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title: 'Duole segnalare che l&#8217;Italia non è l&#8217;Islanda'
author:
  name: Mario Seminerio
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date: '2021-07-12T10:00:00+02:00'
modified: '2021-07-20T10:05:49+02:00'
type: post
summary: Come l'Islanda è riuscita a ridurre l'orario di lavoro recuperando produttività e qualità della vita. E soprattutto perché non è un modello esportabile da noi
categories:
  - Discussioni
  - 'Economia &#038; Mercato'
  - Esteri
tags:
  - Islanda
  - Lavoro
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published: true
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# Duole segnalare che l&#8217;Italia non è l&#8217;Islanda

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In **Islanda**, nel 2015 e nel 2017, a seguito di una forte campagna da parte dei sindacati e di organizzazioni della società civile, sono iniziati due esperimenti di riduzione dell’orario di lavoro per i dipendenti del comune di Reykjavik e del governo nazionale, che hanno coinvolto circa 2.500 persone, l’1% della forza lavoro, con riduzione di orario da 40 a 35-36 ore settimanali, a retribuzione invariata. I risultati sono stati molto positivi, e ad oggi l’86% dei lavoratori islandesi hanno ottenuto la riduzione di orario o il diritto a richiederla, in occasione di due rinnovi contrattuali, nel 2019 e 2021. 

**Al termine dell’esperimento si è osservato un aumento di produttività e di soddisfazione nel bilanciamento dei tempi di vita e lavoro**. Occorre contestualizzare questi esiti. Rispetto agli altri paesi scandinavi, l’Islanda si è caratterizzata per maggior numero di ore lavorate e minore produttività. Le classifiche Ocse pongono l’Islanda tra i paesi con minor tempo dedicato alla persona, a fianco di paesi ad alta intensità di lavoro come Messico, Cile e Giappone. 

#### Ricca, stakanovista e poco produttiva

**L’Islanda resta uno dei paesi più ricchi al mondo in termini di Pil pro capite**, con bassa disoccupazione, altissima partecipazione alla forza lavoro (uno stratosferico 87% nella fascia 15-64 anni) e dotata di un’economia di servizi avanzata. Piccola nota a margine: gli islandesi sono circa 350 mila anime. 

**Nel corso degli anni, il dibattito pubblico si è progressivamente focalizzato sull’ipotesi di correlazione tra bassa produttività (in termini relativi) ed orario di lavoro lungo**, anche a seguito di sondaggi in cui la popolazione lamentava di non avere tempo per sé e la propria famiglia e di sentirsi stanca per il numero di ore trascorse a lavorare. Si è di conseguenza giunti alla conclusione che questa situazione producesse un circolo vizioso, in cui bassa produttività dovesse essere compensata con maggiore orario di lavoro. 

**Ma è quindi vero che ridurre l’orario di lavoro aumenta la produttività oppure il flusso causale gira al contrario**, e cioè che alta produttività può essere redistribuita al lavoro riducendo l’orario a retribuzione invariata? Intuitivamente, **i livelli di produttività sono positivamente correlati con lo sviluppo industriale e tecnologico**. E sin qui, puro senso comune. Ma esiste anche ampia letteratura che dimostra come riorganizzazioni di tempi e modalità di lavoro consentano recuperi di produttività e riduzioni di orario, a parità di ogni altra condizione. 

#### Cosa è “produttività”

**Possiamo quindi affermare, in prima approssimazione, che la produttività ha determinanti *hard* (dotazione di capitale e tecnologia) e *soft* (organizzazione del lavoro e, più in generale, sociale),** anche se i due fenomeni sono fortemente interconnessi e non separabili. Lo “stacco” mentale e fisico dal lavoro produce migliori esiti di produttività e convivialità. Ma pensare a recuperi di produttività solo per la via “soft” quando la dotazione di capitale e tecnologica sono carenti, appare velleitario e più propriamente una scorciatoia per il fallimento. Quindi qualcosa che interesserà molto la politica italiana.  

**I due *trial* condotti nel settore pubblico durante questi anni hanno coinvolto mansioni e funzioni molto eterogenee: lavoro su turni, scuole, forze di polizia, servizi alla persona**. Alla base della sperimentazione è sempre stata la misurabilità delle prestazioni, definita ex ante secondo metodologie condivise tra datore di lavoro pubblico e sindacati. 

**Un esito virtuoso della sperimentazione è che la riorganizzazione si è effettivamente tradotta in riduzione del numero di ore effettivamente lavorate** e non nell’aumento del ricorso allo straordinario, formale o informale, come invece alcuni temevano. La riduzione dei tempi di lavoro è stata ottenuta anche attraverso la riduzione del tempo dedicato alle riunioni.

