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title: Il dubbio si incunea
author:
  name: Mario Seminerio
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date: '2015-05-10T14:21:58+02:00'
modified: '2015-05-10T14:21:58+02:00'
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# Il dubbio si incunea

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                   Su *Panorama* di questa settimana, un commento del professor **Michele Tiraboschi** spiega cosa è esattamente il Jobs Act. O meglio, cosa sono i sussidi utilizzati per spingere le assunzioni col nuovo tempo indeterminato nel 2015. Ve lo diciamo noi, cosa rischiano di essere: uno spreco di risorse pubbliche. Esattamente come il bonus da 80 euro.

Scrive Tiraboschi, non prima di aver premesso che la riforma non scalfisce lo storico dualismo tra lavoratori privati e pubblici, mentre ne crea uno nuovo tra vecchi e nuovi assunti (che dovrebbe essere destinato a rientrare in un’ottica di medio-lungo termine, per effetto del fisiologico turnover della forza lavoro):

> «A fine anno avremo così quasi un milione di nuovi lavoratori a tempo indeterminato, ma difficilmente un solo posto di lavoro in più rispetto all’anno passato trattandosi di trasformazioni di vecchi contratti a termine precari in nuovi contratti a tempo indeterminato altrettanto precari. Un’operazione molto costosa, ancora senza copertura certa (si stima che solo per il 2015 manchino 3 miliardi di euro), che ha come obiettivo una stabilizzazione del lavoro precario che tale non è se è vero che il nuovo contratto a tempo indeterminato non avrà più quella stabilità che solo l’articolo 18 poteva garantire»

**Un’operazione che conferma l’approccio da *gambler* di Renzi, che ha deciso di giocarsi tutto nel 2015, contando su una poderosa ripresa che semplicemente non avverrà**. E le ricadute per i soggetti coinvolti sono tutte lì da vedere, almeno per chi vuole vederle:

> «Un’operazione non a somma zero per le casse dello Stato (e dunque alla lunga per le stesse imprese in termini di incremento della tassazione e del cuneo fiscale) se solo si considera il combinato tra mancate coperture dell’esonero contributivo, pari circa a 5 miliardi, e mancato gettito per i prossimi anni stimato nella stessa relazione illustrativa della legge di stabilità in ben 15 miliardi di euro: cosa ben diversa se si fosse trattato di un milione di nuove assunzioni e non di (finte) stabilizzazioni. Sono i dati a parlare: in un anno di governo Renzi (marzo 2014-marzo 2015) i posti di lavoro aggiuntivi creati sono solo 30.633»

**Invece, come è ormai chiaro, saremo bombardati dalla propaganda sul “milione di posti di lavoro a tempo indeterminato”** e dalla sua variazione sul tema “segnalateci quali sono le banche che non danno i mutui ai nuovi contratti a tempo indeterminato”. Perché, come conclude Tiraboschi, solo la crescita economica cura ogni male:

> «[…] occupazione aggiuntiva non si crea con uno sfacciato gioco delle tre carte che, alla lunga, si rivela per quello che è: un bluff e poco altro nella speranza che sia l’inversione del ciclo economico a sancire la ‹svolta buona› annunciata da Renzi ma che ancora non c’è»

**Che questo bizzarro sussidio triennale che necessita di assunzioni nel 2015 rappresenti un problema lo stanno ormai capendo in molti**. Ad esempio, lo ha capito **Tommaso Nannicini**, economista e consulente del premier sui temi di lavoro e fisco. Il quale, intervistato sul *Corriere* da **Antonella Baccaro**, si esprime in questi termini sulla riduzione posticcia del cuneo fiscale:

> **Cosa ne sarà nel 2016 del taglio del cuneo contributivo che dovrebbe promuovere l’uso del contratto a tutele crescenti per i più giovani?**
> «È il tema dei temi. Oggi questa misura congiunturale è una specie di droga, bisognerà inventarsi qualcosa di strutturale nella legge di Stabilità, altrimenti si creerà un incentivo perverso a cambiare forza-lavoro ogni tre anni. Penso a una riduzione strutturale del cuneo contributivo che dovrebbe, per il tempo indeterminato, attestarsi su livelli più bassi»

**Questo è il punto: una riduzione strutturale del costo del lavoro, sia dal lato azienda che dal lato lavoratore è cosa ben diversa da questa “offerta speciale” inventata dal governo**. Che accadrà allo scadere del triennio di decontribuzione, se il costo del lavoro risulterà “strutturalmente” troppo elevato, ipotesi per nulla peregrina? Vediamo la questione in questi termini: secondo voi, in ipotesi risultasse effettivamente “troppo elevato”, sarà più facile ridurre il costo del lavoro attraverso sgravi permanenti sul cuneo lato imprese oppure attraverso tagli alle retribuzioni contrattuali?

**Ecco, quindi, l’esigenza di decentralizzare a livello di impresa la contrattazione collettiva**. Se nel medio-lungo termine ciò è funzionale allo sviluppo della produttività, nel breve termine questa migrazione di contrattazione tende a produrre pressione ribassista sulle retribuzioni. In tal caso, poiché tutto si tiene, ecco che servirebbe il puntello di un salario minimo garantito. Ovviamente, minimo quel tanto che basti ad evitare o contenere il fenomeno dei *working poors* ed al contempo evitare di creare disoccupazione aggiuntiva sui lavoratori a minori *skills*. E vi garantiamo che la questione è da sempre ben presente, in ambito governativo: è solo che [non la si esplicita](http://phastidio.net/2014/06/09/il-futuro-mercato-italiano-del-lavoro-dal-sen-fuggito/), per motivi facilmente intuibili.

Ad oggi, ed in attesa che questo nodo venga al pettine, possiamo quindi dire che l’unica misura realmente strutturale del governo sul cuneo fiscale è stata l’eliminazione della componente di costo del lavoro dall’Irap, per i contratti a tempo indeterminato. Il tempo dirà che il sussidio triennale per gli assunti nel solo 2015 è una misura piuttosto furbetta. E soprattutto miope.

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