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title: 'Risparmio tradito, antica tradizione italiana'
author:
  name: Mario Seminerio
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date: '2017-11-13T10:00:50+01:00'
modified: '2017-11-13T10:00:50+01:00'
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  - Contributi esterni
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# Risparmio tradito, antica tradizione italiana

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Egregio Titolare,

si sa che le banche hanno tradito il risparmio, proponendo a semplici cittadini investimenti rischiosi come se fossero sicuri. Le polizze “index linked”, ad esempio, contrabbandate come prodotti assicurativi, in modo da scansare – secondo loro – gli obblighi informativi correlati ai prodotti “finanziari”. E poi le obbligazioni “subordinate”, eccetera. La sorveglianza della Banca d’Italia e della Consob sono argomenti di questi giorni e portano a pensare che nulla nel nostro Paese sia destinato a funzionare.

**Invece, caro Titolare, non è proprio così: la raccolta del pubblico risparmio a beneficio di chi ne sa profittare è assai ben organizzata e funziona benissimo**. Grazie ad essa il denaro fatalmente abbandona i deboli, i disinformati, i fiduciosi, gli inefficienti. E non solo a beneficio delle banche.

**Vediamo per esempio come funziona la raccolta statale, ancora per esempio con i BPF, Buoni Postali Fruttiferi, tesoretto dei piccoli risparmiatori al pari dei Bot e BTP**. I BPF nascono nel lontano 1924, anno secondo dell’era fascista, caratterizzati da scadenze lunghe, addirittura trentennali, e, negli anni dell’inflazione a due cifre iniziarono a garantire rendimenti nominali elevati: 16,2% nel 1982; 12,30% l’anno successivo, e per un periodo decisamente superiore alle più ragionevoli proiezioni: addirittura 30 anni.

**Era dunque folle lo Stato? Ma no, neppure per idea, perché nel momento in cui offriva questi rendimenti così allettanti, saggiamente si garantiva la possibilità di ridurli**. Il Codice Postale nel 1974 (l. 588 del 25.11.1974) prevede infatti che i tassi di interesse potessero essere modificati da semplici decreti ministeriali, anche con effetto retroattivo.

> «Ai soli fini del calcolo degli interessi, i buoni delle precedenti serie, alle quali sia stata estesa la variazione del saggio, si considerano come rimborsati e convertiti in titoli della nuova serie e il relativo computo degli interessi é effettuato sul montante maturato, in base al decreto previsto dal presente articolo»

**Chiaro? Perfetto, non voleva esserlo. Il 13 giugno 1986, ad inflazione molto raffreddata, il decreto viene emesso ed il rendimento dei buoni già emessi precipita**, emettendo la nuova “serie Q” che variava il rendimento dei tassi relativi ai buoni appartenenti alle serie precedenti (serie O e P).

**I cittadini, si sa, leggono – leggevano – poco già i quotidiani, ancor meno la Gazzetta Ufficiale, quindi ignoravano tanto la legge quanto il decreto**, anche perché nulla del genere era mai avvenuto per i titoli del Tesoro, forse perché destinati ai mercati internazionali, che non amano questo genere di spirito.

**Ma per loro fortuna ed informazione intervenne la tradizione nazionale della timbrica:** che non riguarda esattamente le caratteristiche di un suono, ma proprio quella famosa stampigliatura ad inchiostro indelebile che per secoli ha garantito mansioni di concetto e relativi stipendi ai pubblici dipendenti. I “vecchi” BPF ante 1986 vennero stampigliati indicando la nuova serie ed il minor rendimento; o meglio, i timbri calarono una volta sì ed un’altra no, oppure sul titolo sbagliato, dando luogo ad uno di quei contenziosi che deliziano quasi tutte le applicazioni normative nazionali.

**Esemplificativamente**: furono stampate sul Buono condizioni e rendimenti riferiti a serie non più vigenti; furono utilizzati timbri indicanti sul verso del titolo rendimenti riferiti a serie differente da quella riprodotta sulla facciata; Buoni a termine riportarono sul verso rendimenti previsti per la tipologia ordinaria, o viceversa. La norma fu confusa anche per i funzionari che la dovevano applicare a vantaggio dello Stato.

**Finalmente la Cassazione a Sezione Unite con Sentenza 13979/2007 (che sono vent’anni nel diritto?) mise la parola “fine”, stabilendo che il timbro era parte del contratto** e che il risparmiatore che ne era privo aveva diritto di mantenere i precedenti lussuosi interessi, benché del tutto fuori mercato.

**Tutto bene allora?** Mica tanto, perché evidentemente lo Stato, ligio alle regole quando erano i mercati internazionali ad interessargli, ha ritenuto invece di abbindolare il mercato domestico delle nostre nonne e mamme con promesse di interessi mirabolanti per una durata fuori dalla ragione, nascondendo dietro la schiena il comma che negava quella promessa. E, dal suo punto di vista, è stato punito dall’impiegato che sbagliava la timbratura, condannandosi a pagare interessi fuori della ragione.

Cosa dice caro Titolare? Che il pesce puzza dalla testa e che se lo Stato fa queste cose non ci dobbiamo meravigliare delle banche, e della sorveglianza voltata dall’altra parte? Beh, questo lo ha detto Lei…

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