**Questo punto è molto interessante: se funzione della riunione è quella di precisare il modo in cui svolgere attività e mansioni, il valore aggiunto dell’iniziativa dei singoli diventa determinante.** Ma per avere questo esito serve una forza lavoro che si identifichi con l’organizzazione, oltre che istruita e formata. In altri termini, serve coesione sociale. La variabile che sin qui ha dimostrato di essere alla base del successo dei paesi scandinavi. 

#### Risultati molto positivi

**Gli esiti in termini di benessere sociale sono stati molto positivi:** più tempo per sé e la propria famiglia, incluse attività di accudimento; weekend meno danneggiati da rincorse a fare quello che era rimasto indietro durante la settimana lavorativa; benefici rilevanti per i genitori *single*, una categoria spesso piagata dalla mancanza di tempo. In definitiva, miglioramento della salute fisica e psicologica dei lavoratori. 

**Ad oggi, come detto, circa l’86% della forza lavoro islandese, nel settore pubblico e privato, si trova a operare in regime di riduzione definitiva di orario, da 40 a 35-36 ore settimanali**, con prime incursioni verso la soglia delle 32 ore. Anche se, nella maggior parte dei casi, la riduzione di orario si è ripagata con l’aumento di produttività, nel settore pubblico e in particolare nella sanità, si sono rese necessarie assunzioni aggiuntive, che hanno aumentato la relativa spesa di circa il 5%. 

**Che lezione trarre, quindi, e quale esportabilità di questo interessante esperimento?** In premessa, occorre riconoscere che l’Islanda partiva da un orario di lavoro piuttosto lungo, sulle 40 ore effettive settimanali. Poi, come detto, a monte di tutto serve una dotazione tecnologica e di capitale tale da fare lo sforzo maggiore, in termini di produttività. Pensare di valutare le persone in termini di esclusiva produttività del lavoro, ignorando il capitale di cui sono dotate e -soprattutto- il modo in cui lo utilizzano in termini di istruzione e formazione è esercizio di pura ignoranza e, più sovente, di becera malafede. 

#### Questione di coesione sociale

**Poi, certamente, la riorganizzazione conta: ma per aversi riorganizzazione serve, oltre a istruzione e formazione, anche coesione sociale, a tutti i livelli dell’azienda**. Solo in questo modo si sfugge a quella che definisco la “logica del mansionario” e la conseguente conflittualità che si svolge in contesti in cui la diffidenza sociale sfocia in giochi a somma zero, dove i guadagni di un gruppo sociale corrispondono a pari perdite per altri gruppi. 

**Non stupisce che tali elementi di coesione si trovino in un paese scandinavo, a dirla tutta**. Almeno, sinora è sempre stato così, anche se le cose possono cambiare e non sempre in meglio. 

**Detto tutto questo, e per rispondere ai soliti provinciali imitatori compulsivi di casa nostra, mi sentirei di affermare che da noi non vige alcuna delle condizioni di contesto sociale, economico e tecnologico riscontrate nel caso islandese**. Almeno, non a livello nazionale ma verosimilmente a livello di singole realtà aziendali. Anche senza scomodare [gli eclatanti casi di cronaca](https://video.corriere.it/cronaca/furbetti-cartellino-28-misure-cautelari-dipendenti-comune-palermo/e2e4fd58-e078-11eb-a3a3-22bff11f91b7), ormai da tempo sfociati nel costume e nella rassegnazione. 

**E il tema di istruzione e formazione non riguarda solo operai e impiegati ma anche quadri e dirigenti**, questi ultimi troppo spesso legati a modelli tradizionali, burocratici e conformisti di valutazione dei sottoposti, della serie “abbiamo sempre fatto così”. Le variabili *soft* sono fondamentali, soprattutto nella società attuale. Anche se, come detto, non possono sostituire quelle *hard*. 

**Quindi direi che no, decisamente da noi i tempi per “fare come l’Islanda” non sono maturi, al netto di singole positive situazioni aziendali che certamente esistono**. Ma questa considerazione verrà soverchiata dal frastuono della propaganda e dell’assenza di studio e analisi dei fenomeni. Del resto, forse ricorderete che per molti, in Italia, l’Islanda è “il paese che ha ripudiato il proprio debito”, durante la Grande Recessione. [Solo nella nostra fantasia malata e ignorante](https://phastidio.net/2013/01/28/vince-lislanda-che-ha-pagato-i-debiti-delle-proprie-banche/), però. 

Il *case study* spiegato da due Ong, l’islandese ***Alda*** e le britannica ***Autonomy***.

Foto di [Alexandra_Koch](https://pixabay.com/it/users/alexandra_koch-621802/?utm_source=link-attribution&utm_medium=referral&utm_campaign=image&utm_content=2043707) da [Pixabay](https://pixabay.com/it/?utm_source=link-attribution&utm_medium=referral&utm_campaign=image&utm_content=2043707)

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