Imu e Irap, la follia prosegue

«Al presidente di Confindustria, Giorgio Squinzi, ricordiamo che alleggerimento della tassazione sul lavoro e alleggerimento della tassazione sulla casa non sono in contrapposizione», tuonò il capogruppo Pdl alla Camera, Renato Brunetta, in replica alle rimostranze di Squinzi. Ma dai numeri e dalla tesi di Brunetta emerge tutta la follia di questa crociata pidiellina sul nulla.

Brunetta elabora il proprio pensiero, per dimostrare che il tema della riduzione del costo del lavoro non sarebbe stato trascurato:

«Anche perché, per quanto riguarda il lavoro, la Legge di Stabilità per il 2013 ha già previsto un fondo di 1,2 miliardi per la detassazione dei salari di produttività e ha stanziato un miliardo all’anno per la riduzione dell’Irap. Se a ciò si aggiunge la riforma della Legge Fornero e la detassazione delle nuove assunzioni di giovani, tutto è perfettamente in linea con le richieste provenienti dal mondo delle imprese»

Facciamo due conti. Il gettito complessivo Irap è stato nel 2011 di circa 34 miliardi di euro annui, di cui circa 22 provenienti dal settore privato. Avere stanziato un miliardo all’anno per la sua riduzione, relativamente al costo del lavoro, è meno che un pannicello caldo, rispetto alla gravità della situazione del mercato del lavoro italiano. L’Irap ha una base imponibile molto ampia, espressiva di tutti i fattori produttivi, cioè capitale e lavoro. Per effetto di tale definizione, il tributo deve essere pagato anche da imprese che chiudono i conti in rosso. Il che è una palese aberrazione, evidentemente.

Ancora peggio, l’Irap è una imposta che penalizza fortemente le imprese di minori dimensioni, secondo una elaborazione di Paolo Panteghini e Maria Laura Parisi pubblicata da lavoce.info. Cioè colpisce imprese che sono già agonizzanti nell’attuale congiuntura, strangolate da un credit crunch senza precedenti e costrette a dipendere dal sistema bancario a causa proprio delle ridotte dimensioni. Questa regressività Irap a danno delle PMI deriva sia dall’operare degli studi di settore, che spesso determinano basi imponibili superiori a quelle reali dell’impresa, ed alla insufficiente internazionalizzazione, che nelle imprese maggiori consente di impostare strategie di tax planning.

Questo è dunque il quadro drammatico di una imposta che sta distruggendo l’anima del tessuto produttivo italiano, e che in un paese sano di mente sarebbe in cima a tutte le priorità immaginabili. Ma non qui da noi. Qui da noi si vive o si muore per l’Imu sulla prima casa, per la quale servono otto miliardi di euro per il solo 2013, tra cancellazione per l’anno in corso e rimborso di quella pagata nel 2012. Ora, pensate se quegli otto miliardi (ammesso e non concesso di reperirli) venissero invece interamente utilizzati a sgravio dell’Irap per le PMI. Sarebbe un tantino meglio, che dite? Forse per voi, non per Brunetta, che conferma che l’Imu prima casa è invece il proiettile d’argento dell’ottimismo virale che salverà il paese da morte certa:

«Per quanto riguarda la casa, fondamentale per l’Italia è la ripresa della domanda interna, che si fa eliminando l’Imu, vale a dire ripristinando la fiducia, aumentando il reddito disponibile delle famiglie, stimolando i consumi. Il contrario di quanto è avvenuto nel 2012, quando con l’introduzione dell’Imu le compravendite immobiliari si sono ridotte del 23,7% (l’equivalente di 250 mila unità, pari a un minor reddito di 8-10 miliardi di euro); i mutui sono diminuiti del 39.5%; la produzione nelle costruzioni del 13,6% e gli investimenti del 7,6%. I due obiettivi: lavoro e casa, pertanto, sono complementari, e tali devono essere considerati dal nuovo governo»

Ribadiamolo, ché non guasta: un paio di centoni a famiglia, in media annua, determinerebbero tutta questa scarica vitale sull’economia di questo disgraziato paese. E naturalmente, per gli amanti delle correlazioni spurie ed univariate, gli stessi due centoni medi annui sarebbero, da soli, alla base del crollo del settore delle costruzioni italiane e persino della stretta creditizia attuata da banche italiane che hanno un rapporto squilibrato tra prestiti e depositi, e quindi devono ridurre il proprio grado di leva finanziaria. Non solo: pare che l’Imu prima casa, oltre che sulla natalità, eserciti influssi anche sulle macchie solari, secondo autorevoli studi della Libera Università del Pataccaro delle Libertà. Prodigioso, nevvero? Del resto, ricordate che boom inenarrabile nel 2008, quando il governo Berlusconi abolì l’Ici sulla prima casa?

Ah, per quanto riguarda il resto dei provvedimenti pro-lavoro enumerati da Brunetta, è utile sapere che il miliardo di euro a sgravio Irap, sotto forma di deduzioni forfettarie sul costo del lavoro, è effettivamente stato approvato dal governo Monti nella Legge di Stabilità 2013, ma troverà applicazione solo dall’esercizio di imposta 2014, quando molte delle imprese beneficiarie saranno nel frattempo decedute. E stendiamo un velo pietoso sul fatto che Brunetta si sia già speso la futuribile “riforma della legge Fornero” e l’ancora inesistente “detassazione per le assunzioni di giovani”. E quest’ultimo provvedimento, contrariamente a quanto vi danno a bere, non sarà a costo zero, perché servirà copertura almeno per la decontribuzione dei nuovi assunti. Ma Brunetta è sempre troppo avanti, per quello è incompreso dai più.

La domanda resta sempre quella: voi pensate che sia da soggetti razionali e raziocinanti buttare nello sciacquone da quattro ad otto miliardi per l’Imu prima casa, quando con 6,5 miliardi di euro si potrebbe rendere deducibile al 70 per cento l’Irap dal costo del lavoro, facendo respirare imprese e lavoratori? Quand’è che i piccoli e medi imprenditori presenteranno il conto di queste dissennatezze a Berlusconi?

Sostieni Phastidio!

Dona per contribuire ai costi di questo sito: lavoriamo per offrirti sempre maggiore qualità di contenuti e tecnologie d'avanguardia per una fruizione ottimale, da desktop e mobile.

Per donare, clicca qui!