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title: Un bilancio di cartapesta
author:
  name: Mario Seminerio
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date: '2016-10-21T11:57:53+02:00'
modified: '2021-03-04T12:47:05+01:00'
type: post
categories:
  - 'Economia &#038; Mercato'
  - Italia
  - Unione Europea
tags:
  - Crescita-economica
  - Matteo Renzi
  - Spesa-Pubblica
published: true
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# Un bilancio di cartapesta

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**Dal lato delle coperture, infatti, ci sono 12 miliardi di deficit**, 3 miliardi da rottamazione delle cartelle esattoriali, 2,5 miliardi da recupero di evasione Iva, 2 miliardi dalla nuova *voluntary disclosure* estesa al contante e 1,8 miliardi da rinnovo delle concessioni di telefonia Gsm, con passaggio al 5G. Sono tutte *una tantum*, di fatto. A questo si aggiunge, come segnala oggi **Mario Sensini** sul *Corriere*, che nel 2017 le Regioni dovranno consegnare al governo centrale un avanzo gestionale di 2,7 miliardi di euro, che equivale ad un taglio di oltre il 10% della loro spesa non sanitaria. Questo taglio è frutto di una programmazione pluriennale, che lo scorso anno aveva previsto tagli per 2,2 miliardi a carico delle Regioni, “barattati” con il mancato aumento per 2 miliardi del Fondo sanitario nazionale, che quest’anno tornerà a crescere. Nel 2017, poi, le Regioni a statuto ordinario dovranno girare a quelle a statuto speciale 500 milioni, a titolo di “indennizzo” per il taglio dello scorso anno al Fondo, che non doveva toccarle in virtù della loro condizione “speciale”. A proposito di riforme costituzionali da fare.

**A parte ciò, come possa reggersi una manovra fondata in modo così soverchiante su coperture temporanee, che per la maggior parte (15 miliardi) vanno poi a coprire aumenti Iva decisi da Renzi stesso, è un mistero.** Renzi può anche fare la faccia feroce ed atteggiarsi a paladino nazionale e vagamente nazionalista contro “gli ottusi burocrati di Bruxelles”, i quali potrebbero anche lasciar passare la manovra per “quieto vivere” e per contrastare la “minaccia populista” e lasciare che siano gli italiani a pagare il conto che fatalmente ne deriverà. Ma, a dirla tutta, con questa legge di bilancio, la scelta è tra due differenti tipi di populismo, entrambi tossico-nocivi per il paese.

**Ma cosa vuole raggiungere Renzi, con queste reiterate iniziative? Forse il momento in cui la crescita tornerà impetuosa e il deficit si ripagherà? Con queste misure? Siamo seri, signori.** Questo continuo calciare la lattina lungo la strada non porta in nessun luogo gradevole. Tutta la storia del governo Renzi è una storia di occasioni perse e di un uso disinvolto della spesa pubblica, ignorando in modo eclatante il concetto di costo opportunità. Ne abbiamo già scritto, più e più volte: gli 80 euro, l’azzeramento della Tasi sulla prima casa, la decontribuzione triennale per i nuovi assunti, le altre misure minori di bonus vari hanno un costo opportunità elevatissimo: la mancata riduzione strutturale dell’Irpef e del cuneo fiscale. Il tutto “[aspettando il domani](http://www.lavoce.info/archives/43473/il-domani-della-finanza-pubblica-e-sempre-meglio-delloggi/)“, una *soap opera* italiana di crescente insuccesso.

**In Europa c’è un paese, la Spagna, che è tutto fuorché un modello ma che lo scorso anno ha messo mano (a deficit) ad una riduzione organica dell’Irpef e della tassazione del risparmio**. Da noi quest’ultima è stata invece inasprita da Renzi, salvo ora tentare l’inversione [lanciando i “Piani individuali di risparmio”](https://twitter.com/Phastidio/status/789123205407600640) sino a ben 150 mila euro, ma solo per spingere il *retail* a finanziare le PMI, in quella che rischia di essere una mattanza del risparmio privato, in un paese ad alto tasso di analfabetismo economico e finanziario, tale da fare impallidire il falò delle obbligazioni subordinate delle quattro banche risolte e lo spettro del *bail-in*.

**Poiché la propaganda vuole la sua parte, soprattutto in questo esecutivo, lo spin del periodo è che “l’Italia sta comunque riducendo il rapporto deficit-Pil”. Vero, ma solo quello assoluto, non certo quello corretto per la fase del ciclo economico e relativo al Pil potenziale.** Qui la controreplica e l’obiezione sono immediate ed anche ben strutturate: nessuno è in grado di osservare il Pil potenziale e l’output gap. Anzi, [è in atto una disputa](http://www.bloomberg.com/news/articles/2016-03-31/italy-leads-eight-nation-push-for-eu-to-change-budget-analysis) tra un gruppo di paesi e la Commissione, per ridefinire questi concetti, e l’Italia potrebbe avvantaggiarsi di un cambio di metodologia.

**La risposta a queste argomentazioni è una ed una sola: la metrica da osservare, per comprendere se siamo sulla buona strada, è il rapporto tra debito e Pil. Se cala, significa che stiamo crescendo “bene”, altrimenti restiamo a rischio**. Nel caso italiano, malgrado la bonanza senza precedenti del crollo della spesa per interessi, il rapporto fatica a stabilizzarsi, ed ogni anno la “svolta” viene rinviata al successivo (“aspettando il domani”, appunto). La Spagna, nel 2015, ha piegato il rapporto debito-Pil di un simbolico 0,1%, pur avendo un deficit-Pil molto elevato, al 5,1%, grazie alla sua *crescita*, reale e nominale. L’Italia è da lustri in avanzo primario, cioè *sottrae risorse all’economia*, solo per evitare che il rapporto debito-Pil “sbrachi”. Non è questione di Bruxelles né di burocrati, e neppure di deflazione, che colpisce la Spagna quanto e più di noi.

**L’Italia è su un sentiero sbagliato**: abbiamo fatto austerità, e pure della peggiore specie; ora stiamo facendo espansione fiscale altrettanto scadente e controproducente. Vero, il problema non sono gli zero virgola del bilancio italiano. Il problema è l’Italia e chi la guida, oggi come ieri.

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