Padoan e la transizione da favola

Oggi Avvenire e Repubblica intervistano il ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan. Dal contenuto di tali interviste si ricava che Mao aveva torto. Per quanto riguarda questo paese e la sua politica economica, certamente è grande la confusione sotto il cielo. Ma ciò non significa che la situazione sia eccellente.

Partiamo dall’intervista ad Avvenire. In essa c’è la conferma che Padoan crede moltissimo agli animal spirits imprenditoriali e, più in generale, all’ottimismo come profumo della vita. Al punto da invitare gli imprenditori a portarsi avanti, e combattere la penuria di investimenti che piaga questo paese e l’Eurozona:

«Se le aziende ci credono, possono accorciare i tempi del cambiamento. Serve più fiducia. Agli imprenditori dico: credeteci, credete nel futuro, anticipate gli investimenti. Le aspettative si autorealizzano»

Vai avanti tu, che mi viene da riformare. La risposta è dentro di te, in pratica. Noi invece abbiamo il sospetto che realizzare investimenti non sia (solo) questione di positività ed ottimismo, ma possiamo sbagliarci. Saremo dei cinici disfattisti, ma a noi questo modo di argomentare pare figlio di qualcosa di simile alla disperazione, più che di razionalità. Padoan parla poi della riforma del mercato del lavoro, cercando di spostare l’attenzione dal tormentone sull’articolo 18. E facendo ciò, oltre a indicare le linee guida e l’approdo della riforma, si lascia andare ad un ottimismo panglossiano che i malevoli potrebbero scambiare per malafede:

Ma si sente di assicurare agli italiani che, dopo la riforma del lavoro, staranno meglio?
«Il nuovo mercato post-riforma offrirà più prospettive di lavoro, più prospettive di investimento e di crescita e soprattutto retribuzioni più elevate. È una soluzione win-win, come dicono in Inghilterra»

Addirittura retribuzioni più elevate?
«Si. Abbiamo davanti un opportunità che va sfruttata subito: in un mercato del lavoro in cui è più semplice entrare per i lavoratori e assumere per le imprese e i contratti sono fissati in gran parte a livello aziendale, ci saranno lavoratori che saranno remunerati per la loro produttività più che in base a un contratto nazionale uguale per tutti. È anche per questo che trovo paradossale un dibattito concentrato sull’articolo 18»

Andiamo per ordine e con calma. Se oggi questo paese viaggia verso il 13% di disoccupazione (e ben oltre, per effetto del numero dei cassintegrati in deroga, che sono disoccupazione occultata), ciò significa che esiste un disequilibrio di prezzo del lavoro. E questo si riassorbirà, in un primo momento (il famoso breve periodo), attraverso un calo del prezzo medio del lavoro offerto. Obiettivo del governo è quello di eliminare la contrattazione collettiva nazionale e giungere ad una contrattazione collettiva strettamente aziendale, eliminando la “grande media” nazionale ed avvicinandosi a retribuzioni che meglio riflettano le condizioni di produttività aziendale e territoriale. Se continuate a non essere convinti che la decentralizzazione della contrattazione collettiva porterebbe nel breve periodo ad esiti diversi dalla compressione delle retribuzioni medie, riflettete sul fatto che già oggi le aziende possono agire senza rilevanti problemi sul pacchetto retributivo individuale di soggetti ad alta produttività. Eliminare gli attriti alla flessibilità in uscita vuol dire semplicemente, nel breve periodo, aumentare i licenziamenti, resi più semplici e meno costosi. E’ un fatto della vita, in un paese nelle condizioni italiane. Guardate quello che è successo nella mitica Spagna subito dopo l’approvazione della nuova legge sul mercato del lavoro, a marzo 2012. E’ successo, banalmente, che i licenziamenti sono aumentati sensibilmente mentre l’occupazione ha continuato a cadere, in attesa che la pressione ribassista sulle retribuzioni raggiungesse condizioni di maggiore equilibrio.

Ciò premesso, voi pensate realmente che, da un esito di questo tipo, e nel breve periodo, possano derivare retribuzioni più elevate? Forse questo avverrà nel medio-lungo termine, di certo non in transizione; durante la quale, come detto, prevarrà la compressione delle retribuzioni. Fatalmente. Diciamo che Padoan non ritiene di trattare lo spiacevole aspetto della transizione, né di considerare gli italiani come dei soggetti adulti. Potrebbe avere ragione, dopo tutto.

Solo una rapida segnalazione sugli 80 euro, dove Padoan esplicita di non aver mai creduto che i medesimi potessero fornire “la scossa”, perché la situazione resta molto grave. Prendiamo atto.

Su Repubblica, invece, merita segnalare la risposta di Padoan a Federico Fubini, in merito alle privatizzazioni, Ma sì, quella cosa che “non è in ritardo”, e per cui bisogna cogliere la straordinaria opportunità di mercati ben disposti verso l’Italia rinviando le cessioni. Anche perché, ora Padoan lo dice apertis verbis, la riduzione del debito può avvenire solo con la crescita. Perfetto. E quindi, perché cedere quote di circa il 5% di Enel ed Eni, grandezze del tutto prive di senso perché non garantiscono l’incasso del premio di controllo e causano un differenziale sfavorevole tra dividend yield e costo medio del debito ritirato grazie ai proventi di quelle cessioni? Sentiamo Padoan:

Su Enel la privatizzazione va avanti, su Eni siete fermi. Colpa dell’inchiesta sulla tangente nigeriana?
«Ogni azienda ha una storia a sé. La questione di Eni che è di dominio pubblico non ha niente a che vedere con la strategia di privatizzazione che, ripeto, è una strategia complessiva. L’obiettivo è abbattere il debito pubblico ma anche trovare un equilibrio ottimale tra l’esercizio dell’indirizzo da parte pubblica e la spinta ad una gestione d’impresa più efficiente»

Dopo un veniale rilievo a Fubini, che parla di “privatizzazione” riferendosi alla cessione di un ridicolo 5% di una società, vi invitiamo ad ammirare la risposta di Padoan, anch’essa uscita dal mondo delle fiabe: cedere un frammento di capitale di aziende pubbliche redditizie (nella media dei rispettivi competitor internazionali) servirebbe -secondo il ministro- ad innescare cambiamenti virtuosi nella governance delle medesime, in termini di efficientamento. Davvero, questa è l’antimateria di un universo parallelo. O sono le fiabe di un uomo molto preoccupato. Per l’Italia, ma a questo punto pensiamo dovrebbe esserlo anche per la propria credibilità e reputazione professionale. E non poco.

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