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title: Modello tedesco in crisi?
date: '2013-09-04T11:35:58+02:00'
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# Modello tedesco in crisi?

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                   In un commento sul *Financial Times*, il presidente del *Peterson Institute for International Economics* ed ex membro del comitato di politica monetaria della Bank of England, [**Adam Posen**](http://en.wikipedia.org/wiki/Adam_Posen), [elenca tutte le vulnerabilità](http://www.ft.com/intl/cms/s/0/4f975822-1405-11e3-9289-00144feabdc0.html?siteedition=intl#axzz2dj8iDeLj) del “modello” di sviluppo tedesco, che paiono riconducibili soprattutto a quella che viene definita l’ossessione per le esportazioni. “Se il modello economico tedesco è il futuro dell’Europa, dobbiamo essere tutti molto inquieti”, è la sintesi.

**Secondo Posen, nell’ultima dozzina di anni il taglio del costo del lavoro è stato alla base del successo dell’export tedesco**, a sua volta unico motore di crescita economica del paese. La riduzione di disoccupazione, secondo Posen, è frutto dell’introduzione di forme contrattuali flessibili e precarie, senza le protezioni concesse alle generazioni precedenti. Un passaggio su tutti:

> «La Germania ha ora la più elevata proporzione di lavoratori a basso salario rispetto al reddito nazionale mediano in Europa Occidentale. I salari medi sono aumentati più di inflazione e crescita della produttività lo scorso anno, per la prima volta dopo oltre un decennio di stagnazione»

**Altra vulnerabilità strutturale tedesca, secondo Posen, è l’andamento cedente degli investimenti**, passati dal 1991 ad oggi dal 24 al 18% del Pil, sotto la media del G7. Carente anche lo sviluppo delle infrastrutture pubbliche e la quota di giovani tedeschi dotati di istruzione superiore, sempre in rapporto alla media del G7. Il risultato, che va contro i luoghi comuni, è che la Germania manifesta una crescita della produttività non particolarmente robusta. Ancora Posen:

> «Il risultato è che la crescita della produttività tedesca è stata bassa, comparata ai concorrenti. La crescita del Pil per ora lavorata è del 25% inferiore alla media Ocse, sia che si vada indietro a metà anni Novanta o che si guardi all’ultimo decennio, e che si escludano o meno gli anni della bolla negli Usa e nel Regno Unito. Con questi numeri di produttività non desta meraviglia che le aziende tedesche competano solo riducendo i salari relativi e spostando produzione ad Est»

**Secondo Posen, inoltre, non esiste alcun eccezionalismo tedesco in manifattura**: il settore è in restringimento come accade praticamente ovunque, e le ragioni di scambio manifatturiere, misurate dagli anni Novanta, mostrano Germania e Stati Uniti praticamente allineati.

La conclusione di Posen è lapidaria:

> «La dipendenza dalla domanda esterna ha privato i lavoratori tedeschi di ciò che essi hanno guadagnato, e che dovrebbero essere in grado di risparmiare e di spendere. Ciò li lascia dipendenti dalle esportazioni per la crescita, in un ciclo che si auto-rinforza. Cosa più importante, ciò significa muoversi all’ingiù in termini relativi nella catena del valore, non all’insù. Il perseguimento della stessa policy da parte dei partner commerciali europei della Germania è destinato a rinforzare quelle pressioni. La compressione salariale non sarà una strategia di crescita di successo per il futuro della Germania o dell’Europa»

**Sono considerazioni molto dure, che sovvertono la tradizionale immagine di incontrovertibile successo del modello tedesco**. Attendiamo voci dissonanti da quella di Posen ed un allargamento di questo dibattito. La percezione resta tuttavia immutata: la Germania è in Europa e ci resterà, con tutto quello che ne consegue. Ciò significa avere dei seri problemi di crescita di lungo periodo, date le condizioni strutturali del continente. La Germania non è diventata il Vietnam d’Europa, ovviamente, e l’asserita focalizzazione sul costo del lavoro a scapito di sviluppo tecnologico ed infrastrutture pubbliche (inclusa quella in istruzione e formazione superiore) va intesa in senso relativo, non certo assoluto. A ciò si può, in caso, anche sommare la “fisiologica” idiosincrasia della cultura economica anglosassone rispetto a quella “renana” (giusto per recuperare i soliti frusti luoghi comuni), ma certo le obiezioni di Posen andranno affrontate, numeri alla mano. Sarebbe utile che fosse l’elettorato tedesco il primo ad affrontarle.

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