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title: La matrioska del mercato interno
author:
  name: Mario Seminerio
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date: '2013-07-16T16:41:28+02:00'
modified: '2013-07-16T16:41:28+02:00'
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  - Archivio
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  - 'Economia &#038; Mercato'
  - Unione Europea
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# La matrioska del mercato interno

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                   Mentre in Unione europea si dibatte (oggi meno che un tempo) sui modi più opportuni per spingere il completamento del mercato unico e creare crescita, problemi analoghi riaffiorano nei paesi in maggiore difficoltà economica e che cercano di stimolare la crescita, oltre che di controllare la spesa pubblica prodotta dalla propria periferia. Come in una matrioska maligna, qualcuno è sempre la “periferia” di qualcun altro, ed i guai si moltiplicano.

E’ il caso, come [segnala](http://www.bloomberg.com/news/2013-07-15/spanish-regions-sabotage-rajoy-s-competitiveness-euro-credit.html) ***Bloomberg***, della **Spagna**, dove il governo centrale di Madrid sta sviluppando un robusto contenzioso con alcune delle proprie 17 regioni semi-autonome (il problema e l’equivoco stanno proprio in quella caratterizzazione parziale, *semi-autonome*), sia per esigenze di contenimento del deficit che per promozione della crescita. Mesi addietro Madrid ha avviato l’iter parlamentare della *Legge dell’Unità del Mercato* che, come dice il nome, serve a rimuovere gli ostacoli burocratico-amministrativi locali all’insediamento e funzionamento delle imprese. Per quanto possa sembrare impossibile, nell’anno di disgrazia 2013, vi sono paesi della Ue in cui esiste l’impellente necessità di completare il *proprio* mercato interno, per stimolare la crescita. Dall’idraulico polacco a quello andaluso il passo pare terribilmente breve, in questa crisi che causa miraggi da chilometro zero e denominazioni di origine protetta e protezionistica.

**La realtà è che è verosimile attendersi che in ogni paese Ue vi siano attriti locali e localistici che producono un qualche grado di “imperfezione” al mercato interno**. Tali attriti restano a lungo dormienti sin quando la crescita non si interrompe e la crisi inizia a mordere in modo feroce, mettendo a repentaglio la stessa sopravvivenza dell’entità sovrana, minacciata da dissesto e default, ed occorre quindi mettere in campo ogni risorsa, se del caso travolgendo le “autonomie” locali, per sigillare i rubinetti di spesa pubblica e concretizzare sino all’ultimo decimale di punto percentuale di Pil di crescita potenziale.

**Noi italiani abbiamo, come noto, il famigerato Titolo V della Costituzione, che crea contenziosi tra stato e regioni sulla linea di demarcazione tra competenze esclusive e concorrenti**; la Spagna, che neppure è stato federale ma semplicemente uno stato di autonomie locali alimentate da un sistema di finanza pubblica largamente derivata, ha problemi equivalenti. Come riferisce ***Bloomberg***, ad oggi sono soprattutto tre regioni a resistere all’azione di Madrid. Le **Canarie**, ad esempio, hanno portato il governo centrale davanti alla Corte costituzionale per una legge che rendeva più flessibili gli orari dei negozi, su cui invece la competenza sarebbe dell’Autonomia locale.

**La legge sull’Unità di mercato, la cui approvazione è prevista nei prossimi mesi, stabilisce il principio in base al quale un’azienda potrà operare su tutto il territorio nazionale, una volta ottenuto il permesso in una regione**. Pare incredibile che già oggi non sia così, ma tant’è. In conseguenza di questa assai tardiva “rivoluzione”, circa 4.000 norme locali dovranno essere modificate o cancellate, e già si attendono conflitti di competenze.

**Ma il conflitto c’è anche nella gestione degli interventi di contenimento della crisi**: quando il governo di Madrid ha messo mano ai costi di finanziamento del sistema sanitario nazionale, due tra le regioni più ricche del paese, **Catalogna** e **Paesi Baschi** (quest’ultima, a differenza della prima, gode di reale autonomia fiscale) hanno risposto in maniera differenziata. La prima ha alzato i costi a carico dei pazienti oltre quanto stabilito da Madrid, la secondo ha ignorato i cambiamenti introdotti, e non ha visto il calo in doppia cifra della spesa farmaceutica registrato dalle altre regioni autonome.

**La crisi richiede e richiederà sempre più, in futuro, di ridisegnare i confini delle autonomie locali, soprattutto in regimi di finanza pubblica derivata (cioè con trasferimenti dallo stato centrale verso le regioni, con relativi squilibri “perequativi”)**. Vista la situazione italiana, anche noi avremo identico destino. Anche per le autonomie locali e l’eventuale percorso verso un improbabile federalismo “all’italiana”, varrà la regola generale di questa crisi: non si può riformare sotto le bombe. All’aggravarsi della crisi fiscale sovrana, quindi, si può ipotizzare o la capitolazione delle autonomie locali, ampie o ristrette che siano; oppure, in casi estremi e catastrofici, conflitti secessionistici molto aspri, al limite dello spargimento di sangue. In questo secondo caso, sarebbe altrettanto probabile il collasso del mercato “interno” nazionale, e sarebbe quindi il caos più completo.

**Con buona pace delle [scemenze leghiste da salotto sul 75 per cento](http://phastidio.net/2013/01/09/pataccari-a-casa-nostra/) di tasse che devono restare in loco**. Questo resterà un bel tema per ammaliare i gonzi (sempre meno, nel caso della Lega, si direbbe) durante le campagne elettorali, oppure servirà finalmente chiamare alle armi i bergamaschi ed i loro proiettili da trecento lire, rigorosamente di vecchio conio. La sveglia suona da tempo, inutile premere ripetutamente il tasto del pisolino.

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