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Salario minimo, la commedia degli equivoci

A intervalli regolari, la politica italiana si attorciglia attorno a temi di bandiera. A volte si tratta di semplici diversivi, su cui le nostre bande si sfidano a singolar tenzone ma consapevoli (forse) che si tratta di pura postura su simboli utili a scaldare gli animi dei contradaioli. Poi ci sono i dibattiti su temi “seri” e sostanziali, che tuttavia cadono presto vittime di fervore propagandistico e vengono rapidamente dirottati e degradati, sino al collasso finale o al parto di qualche morticino da portare in processione elettorale. Il tema del salario minimo è uno di quelli.

Sul salario minimo, siamo rimasti a dove eravamo negli ultimi due anni e oltre. Un gigantesco equivoco che prende le mosse dalla direttiva europea in gestazione, che punta a spingere la contrattazione collettiva nei paesi che la ignorano, snobbano e sabotano e non certo a creare un utopico “salario unico europeo”, come invece tentano di far credere soprattutto dalle parti del M5S, come al solito al confine tra cinismo politico e analfabetismo.

Dumping, basta la parola

I sostenitori di questa tesi della uniformazione salariale che prescinde dai differenziali di produttività gridano al “dumping salariale” tendendo a definire in questo modo ogni differenziale retributivo. La realtà è che tali differenze trovano ragion d’essere in primo luogo nella produttività, e solo in seconda battuta nella struttura dei mercati del lavoro.

Non a caso il presidente di Confindustria, Carlo Bonomi, la vede nel modo in cui va vista, anche se a sua volta invoca impropriamente lo spaventapasseri del dumping. La direttiva europea come tentativo non certo di arrivare al salario unico ma di spingere la contrattazione collettiva:

Non bisogna mai dimenticare la genesi del perché si parla del salario minimo in Europa e perché si vuole introdurre una regolamentazione per quei Paesi che hanno una bassa contrattazione collettiva nazionale e contro un dumping salariale.

Lo cogliete, il punto e la distinzione? In Ue ci sono paesi che non applicano la contrattazione collettiva e in tal modo tengono schiacciate le retribuzioni. Tradotto: se convinciamo o costringiamo tutti i paesi Ue a ricorrere alla contrattazione collettiva, avremo un aumento di costi del lavoro che ridurrà in parte i differenziali tra paesi.

Non ci sarà un “salario unico europeo”

Che è cosa ben differente che far credere ai gonzi che puntiamo a un salario “unico” europeo o comunque a differenze salariali nazionali molto contenute “perché così nessuno ci porterà più via le aziende italiane”. Tipo quelle a basso valore aggiunto come Embraco.

Questo equivoco dovrebbe suonare come sveglia per sindacati e politici senzienti. La questione è fare avanzare il paese verso produzioni a maggior valore aggiunto, e non fingere di credere che in Europa esista un “dumping salariale” cinico e baro che danneggia soprattutto noi poveri italiani.

Ammettiamo che questa benedetta direttiva Ue veda la luce e che in tutti i 27 paesi si passi a contrattazione collettiva: anche così, restare su produzioni a basso valore aggiunto condannerà l’Italia a sconfitte e delocalizzazioni. Che verranno affrontate a colpi di impotenti gride manzoniane o peggio.

Per progredire verso produzioni a maggior valore aggiunto serve tempo, volontà e risorse. Molto di tutto ciò. Certamente più tempo di quello che la politica ha davanti a ogni ciclo elettorale. Da qui la fregola per la scorciatoia, quella che porta dritti contro il muro. A sinistra, in tanti pensano che alzare il costo del lavoro, ché di quello si parla, sia la scorciatoia per spingere automazione e innovazione e quindi aumentare produttività e valore aggiunto. Come se il nostro paese non avesse già oggi un costo del lavoro esoso, per sostenere “oneri di sistema” ormai insostenibili.

Conseguenze non volute di un salario minimo

Il fatto di avere un cuneo fiscale estremamente gravoso rispetto al valore aggiunto prodotto in questo paese, ha forse scatenato innovazione, automazione e digitalizzazione? Sarò distratto ma non mi pare di aver visto nulla del genere.

E la proliferazione di cosiddetti “contratti pirata”, che sono tali quando visti dal lato degli incumbent sindacali, non è forse la reazione di un sistema a basso valore aggiunto all’imposizione di ulteriori oneri? Basta cambiare la rappresentanza sindacale, dando finalmente e fuori tempo massimo completa attuazione all’articolo 39 della Costituzione, per fare sparire il fenomeno della pressione al ribasso sui salari, in un paese che non riesce a produrre maggior valore aggiunto?

Anche qui, mi pare che siamo fuori strada. E pensate alle unintended consequences dell’imposizione di un salario minimo nazionale. Rischio di abbattimento della contrattazione collettiva, nazionale e aziendale; di sparizione di voci accessorie della retribuzione che da tale contrattazione derivano; di esplosione del costo del lavoro per effetto delle cosiddette scale parametrali. Salario minimo come pull factor al ribasso delle retribuzioni, quindi.

Contratti collettivi e differenze territoriali

Ma anche parlare di “contrattazione collettiva” rischia di essere ambiguamente generico. Ancora una volta, guardare alla realtà di territori e imprese rivela una spiacevole verità: le condizioni sono fortemente differenziate. Vogliamo un salario unico prescindendo dal differente potere d’acquisto in differenti zone del Paese?

Come per il reddito di cittadinanza uguale in ogni parte del paese, ignorare questo punto non risolve il problema ma ne gonfia il potenziale destabilizzante. Pare che questo, in Italia, sia tabù assoluto per politica, sindacati e Confindustria.

E quindi, cosa ci attende e che fare? Ci attende che continueremo a parlare di salario minimo sino all’approvazione di questa direttiva e oltre, soprattutto durante le campagne elettorali. Continueremo a ingannare e a ingannarci, credendo che aumentare il costo del lavoro spinga automazione e produttività. Ignoreremo che in questo paese c’è un crescente esercito di lavoratori unskilled, senza specifiche competenze o che tali competenze hanno perso per obsolescenza.

Scorciatoie e contraddizioni

Fingeremo di ignorare che non si possono trasformare lavoratori senza competenze in rocket scientist della digitalizzazione. In molti insisteranno a incarognirsi sul proiettile d’argento chiamato salario minimo e non sul welfare di sostegno per i lavoratori poveri e impoveriti, e così facendo metteranno nuove pietre al collo del paese.

I soliti noti ribadiranno il loro provinciale strabismo e inspienza proclamando l’inaccettabilità di non avere un salario minimo, fingendo di non vedere che da noi la contrattazione collettiva regna sovrana ma che sta a sua volta divenendo una finzione, con la proliferazione dei contratti. Del resto, se in questo paese sapessimo riconoscere le contraddizioni, non saremmo immersi nel disagio economico, sociale e civile in cui ci troviamo.

Al contempo, a molti sfuggirà che la proliferazione di contratti collettivi è la reazione adattiva di un sistema a bassa produttività ed elevati oneri strutturali; un sistema che condanna quindi alla povertà. Però volete mettere, quanti appassionanti dibattiti con i tifosi a sgolarsi a bordo campo?

Foto di Niek Verlaan da Pixabay

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