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title: Ricchi premi e tassazion
author:
  name: Mario Seminerio
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date: '2019-12-26T10:00:58+01:00'
modified: '2019-12-26T13:14:52+01:00'
type: post
summary: 'Anche in Giappone, lo schema si ripete: aumento Iva che finanzia la "riffa" per chi usa la moneta di plastica. Da noi intanto tornano le fiabe su aumento Iva per (non) ridurre l''Irpef.'
categories:
  - 'Economia &#038; Mercato'
  - Esteri
  - Italia
tags:
  - Fisco
  - Giappone
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published: true
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# Ricchi premi e tassazion

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Lo scorso 1 ottobre, il **Giappone** ha alzato l’aliquota Iva da 8 a 10%. L’occasione è stata propizia per cercare di spingere i giapponesi ad usare maggiormente le carte di pagamento, il cui tasso di utilizzo, nel paese del Sol Levante, è tra i più bassi del mondo sviluppato. Alla fine, esiste una sorta di marketing delle *policy*, in giro per il mondo. Cioè un catalogo di iniziative da cui trarre ispirazione. Ed il Giappone non fa eccezione, così come il nostro paese. Anche se successo o fallimento risiedono spesso nelle modalità di attuazione. 

**Il [problema del Giappone](https://www.reuters.com/article/us-japan-economy-cashless/japan-wants-to-go-cashless-but-elderly-arent-so-keen-idUSKBN1XF0BT) è simile a quello dell’Italia:** una popolazione sempre più anziana e profondamente riluttante (per non dire avversa) all’uso della moneta di plastica. La quota di pagamenti effettuati in modalità *cashless* è di circa il 20% del totale, superiore a quella tedesca (15%) ma lontanissima da quella sudcoreana (oltre il 90%) e cinese (60%), almeno secondo dati della lobby nipponica dei pagamenti elettronici. 

**Per questo il governo di Tokyo si è dato un cronoprogramma per giungere al 40% entro il 2025, anno in cui si svolgerà il prossimo Expo ad Osaka**, e portarsi nel lungo termine a 80%. Ma perché passare al *cashless*? Le motivazioni tradizionali sono legate alla riduzione della popolazione ed alla necessità di aumentare la produttività. Si stima che i costi diretti ed indiretti delle transazioni in contanti, legati soprattutto al ruolo di cassieri, siano pari a oltre 70 miliardi di dollari annui. 

**Che fare, quindi? Incentivare l’uso della moneta di plastica. E come? Destinando una quota del gettito aggiuntivo Iva a premi per chi usa le carte.** Al costo di circa 2,5 miliardi di dollari sino al prossimo giugno, è stato creato un sistema a punti che dà diritto a premi ed è incentrato sulle transazioni presso piccoli negozi. Ai quali sono offerti incentivi sul costo di installazione di terminali ma continuano a lamentare gli alti costi delle commissioni. Come vedete, non s’inventa nulla.  

**Si stima che i giapponesi detengano oltre metà dei propri attivi in liquidità e depositi, e tale quota cresce negli anziani.** I quali rifiutano l’uso della moneta di plastica, tra le altre motivazioni, perché sentono di non poter controllare adeguatamente gli esborsi. Nel senso che con le carte (ed i cellulari) pare si tenda a spendere senza troppi vincoli. In altri termini, l’assenza di attrito nelle transazioni elettroniche tende a preoccupare soprattutto i soggetti anziani, oltre al timore di perdere il cellulare. 

**Restano elementi di freno all’adozione del *cashless* su vasta scala**: oltre alla anziana demografia del paese, che agevola la tesaurizzazione, i tassi negativi o nulli ed una rete capillare di bancomat agevolano il mantenimento dell’uso del contante. 

**Dal primo ottobre, giorno di entrata in vigore del rialzo Iva, si è effettivamente registrato un balzo delle transazioni con carta presso negozi e ristoranti**, ma con scontrino medio piuttosto contenuto. Resta da capire se gli incentivi saranno reiterati e se l’innovazione nelle abitudini di acquisto tenderà a permanere. 

**Come si diceva, queste sono una sorta di *best practices* utilizzate dai governi in giro per il mondo per favorire l’uso della moneta di plastica**, con motivazioni che variano dal contrasto all’evasione fiscale (come [fatto dal **Portogallo**](https://phastidio.net/2019/09/29/il-gioco-delle-tre-card-e-la-fatura-da-sorte-portoghese/), tra i primi ad adottare il sistema incentivante di lotterie e cashback) all’aumento di produttività e riduzioni di costi per il sistema bancario. 

