L’ARPU non suona più

Altro giorno, altra telefonata dei commerciali che vogliono darvi una fantastica opportunità: il decoder-recorder di ultima generazione senza canone mensile e solo con un “piccolo” contributo d’installazione di 49 euro, ed una irripetibile “seconda scheda con la clonazione del suo profilo cliente”, a soli 9 euro al mese. Tutto molto bello, avrebbe detto Bruno Pizzul, ma che me ne faccio di una seconda scheda, se non riesco a bilocarmi e perdo tempo a leggere, lavorare e fare un minimo indispensabile di vita sociale?

“Ah, capisco…però la seconda scheda fa parte dell’eccezionale offerta”. Eh. Ma se continuare a cercare di fare crescere con ogni tentativo (inclusi quelli più bolsi come questo) l’ARPU, perché così dettano i manuali della consulenza di alto profilo, quella che tanti danni ha già causato a banche ed assicurazioni (e tante ricche buonuscite ai sacerdoti di questa religione), si prendesse atto che l’Italia è un paese in cui il reddito disponibile pro-capite sta irrimediabilmente calando, e che quindi la domanda diverrà sempre più price sensitive? Occorre deflazionare, cari signori e superconsulenti, e incrociare le dita. E se vi hanno detto che il vostro enterprise value è legato all’Arpu, beh, i tempi sono cambiati, c’è grossa crisi.

Prendere atto della realtà a volte può servire anche al business, oltre che ai tetragoni oligarchi che lo guidano con l’intimo convincimento che gli utenti siano per definizione dei decorticati da scorticare. E che magari amano partecipare come relatori a convegni di politica economica in cui si sostiene che per rilanciare la competitività occorre ridurre i salari.

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