Finanza vaticana, per non indurli in tentazione

Piccolo breviario per scegliere gli investimenti della Chiesa cattolica in modo eticamente robusto, a Sua Santità piacendo

Il Financial Times riporta che il Vaticano avrebbe effettuato un investimento basato sulla “scommessa” che la società Hertz non sarebbe fallita. L’occasione è quindi propizia per tentare di spiegare ai lettori meno pratici di mercati finanziari come funzionano questi investimenti e perché spesso risultano assai attraenti per alti prelati e politici, soprattutto locali. Il tutto dando pure un’occhiata ai precetti etici del pontefice.

L’investimento di cui si parla è tecnicamente, una credit linked note, cioè una obbligazione strutturata in cui il compratore scommette che una azienda o un paniere di aziende non finiranno in default entro una data scadenza. In questi casi si dice che l’investitore “vende protezione dal default”.

Secondo documenti visionati dal Financial Times, il Vaticano avrebbe investito in una struttura del genere, vendendo protezione su Hertz, la società di autonoleggio andata in default a maggio di quest’anno. Il giornale ricorda che, nel 2018, papa Bergoglio si espresse contro i credit default swap affermando che i medesimi “incoraggiano lo sviluppo di una finanza d’azzardo che scommette sul fallimento degli altri, e questo è inaccettabile dal punto di vista etico”.

Potrei ribattere che la copertura del rischio di dissesto è qualcosa di normale e fisiologico, rifiutando l’assolutizzazione della critica papale. Di certo, questi strumenti hanno visto una sorta di degenerazione nel corso degli anni, che per molti aspetti è stata indirettamente incoraggiata dal crollo dei tassi d’interesse. Infatti, dati rendimenti sempre più magri, si è rapidamente sviluppata una forma di ingegneria finanziaria basata sulla vendita di volatilità e di rischio di credito, confidando nell’intervento salvifico delle banche centrali, in caso di necessità. O forse si tratta, più banalmente, di avidità e del desiderio di mettere comunque una ciliegina sopra il rendimento, basso o alto che sia.

Nel 2015, il Vaticano avrebbe dunque investito parte di un importo di 528 milioni di euro, derivanti da donazioni all’Obolo di San Pietro, in una nota strutturata con CDS su Hertz, scadenza aprile 2020. L’operazione dovrebbe quindi essere andata bene, visto che Hertz è fallita un mese dopo la scadenza della nota strutturata. Non altrettanto bene è andata ad altri investitori, tra cui almeno un hedge fund, che avevano a loro volta scommesso sull’evento “Hertz non fallisce entro la data X”.

L’obbligazione era detenuta su un rapporto svizzero gestito da un consulente vaticano, che agiva “per conto” della Segreteria di Stato vaticana, di cui il cardinale Angelo Becciu era il secondo in comando, dietro il cardinale Pietro Parolin, ma con delega agli investimenti. Papa Francesco non risulta aver avuto conoscenza dell’investimento.

Questi sono i fatti. Di cosa voglio parlarvi, su cosa voglio attirare la vostra attenzione? In primo luogo, quello “alto”, e senza alcuna velleità teologica, sul fatto che forse al Vaticano serve una classificazione preventiva di quali sono gli investimenti eticamente ammissibili. Vaste programme ma forse, con le giuste ispirazioni, si può fare. O forse tale lista esiste già ma viene puntualmente derogata, non so.

Dunque, vediamo: in cosa investire eticamente l’Obolo di San Pietro? Abbiamo già visto la posizione papale sui CDS, che a me pare radicale ma non sono affari miei, dopo tutto. E sugli immobili? Quali tipologie? Quelli che rendono di più, immagino, altrimenti il patrimonio si decumulerebbe. Purtroppo la storia, recente e non solo, è ricca di esempi di malaffare intorno ad operazioni immobiliari gestite da “consulenti” che hanno attratto gli sprovveduti investitori. A volte rappresentati da banchieri di mitologiche banche italiane del territorio.

