alla scheletrica guizzante intelligenza del motto di spirito. Sostiene l’autore:

“Un revisionismo strumentale oggi vorrebbe far credere, per precise motivazioni politiche, che quella del comunismo fu solo una storia di orrori. Non è così: fu una storia di uomini, di idee, di sacrifici, di dedizione, di tradimenti, sofferenze e dolori che non può essere archiviata nel bidone della spazzatura della storia televisiva. Gli uomini che diedero la vita per l’utopia del grande riscatto meritano uno sguardo che ne ricordi l’umanità estrema, una ‘pietas’ che non li trasformi in numeri. II tutto visto attraverso la lente dell’umorismo, l’arma più potente che abbiamo per prevenire la violenza”.

No, caro Ovadia: il comunismo “realizzato” (il socialismo reale, come si chiamava di là della Cortina di Ferro) è stato solo una gigantesca costruzione burocratica, parassitaria, oligarchica, votata all’obliterazione dell’individuo e dei suoi valori. Tentare di distillare dalla storia la “purezza” di un’ideologia intrinsecamente votata al fallimento perché teleologica e costruttivista è un vecchio espediente retorico ed è anche l’unico, vero revisionismo strumentale a cui si aggrappano ai nostri giorni i nostalgici che stanno intossicando la convivenza civile di questo disgraziato paese in cui abitiamo. Un espediente retorico fallito come l’ideologia che tenta di difendere. Il nostro compito è quello di rispettare i milioni di persone che credettero in buona fede ad un’utopia. Ma nostro compito è, soprattutto, ricordare i milioni di morti, le sofferenze e le privazioni che quell’utopia ha prodotto. Non è più tempo di sofismi, e vorremmo tanto che intelligenze vive e vitali come quella di Ovadia venissero utilizzate in modo meno miope.

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Dal capitolo “Comunismo“:

Sei paradossi dello Stato socialista.
Nessuno lavora, ma il piano è sempre compiuto.
Il piano è sempre compiuto, ma gli scaffali dei negozi sono vuoti.
Gli scaffali dei negozi sono vuoti, ma nessuno muore di fame.
Nessuno muore di fame, ma ciascuno è infelice.
Ciascuno è infelice, ma nessuno si lamenta.
Nessuno si lamenta, ma le prigioni sono piene.

In una prigione sovietica, due detenuti si scambiano le proprie esperienze.
– Per cosa ti hanno arrestato? – Chiede uno all’altro. – Era un crimine comune o politico? –
– Un crimine politico. Faccio l’idraulico, e un giorno mi hanno convocato al comitato del partito per aggiustare i tubi degli scarichi. Ho dato un’occhiata e ho detto: “Non serve sostituire solo i tubi, bisogna cambiare l’intero sistema…” Mi hanno dato sette anni.

Dal capitolo “KGB

Un uomo terrorizzato entra di corsa nella sede del KGB e chiede di parlare con un alto responsabile. Viene condotto da uno dei capi e gli dice trafelato – Il mio pappagallo parlante è sparito! –
– Compagno, – dice l’ufficiale, – non ci occupiamo di questi casi, vai alla Polizia Criminale…
– No, no, no, aspettate. Io lo so che devo andare alla Polizia Criminale. Sono venuto qui per dirvi una cosa importante: se doveste trovarlo voi, il mio pappagallo, sappiate che sono in totale disaccordo con le sue idee politiche…

Moni Ovadia,
Lavoratori di tutto il mondo, ridete. La rivoluzione umoristica del comunismo
Einaudi – Stile Libero, I ed. 2007

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