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title: Grande distribuzione dissestata
date: '2015-05-03T11:35:58+02:00'
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# Grande distribuzione dissestata

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                   Oggi sul *Sole* un articolo di **Emanuele Scarci** illustra lo stato di crisi ormai pressoché conclamata della grande distribuzione organizzata del nostro paese. Un settore destinato a subire in futuro sempre più prossimo una profonda trasformazione organizzativa che con tutta probabilità si tradurrà in espulsione di forza lavoro e ristrutturazione delle tipologie contrattuali, con inevitabili pressioni ribassiste sulle retribuzioni.

**A livello mediatico, tutto è cominciato con la decisione di Auchan di [dichiarare 1.426 esuberi](http://nuvola.corriere.it/2015/04/30/speciale-i-maggio-in-auchan-scattano-1500-licenziamenti/) su un totale di 12.000 dipendenti italiani**. Da tempo tuttavia la catena francese opera in Italia in condizioni di sofferenza, con ricorso a contratti di solidarietà e cig ma ora la resa dei conti sembra sempre più vicina, dopo che il bilancio 2014 di Auchan Italia si è chiuso con una perdita di 110 milioni per gli ipermercati e di un centinaio per il brand **Sma**. Poi ci sono gli altri casi di crisi e dissesto: **Mercatone Uno**, i tedeschi di **Billa** che hanno abbandonato l’Italia lasciando solo l’hard discount **Penny Market** ed hanno ceduto la propria rete a **Carrefour** che tuttavia ha lasciato il Sud Italia. Nel non food, il marchio **Eldo** è quasi scomparso, come **Fnac** e **Darty**, mentre i britannici di Dixons hanno ceduto **Unieuro** al fondo che controlla il marchio **Marcopolo Expert**.

Ma sono i numeri di redditività quelli che fotografano una situazione ormai critica:

> «Federdistribuzione fotografa la situazione con un’analisi di Trade Lab: l’utile netto sul fatturato delle imprese della gdo è scivolato dall’1,4% del 2006, allo 0,8% del 2010 e allo 0,1% del 2013. Inoltre il 72% del valore aggiunto è destinato alla remunerazione del personale. In scia un report Mediobanca, secondo cui la redditività della distribuzione al dettaglio (risultato d’esercizio/capitale netto) è calata dal 9,5% della media 2003/7 al -0,5% del 2013»

**E’ fatale che, con simili conti, il prossimo passo sarà mettere mano al costo del lavoro**. Non solo attraverso la riduzione degli organici ma anche e soprattutto ridisegnando i contratti collettivi. Spiega infatti l’articolo, citando un sindacalista della Filcams-Cgil:

> «(…) E forse il peggio deve ancora arrivare: non ci sono segnali di ripresa dei consumi mentre peggiorano i conti delle imprese. Inoltre Federdistribuzione sta elaborando, dopo l’uscita da Confcommercio, un proprio contratto collettivo che potrebbe non avere il livello di contrattazione aziendale e rinuncia ad alcuni istituti previsti dal contratto Confcommercio»

**Questa è la tendenza ineluttabile, almeno osservando la condizione economica del paese: una deriva verso la decentralizzazione dei contratti,** spesso passando dalla fuoriuscita da organizzazioni settoriali molto ampie e per ciò stesso eterogenee ed ormai inidonee a creare un contratto collettivo che funga da minimo comune denominatore. La traversata nel deserto della ristrutturazione della contrattazione collettiva è solo all’inizio: nella prima fase ciò si tradurrà in perdita di occupazione, tanto più ampia quanto meno verrà ridotta l’incidenza del costo del lavoro sul valore aggiunto. E a nulla servirà la narrativa di chi dirà che “però ci sono realtà in espansione”: quelle ci sono sempre, anche in settori in crisi che stanno espellendo manodopera. Ma per la macroeconomia contano solo i grandi numeri, non le piccole edificanti e rassicuranti storie. E chi vi dice il contrario è in palese malafede oppure drammaticamente miope.

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