A volte i consulenti operano in più o meno sprovveduta buona fede ed in modalità “Campo dei Miracoli”, promettendo rendimenti elevati per l’istituzione e non per il suo responsabile. Altre volte provvedendo a ungere le ruote, a vari livelli, prelevando dal rendimento dell’investimento. Tralascio, per semplicità espositiva, gli schemi di Ponzi.

In ognuna di queste situazioni, la costante pare essere facilmente identificabile: l’asimmetria informativa tra venditore/consulente e compratore/investitore. Questa è anche la situazione che ha coinvolto molti amministratori locali negli scorsi anni. Quando, di fronte a crescenti ristrettezze di bilancio, si sono fatti convincere ad investire in derivati che pagavano cifre molto elevate upfront, cioè in avvio di rapporto, da recuperare sotto forma di tassi fuori mercato ed ovviamente assai penalizzanti nel corso della vita dello swap. A seguire, intervento del governo centrale, cause in tribunale, ristrutturazione e cancellazione di molti deal.

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Questi sono casi da manuale non solo e non tanto di asimmetria informativa ma anche di purissimo analfabetismo economico, che porta ad incassare a pronti e pagare molto caro successivamente, credendo che esistano pasti gratis. Dove invece l’asimmetria informativa regna indisturbata è proprio nei prodotti strutturati, in cui l’investitore non professionale (dal cardinale al pensionato, passando per l’impiegato ed il libero professionista) non è in grado di prezzare singole componenti. A quanto sto vendendo la volatilità? Quale tasso mi viene applicato? Quali altre opzionalità sono presenti nel titolo proposto, e quanto costano? Ammesso e non concesso di sapere di che si stia parlando, naturalmente. È lì che dovrebbe entrare in gioco il consulente, nel bene e nel male.

Stiamo quindi delineando tutte le aree grigie che un accorto gestore dell’Obolo di San Pietro dovrebbe evitare. Negli investimenti l’asimmetria informativa è ineliminabile ma circoscrivibile, a patto di affidarsi a consulenti che abbiano effettivamente una deontologia molto robusta. Dopo di che, questa tassonomia della diabolica tentazione ha anche altre tipologie, quali ad esempio il trading più o meno veloce su azioni di entità che hanno appeal speculativo, vedi le banche italiane, come spiegato qui.

Quindi, altro precetto: bisogna investire per il lungo termine. Facile a dirsi, assai meno a farsi. Anche qui, un bel “e non indurci in tentazione” (o meglio, la recente riformulazione) di vendere rapidamente e prendere profitto.

Riepilogando: per gestire l’Obolo di San Pietro ma più in generale il patrimonio vaticano serve, in prima battuta, una decisione papale sugli investimenti ammissibili. Sperando che il radicalismo non prevalga; altrimenti, se anche il rendimento sull’investimento finisse ad essere considerato una inammissibile forma di sfruttamento dell’uomo sull’uomo, avremmo problemi gestionali molto seri, anche senza finire al Sukuk.

Dopo aver definito ciò, serve evitare prodotti strutturati, nella cui opacità si nasconde la tentazione. Poi, evitare il trading, che è il modo migliore per perdere soldi. Meglio un approccio di lungo termine costruito su indici di mercato, magari corretti per considerazioni “etiche”, come potrebbero essere considerate quelle relative ai parametri ESG.

Lo so, sono investimenti passivi e quindi forse per qualcuno noiosi. Ma ricordate l’ammonimento (in inglese si usa la splendida e ben più pregnante espressione cautionary tale) che ci giunge dalla triste vicenda della fondazione che controllava una assai antica banca italiana: se avessero investito i dividendi in un Etf azionario globale, ora guarderebbero il Lussemburgo dall’alto in basso.

Ma, ribadisco: sopra ogni altra cosa, servono consulenti eticamente corazzati. Per i cardinali, contiamo sulla Divina Provvidenza.

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