La crisi autoinflitta non è finita

Su Voxeu, un articolo di Paolo Manasse illustra in modo molto efficace tutti gli errori capitali compiuti in Eurozona nella gestione della crisi, ma soprattutto giunge alla conclusione che le forze alla base della divergenza intracomunitaria sono non solo ancora all’opera, ma stanno pure rafforzandosi. Qualcosa di cui avevamo percezione, in effetti.

Manasse confronta Stati Uniti (l’antico epicentro della crisi) con Eurozona (il nuovo e più potente epicentro di  una crisi in misura dominante autoinflitta), sulla base di tre parametri: conseguenze (transitorie o permanenti) dello shock, risposte di policy (attive o passive), natura degli shock (simmetrici o asimmetrici). La crisi, come noto, è partita dagli Stati Uniti, da lì diffondendosi all’Eurozona ed al resto del mondo, in vario grado ed intensità. Ma gli Usa sono usciti prima e meglio dalla crisi mentre l’Eurozona, che sembrava seguire la traiettoria americana di ripresa, nel 2010-2011 si è incartata, e sappiamo bene perché.

Riguardo il mercato del lavoro, basandosi sui dati di disoccupazione, gli Stati Uniti sperimentano un deterioramento iniziale molto vistoso, a differenza dell’Eurozona. Circostanza che porta Manasse ad ipotizzare in quest’ultimo caso l’esistenza di una qualche forma di trattenimento in azienda della manodopera (hoarding), immaginiamo per effetto di misure di welfare. Ma al termine della fase più critica della crisi, gli Usa vedono un calo di disoccupazione mentre l’Eurozona comincia a sanguinare, e continua tuttora.

Manasse si pone alcune domande molto importanti, per comprendere che sta accadendo sui due lati dell’Atlantico:

«La crisi globale sembra essere stata uno shock quasi permanente per l’Eurozona ma transitorio per gli Usa. Sembra che in Europa ci troviamo ad un altro episodio di “isteresi” , simile a quanto accaduto dopo il primo shock petrolifero nel 1973. La domanda è: in quale misura ciò è un riflesso di differenti posizioni di policy in Eurozona e Stati Uniti o è dovuto ad altri fattori economici?»

Per i non specialisti, l’isteresi (in economia) è la sostanziale sclerotizzazione di un sistema economico durante una fase di ripresa, cioè la sua incapacità a tornare al punto di partenza, quello ante-crisi. Una antica specialità europea.

Manasse osserva che il rapporto deficit-Pil dell’Eurozona peggiora meno di quello americano, malgrado da noi durante le crisi operino (o dovrebbero operare) gli stabilizzatori automatici, cioè sussidi di disoccupazione e trasferimenti alle famiglie durante le crisi, oltre al calo di pressione fiscale tipico dei sistemi progressivi durante le recessioni. Questo suggerisce che l’Europa ha in qualche modo impedito agli stabilizzatori automatici di esercitare un’azione realmente anticiclica perché, da un certo momento, ha adottato una politica fiscale ingiustificatamente restrittiva, forse illudendosi che il peggio fosse passato. A questo si aggiunge che la politica monetaria dell’Eurozona è stata molto meno aggressiva di quella americana, per i noti motivi. Anche focalizzandosi solo sulla politica fiscale, Manasse giunge alla conclusione, da noi condivisa:

«La differenza nelle posizioni fiscali tra Usa ed Eurozona (sette punti di Pil, tra minimo e massimo di ciclo) spiega in misura determinante la peggiore performance dell’Eurozona rispetto agli Stati Uniti (cinque punti percentuali di crescita cumulativa di Pil), anche senza considerare la nettamente meno aggressiva politica monetaria europea. Ciò suggerisce che i problemi dell’Eurozona sono in larga misura fatti in casa»

In altre parole, noi non abbiamo permesso alla politica fiscale di agire in modo anticiclico, abbiamo soppresso anzitempo gli stabilizzatori automatici e, non paghi, abbiamo iniziato (in un modo che definire precoce appare un pallido eufemismo) una stretta fiscale violenta e concentrata nel tempo, perché i tedeschi avevano fretta di pareggiare il bilancio, visto che in Europa non esiste un meccanismo di assorbimento delle crisi asimmetriche. Possiamo dire che queste valutazioni di Manasse ci colgono alla sprovvista? No, vero?

Si passa poi a valutare le asimmetrie intracomunitarie, prendendo ad esempio Germania e Italia ma anche, in modo più “scientifico”, la dispersione dei risultati di Pil entro l’Eurozona, utilizzando il coefficiente di variazione. E anche qui, nulla di inedito: in altri termini, alcuni paesi europei hanno fatto molto peggio della media ed altri molto meglio, a differenza di quanto accaduto negli Stati Uniti, dove la dispersione appare nettamente inferiore. A cosa si deve, ciò? Secondo Manasse, al fatto che alcuni paesi sono stati colpiti da shock ad essi specifici (conti pubblici in Grecia, boom creditizio in Spagna ed Irlanda, produttività in Italia e Portogallo), ma anche al fatto che i mercati del lavoro in Eurozona mantengono caratteristiche strettamente nazionali (oltre a limiti “culturali” e linguistici alla mobilità e rigidità salariali verso il basso), che fanno di noi un’area valutaria non ottimale. Ma soprattutto, si sono applicate misure che hanno esacerbato la crisi ed accentuato gli shock asimmetrici. Sia messo agli atti:

«A differenza che negli Stati Uniti, in Eurozona la stretta fiscale è stata più forte esattamente in paesi che hanno sofferto i maggiori shock negativi»

Misure di policy sadicamente procicliche hanno accentuato lo squilibrio, creandone uno nuovo di zecca, in aggiunta a quello, originario, di competitività. La chiusa a Manasse:

«Così, in un contesto di scarsa mobilità internazionale di capitali e mancanza di flessibilità salariale e di prezzi in alcuni paesi dell’Eurozona, l’assenza di un meccanismo operativo di trasferimento/assicurazione ex post diventa ancor più grave. Il problema è molto serio. Un meccanismo centralizzato di trasferimento ex post è necessario, ma non sembra essere politicamente fattibile. La procedura di correzione degli squilibri macroeconomici adottata, un semplice meccanismo di monitoraggio ex ante per identificare le asimmetrie, è probabilmente controproducente. Invece di trasferire risorse ai paesi colpiti da shock, essa li punisce. Le prospettive di più lungo periodo di sopravvivenza dell’euro non solo non stanno migliorando, ma stanno in realtà peggiorando»

Esatto. E questo malgrado i super-cerotti di Mario Draghi. E’ la struttura dell’intero edificio europeo ad essere sbagliata in radice, e la sua morfologia induce fisiologicamente esiti disfunzionali, come il considerare l’Eurozona una banale sommatoria di diciassette economie nazionali quasi indipendenti. Se non si lavora a superare questa costruzione, avremo davanti anni di sofferenze pressoché gratuite o, nella migliore delle ipotesi, una gracilità delle nostre economie tale da farci scordare il senso stesso del termine crescita. Naturalmente, voi siete liberissimi di pensare che i tagli di spesa e non di imposte porteranno fiducia e prosperità, o che la mitologica uscita unilaterale dall’euro sia la soluzione più indolore. L’importante nella vita è avere certezze, no?

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