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title: 'Scoppiarono i tombini, ne uscì il Cambiamento'
author:
  name: Mario Seminerio
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date: '2018-12-23T12:10:49+01:00'
modified: '2018-12-25T11:17:37+01:00'
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# Scoppiarono i tombini, ne uscì il Cambiamento

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Mentre il Senato vota una indecente fiducia notturna ad una legge di bilancio il cui articolato è composto di 1.100 (millecento) commi, emergono alcune tra le misure “caratterizzanti” del provvedimento. Che cioè ne caratterizzano la natura schifosamente autolesionistica e la pesante ipoteca posta sul futuro del paese.

**Ne cito alcune, trovate scorrendo la rassegna stampa**: mentre i nostri eroi lavorano alacremente per mandare a gambe all’aria i giornali e gli editori, anche attraverso una web tax che, per come è prevista nelle linee generali, appare una autentica farneticazione, nella legge di bilancio viene previsto un credito d’imposta, “parametrato agli importi pagati per Imu, Tari, Cosap e Tasi”, di massimo 2.000 euro per le **edicole** (avete letto bene, per le edicole), da utilizzare in compensazione, per un costo di 13 milioni nel 2019 e 17 milioni nel 2020. I fondi arrivano (non ridete) dal “Fondo per il pluralismo informativo”. 

**Nel frattempo, grazie alla web tax**, ogni soggetto esercente impresa con ricavi annui di almeno 750 milioni “ovunque realizzati”, oppure almeno 5,5 milioni derivanti da servizi digitali, **dovrà pagare il 3% di tali ricavi**. In aggiunta alla imposizione ordinaria, almeno per chi produce utili. Chi invece produce perdite pagherà comunque, visto che si tassano i ricavi.

**Poi c’è l’accantonamento di due miliardi, chiesto dalla Commissione Ue come clausola di salvaguardia “in tempo reale” **nel senso che, se alla revisione di metà anno il deficit risultasse debordante, quel taglio risulterà acquisito, cioè permanente. Visto che è altamente probabile che a quella data sarà in corso un rallentamento e che quindi il deficit è destinato a peggiorare, il rischio di immolare quei due miliardi è altissimo.

**Ma da dove provengono, quei due miliardi?** Il dettaglio lo indica **Carlo Di Foggia** sul ***Fatto***, in un pezzo che il suo direttore responsabile probabilmente non ha avuto tempo di leggere (come anche quelli dei giorni precedenti, dello stesso autore):

> Vengono tutti da fondi bloccati ai ministeri. Gran parte dal Tesoro (481 milioni destinati a competitività e sviluppo delle imprese); Infrastrutture (300 milioni della mobilità locale) e Sviluppo economico (159 milioni). Università e ricerca perdono 100 milioni

**Non male, no? Direi tagli mirati, non certo lineari.** Mentre bloccavano questi fondi, a destinazione palesemente voluttuaria, i nostri eroi appostavano a bilancio un po’ di soldini per consulenze ai ministeri. Giusto, così han fatto tutti, e poi viviamo in tempi sempre più specialistici e specializzati, e i ministeri sono sguarniti di competenze, no? Ecco allora il conteggio, raccontato da **Francesco Pacifico** sul ***Messaggero***:

> E nel testo del maxi-emendamento spuntano anche svariate consulenze. Ad esempio lo stesso ministero dell’Economia si è dato 2.700.000 di euro anche per pagare venti incarichi di «consulenza, studio e ricerca» per «sostenere le attività in materia di programmazione pubblica». Meno care invece – 150.000 euro – le consulenze che sempre il Mef chiederà per il piano di dismissioni degli immobili. Dal Mise, e nonostante il congelamento delle assunzioni della Pa per quasi tutto il 2019, Luigi Di Maio risponde con altri 102 addetti, «in aggiunta alle facoltà di assunzione previste dalla legislazione vigente»

**Mi pare giusto, che diamine, servono competenze e burocrati**. Ma non quelli odiati e inamovibili: ne servono altri, più affettuosi verso il ministro *pro tempore*, oltre che super specializzati. Deve essere un modo per sostenere l’occupazione, allo stesso modo in cui sono state individuate coperture per 150 milioni annui derivanti da gettito fiscale e contributivo per i prossimi assunti nei centri per l’impiego. Non si spiega altrimenti. Geniale. 

**Poi c’è anche un’operazione rigorosa, che servirà a disciplinare una regione che è da sempre un pozzo senza fondo orgogliosamente italiano, cioè del tipo “siamo sovrani ed autonomi, assisteteci”**. Si tratta della **Sicilia**, che col maxiemendamento porta a casa la riduzione del contributo al risanamento della finanza pubblica statale per il triennio 2019-2021 (controvalore, oltre 900 milioni di euro); altri 540 milioni di euro nazionali per investimenti delle province siciliane per viabilità e scuole sino al 2025; la spalmatura in trent’anni (anziché in tre) del ripianamento del disavanzo (del valore di circa 700 milioni di euro), che elimina l’obbligo di riduzione del 3% della spesa corrente, ed il trattenimento integrale del gettito dell’imposta di bollo per i prossimi tre anni (360 milioni). Nel frattempo, abbiamo **Luca Zaia** in visibilio per l'”autonomia” del Veneto, a metà febbraio circa, Salvini dixit. Però lo statuto speciale siciliano è salvo, volete mettere?

**Ecco, questi sono solo alcuni assaggi del dolce di stagione chiamato legge di Bilancio.** Altri ve ne proporremo, quando verranno alla luce. Il cambiamento procede a grandi passi. La strada per l’inferno fiscale è letteralmente lastricata di merda. 

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