**Ma pare esservi una sorta di denominatore comune**: l’adozione di schemi di incentivo all’uso della moneta di plastica viene finanziata da un aumento delle imposte sul consumo, che forniscono la copertura per gli incentivi da erogare ai consumatori. 

**L’Italia ha rinviato per l’ennesima volta le sanzioni sul mancato uso dei terminali di pagamento**: è dal 2012 che, nel paese del Milleproroghe, si procede con questo farsesco obbligo senza sanzioni. Tra alcuni mesi partirà comunque la lotteria degli scontrini, almeno così pare, mentre per il *cashback* c’è da attendere. 

Il fatto di **non essere riusciti ad aumentare l’Iva per precostituirsi un “tesoretto” da distribuire e redistribuire alle clientele** ha messo sabbia negli ingranaggi, ritardando l’adozione di quanto fatto altrove. La cortina fumogena, dopo il fallimento del piano per portare a casa 5-7 miliardi di aumenti Iva, è stato il dibattito demenziale sulla riduzione, pure maldestra e sparagnina perché priva di risorse, della *tampon tax*. 

**Ma quello su cui vorrei attirare la vostra attenzione è proprio quest’ultima circostanza.** Questo governo ha un disperato bisogno di fare cassa, anche e soprattutto in funzione “redistributiva”. A differenza del precedente, che puntava a farlo a deficit, ora si cerca una parvenza di equilibrio dei conti. 

**Si comprendono quindi le precoci dichiarazioni di membri di maggioranza ed esecutivo che vedono il 2020 come anno di presunte “grandi riforme” fiscali.** Ad esempio sull’Irpef. Per accentuare la progressività della curva Irpef ci sono due modi, o un mix di essi: ridurre le aliquote minori e/o innalzare quelle più alte. Come sempre, è questione di consenso. Ci sarebbe anche un altro modo: far rientrare in Irpef la massa di gettito derivante da cedolari secche. Ma quello resta tabù perché ogni imposta sostitutiva è un gruppo più o meno corposo di elettori.

**Perché vi dico questo? **Perché il prossimo anno, sempre che questo governo resti in vita, si riproporrà la tensione tra chi vuole una manovra *de sinistra*, cioè non solo finalizzata a fare gettito ma anche a punire i redditi più alti, e chi no. 

**Preparatevi quindi a leggere ed ascoltare, per l’ennesimo anno, le solite canzoncine**: tipo lo spostamento della tassazione dalle cose alle persone, cioè da Iva ad Irpef. Un peccato che a tali argomentazioni difetti la logica: le clausole di salvaguardia Iva sono deficit che va ridotto. Un aumento delle aliquote Iva non andrebbe quindi a ridurre l’Irpef ma il rosso di bilancio. 

Continuo quindi a non capire perché giornalisti molto esperti della materia, come **Dino Pesole**, insistano a [fare da grancassa alla malafede politica](https://www.ilsole24ore.com/art/la-manovra-lascia-eredita-un-ipoteca-47-miliardi-ACUgx87), oltre a scrivere dei veri e propri strafalcioni:

> Il tabù tutto politico dell’intoccabilità dell’Iva sta provocando la sostanziale paralisi dell’intera politica di bilancio. A spingere perché si volti pagina si segnalano gli inviti che da anni vengono rivolti al nostro paese da Ocse, Fmi e Commissione europea a spostare parte del prelievo dai redditi dal lavoro ai consumi, ma anche la constatazione che **un aumento ancorché limitato dell’imposizione indiretta stimolerebbe un sia pur contenuto incremento dell’inflazione**. Con effetti anche sul debito pubblico che viene calcolato in termini nominali.

**Ripeto: gli “inviti” di Ocse, FMI e Commissione europea a spostare la tassazione da persone (Irpef) a cose (Iva), nulla c’entrano con aumenti Iva che servirebbero solo a ridurre il deficit**. Niente *do ut des* tra tributi, lo capite? Inoltre, trovo raccapricciante che ci sia ancora chi pensa che aumentare l’Iva serva a spingere l’inflazione e quindi a ridurre l’onere reale del debito pubblico. Siamo seri, su.

**L’aumento Iva trasla sui consumatori in funzione dell’elasticità della domanda al prezzo**. Il risultato finale può tranquillamente essere che a pagare siano i venditori, che quindi finirebbero a ridurre investimenti e personale. Possiamo sperare che il 2020 ci porti commenti giornalistici meno improbabili? Risposta breve: no. 

La sintesi? Nel 2020 vorranno i vostri soldi. Con o senza riffe. 

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