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title: Uscire dalla crisi. Quella italiana
author:
  name: Mario Seminerio
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date: '2008-11-01T16:00:41+01:00'
modified: '2008-11-01T16:00:41+01:00'
type: post
categories:
  - Archivio
  - Discussioni
  - 'Economia &#038; Mercato'
  - Italia
tags:
  - Benedetto-Della-Vedova
  - Congiuntura
  - Riforme
published: true
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# Uscire dalla crisi. Quella italiana

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                   Su *l’Occidentale*, [**Benedetto Della Vedova** riflette](http://loccidentale.it/articolo/per+uscire+dalla+recessione+servono+tagli+alle+imposte+e+agevolazioni+fiscali.0060922) sulle misure di contrasto alla crisi globale, ma anche di rilancio strutturale per l’asfittica economia italiana. Benedetto ritiene (correttamente, a nostro giudizio) che la proposta di **detassazione delle tredicesime** qui da noi potrebbe avere un positivo impatto sui consumi, a differenza dei *tax rebates* attuati nei mesi scorsi dall’Amministrazione Bush, visto che le famiglie italiane sono meno indebitate di quelle statunitensi, e verosimilmente destinerebbero il maggior reddito disponibile a consumi anziché ad abbattimento del debito. Ma Della Vedova suggerisce soprattutto di attivare **interventi permanenti e strutturali, come la riduzione di un punto delle aliquote dell’imposta personale sui redditi**.

L’aumento del reddito disponibile potrebbe essere ottenuto anche attraverso la [**restituzione integrale ed automatica del *fiscal drag***](http://phastidio.net/2006/12/13/scala-mobile-fiscale/), mentre misure di ulteriore **riduzione del cuneo fiscale** stimolerebbero la domanda di lavoro da parte delle imprese. E ancora:

> “Per affrontare il problema dei *working poor*, i lavoratori poveri, si potrebbe considerare l’introduzione di una forma di **imposta negativa**, che garantisca un reddito minimo senza disincentivare l’offerta di lavoro e senza aggravare di costi insostenibili le imprese che operano in condizioni di bassissima redditività.”

Serve inoltre un decisivo impulso per **riformare la contrattazione collettiva, in modo da legare stabilmente la retribuzione alle condizioni di produttività di singoli comparti produttivi ed aziende**. Solo così sarà possibile porre le condizioni per la crescita di lungo periodo, che a sua volta produce migliori standard di vita e risorse fiscali da destinare *anche* al welfare. Complementare alla riforma della contrattazione collettiva vi è poi la **riforma degli ammortizzatori sociali**, che devono essere **disegnati su basi universalistiche**, ponendo fine all’ennesimo dualismo italiano tra *insider* iperprotetti (come i fortunati dipendenti **Alitalia**, per restare sulla stretta attualità) ed *outsider* sulle cui spalle pesa per intero il costo dell’aggiustamento del sistema. Ogni anno, decine di migliaia di lavoratori perdono il posto senza psicodrammi mediatico-politici sulla “italianità” ma soffrendo assai più laceranti drammi privati, resi tali proprio dalla scarsa o nulla permeabilità del diaframma che in Italia separa garantiti e precari, e che spesso trasforma la perdita del posto di lavoro in un viaggio di sola andata verso la precarietà permanente.

Il problema resta sempre quello: **come finanziare questi interventi? Oggi esiste un rischio: **

> E’ vero, la crisi fiscale è grave e l’indebitamento grava come cento macigni. Ma è altrettanto vero che la diminuzione della spesa attuata con la finanziaria e i recuperi di efficienza della pubblica amministrazione, se non accompagnate da misure che diano respiro all’economia, rischiano di avere, keynesianamente, un accentuato impatto pro-ciclico. Anche dal punto di vista dei conti pubblici, del resto, il primo rischio da scongiurare è il circolo vizioso tra aliquote d’imposta elevate e bassa crescita.

A nostro giudizio, **occorre anche una grande operazione di allargamento della base imponibile per poter ridurre, a parità di gettito, le aliquote nominali e [stimolare in questo modo l’offerta](http://phastidio.net/2006/12/01/semplificazione-fiscale-la-prossima-rivoluzione/)**. Ma occorre anche rompere l’ultimo tabù: **lavorare tutti più a lungo**, come recentemente richiesto anche dalla **Banca d’Italia**. Ciò permetterebbe di liberare risorse finanziarie, oggi allocate ad una spesa pensionistica ipertrofica, e utilizzarle per irrobustire una rete di protezione fatta di ammortizzatori sociali resi, come detto, universalistici. E, a questo proposito, non guasta mai ricordare una enorme responsabilità:

> Il **Governo Prodi** ci ha lasciato in dote l’assurdo fardello di **dieci miliardi di spesa previdenziale aggiuntiva in dieci anni, per assicurare a qualche centinaio di migliaia di cinquantottenni di lasciare subito il lavoro**. Bisogna recuperare quelle e altre risorse per una spesa sociale che, dal punto di vista degli interessi diffusi, sia meno suicida e iniqua di quella attuale.

L’attuale governo dispone di un apparentemente vasto consenso. Lo utilizzi, ed utilizzi la minaccia della crisi globale come opportunità per cambiare l’Italia e rimetterla sui binari della crescita strutturale e sostenibile. Noi restiamo scettici al riguardo, ma i miracoli a volte accadono.

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