In morte di un arcitaliano

La morte di Giorgio Bocca ha provocato i soliti pesanti riflessi condizionati, la cui eco è stata amplificata dalla rarefazione natalizia di notizie. Un grande, il nostro maestro, l’uomo che aveva capito tutto dell’Italia e degli italiani, spinto da una irrefrenabile passione civile, un fedele cronista della nostra epoca, e quant’altro. Al netto del cordoglio, ci permettiamo di dissentire.

Chi scrive ha letto Bocca, sia pure in modo piuttosto discontinuo, per circa un trentennio. Traendone ogni volta l’impressione di un uomo dalle convinzioni forti, fortissime, pressoché granitiche. Altrettanto spesso, tuttavia, il personaggio si è ricreduto o ha modificato in corso d’opera il proprio pensiero (cosa che peraltro accade o dovrebbe accadere a chiunque di noi), ma senza comunicare le ragioni per questi cambiamenti, o citare elementi fattuali che potessero aiutare a comprenderne le motivazioni. Le cose stavano così, e più non dimandate. Almeno fino alla revisione successiva.

La nostra impressione è che Bocca abbia trascorso la propria esistenza ispirandosi a visioni forti, con una immancabile fascinazione per la Storia con la maiuscola ed il suo corso, l’assai poco liberale teleologismo. Ma anche caratterizzandosi per una certa pigrizia intellettuale che lo portava, come detto, a non circostanziare le proprie tesi, offrendole come assiomi al popolo dei suoi lettori. Di solito, i soggetti troppo intellettualmente pigri o culturalmente deprivati tendono a rifugiarsi nel cospirazionismo, il magico paio di occhiali che permette di leggere e comprendere tutto, dietro le sue lenti deformanti.

Bocca ed il cospirazionismo sono stati compagni di strada. A partire dalla pubblicistica giovanile, che sposa la tesi del complotto ebraico nel trascinare l’Italia in guerra per consolidare il proprio dominio del mondo. Ed ecco quindi l’infame recensione dei Protocolli dei savi anziani di Sion, scritta a poco più di vent’anni ma già con la sicumera caratteristica di chi tutto ha già compreso e lo spiega alle masse, per illuminarle e guidarle.

Poi Bocca divenne partigiano, e quella fu la stagione della sua esistenza per la quale oggi è omaggiato e venerato. Riuscì sempre a capire assai poco dei fenomeni sociali e politici che lo circondavano, ma ne scrisse sempre con prosa magistrale e tersa, ipnotizzando generazioni di italiani. Durante gli anni di piombo il suo cospirazionismo lo portò a credere che le Brigate Rosse (le “sedicenti” Brigate Rosse, come si precisava con vezzo sociologico d’accatto alla fine degli anni Settanta) fossero un golem di Stato, impastato per accreditare la tesi degli “opposti estremismi”. Si ricredette senza argomentarne il motivo, apparentemente senza pagare dazio alla propria credibilità. Fu berlusconiano all’inizio dell’avventura televisiva del Cavaliere, salvo poi ricredersi e definire Berlusconi “un maiale”. Fu leghista a Milano, salvo poi denunciare la beceraggine degli omini verdi, quella stessa di cui abbiamo testimonianze quotidiane anche oggi. Riuscì a definire al-Qaeda in Iraq come l’avanguardia della “resistenza” contro gli invasori americani, scambiati per le SS (anche se l’avventura irachena si è rivelata comunque fallimentare). Fu un risoluto omofobo, sempre per la sua concezione “virile” (militaresca) dell’esistenza umana.

Anche in ambito economico e finanziario Bocca approfondì assai poco, preferendo tuffarsi nella chiacchiera da trivio e nell’immancabile cospirazionismo. Al netto dell’età ormai avanzata e di una assai scarsa propensione ad analizzare su base documentale, Bocca lesse (a modo suo, ça va sans dire) lo scandalo Parmalat, arrivando a scrivere su l’Espresso, nell’agosto del 2004,

«(…) Lo scandalo Parmalat non è servito a niente, alcune tipografie di Parma stampavano i bond falsi e tutta la direzione lo sapeva»

Quando anche i bambini sapevano che non esiste alcuna “tipografia” per titoli di credito che sono dematerializzati. Ma nessuno glielo fece notare, invitandolo caldamente a smettere di dire idiozie. La cosa fu forse presa per licenza poetica. E, nella spiccata propensione complottarda che ne guidava la lettura del mondo, ebbe parole nette anche per le agenzie di rating. E lo fece a modo suo, senza riscontri ma con iperboli che gli permettessero di ergersi sopra il frastuono dell’ignoranza nazional-popolare, per ignoranza al quadrato:

 «Le maggiori più stimate, più sicure agenzie di accertamento [sic] (…) hanno fatto fortuna riciclando il denaro sporco. In parole povere hanno finanziato il mercato della droga e tutte le mafie del creato» . L’Espresso, 12 agosto 2004.

Dimenticando che le agenzie di rating (di “accertamento”, per usare il suo termine) non intermediano alcunché.

Ora, non è che un cronista debba possedere lo scibile umano, sia chiaro. Ma almeno documentarsi e cercare riscontri alle proprie affermazioni. Il cronista è il testimone del proprio tempo: appurato che non esiste una cosa chiamata oggettività, dovrebbe essere altrettanto chiaro che esiste invece la verifica sistematica delle proprie affermazioni. L’aspetto più “diseducativo” di figure come quella di Bocca, rispetto alle giovani generazioni di giornalisti o aspiranti tali, è proprio quello di essere stato eretto a modello, in un mondo dove siamo tutti editorialisti del nulla e delle nostre nevrosi, e nessuno di noi (o quasi) si prende la briga di cercare fonti ed analizzarle criticamente, nei limiti delle proprie capacità. Ampia evidenza di questo modo di fare giornalismo si trova in altri cosiddetti “mostri sacri”, come ad esempio Vittorio Feltri e Giampaolo Pansa. Sarà solo un problema generazionale, per usare un delicato eufemismo?

Addio, signor Bocca. Lei è stato un arcitaliano, fingendo di essere un antitaliano. Altri hanno avuto Walter Cronkite, noi abbiamo avuto (ed abbiamo) alcuni fortunati che hanno goduto di celebrità e denaro semplicemente per dare fiato alle proprie elucubrazioni, in modo non realmente differente da quanto si può ascoltare nel luogo che da sempre incarna l’essenza della socializzazione popolana italiana, sbruffona, cospirazionistica, superficiale: il bar. Ora sempre più sostituito dalla Rete.
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Sulla figura di Bocca, letture complementari consigliate (in ordine rigorosamente alfabetico):