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title: 'Whatever it takes, per l’Italia e per l’euro i dieci anni dalla crisi sono passati invano'
author:
  name: Mario Seminerio
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date: '2022-07-07T10:00:00+02:00'
modified: '2025-06-17T11:18:56+02:00'
type: post
summary: 'Dopo dieci anni e molte lattine calciate, le incompiutezze restano e il rischio frammentazione della deviante Italia è tornato a perseguitarci, mentre a Roma Draghi guida un governo di disunità nazionale frutto dell’ennesimo fallimento del sistema-paese'
categories:
  - Articoli
  - 'Economia &#038; Mercato'
  - Italia
  - Unione Europea
tags:
  - Banca-Centrale-Europea
  - Euro
  - Mario-Draghi
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published: true
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# Whatever it takes, per l’Italia e per l’euro i dieci anni dalla crisi sono passati invano

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**di Mario Seminerio – *[Domani Quotidiano](https://www.editorialedomani.it/idee/commenti/whatever-it-takes-per-litalia-e-per-leuro-i-dieci-anni-dalla-crisi-sono-passati-invano-jpx90zbq)***

Quando **Mario Draghi**, all’epoca al timone della Bce da meno di un anno, pronunciò l’ormai storico [discorso del *whatever it takes*](https://www.ecb.europa.eu/press/key/date/2012/html/sp120726.en.html), “faremo tutto quello che servirà per proteggere l’euro, nel limite del nostro mandato: e credetemi, basterà”, i mercati stavano scommettendo su un esito estremo di frammentazione dell’eurozona: la frantumazione per espulsione dei paesi più fragili, quelli del Sud.

**Nell’introduzione al discorso alla *Global Investment Conference* di Londra del 26 luglio 2012, Draghi fece ricorso ad una metafora che noi italiani conosciamo bene**, perché per molto tempo è stata, e per qualcuno resta, la descrizione mitologica della nostra economia: quella del calabrone, o del bombo. Che vola, sfidando continuamente la propria morfologia. L’idea sottostante a questa immagine è quella dell’intrinseca resilienza dell’organismo, malgrado l’apparente devianza.

##### Il bombo-euro e il calabrone italiano 

**La differenza tra il bombo-euro e il calabrone italiano risiedeva nel fatto che il primo, secondo Draghi, aveva volato bene per il primo decennio della sua esistenza**, ma aveva iniziato ad avere problemi dopo la Grande Crisi finanziaria. Ma, mentre nel nostro paese la mitologia del calabrone nasceva e per qualche tempo ha persino prosperato come sistematica “eccezione”, una sorta di “Dottrina Sinatra” applicata all’economia, (“*I did it my way*”), per Draghi l’euro era il simbolo di una superpotenza benevola e civilizzatrice, traguardo di un processo di estesa cessione di sovranità nazionale ancora incompiuta e che andava quindi completato.

**Quattro blocchi costitutivi, ricordò Draghi: fiscale, finanziario/bancario, economico e politico.** “Molta più sovranità nazionale andrà esercitata a livello sovranazionale”, disse il capo della Bce, in quello che da sempre è uno dei punti chiave della sua visione europea. 

**Ma l’incompiutezza dell’euro-bombo è rimasta a livello bancario e finanziario, malgrado l’arrivo del supervisore unico**. Ancora oggi, infatti, non esiste uno schema di assicurazione comune dei depositi bancari. I paesi virtuosi [non intendono](https://phastidio.net/2020/12/10/hanno-ucciso-il-salvastati-chi-sia-stato-non-si-sa/) introdurre dalla porta di servizio un meccanismo di *bailout* del debito pubblico italiano, di cui le nostre banche sono da sempre voraci. Lo stallo prosegue. 

##### Il rischio di frammentazione 

**Durante quel discorso, Draghi parlò anche di un tema che è giunto sino ai giorni nostri. Proteggere l’euro dal rischio di frammentazione e di convertibilità**, cioè del ritorno a monete nazionali. Che a sua volta deriva dall’incapacità di un paese, fortemente indebitato, di tenere il passo degli altri e di crescere. L’Italia è quel paese, a causa del suo imponente stock di debito pubblico, uno dei maggiori al mondo in valore assoluto. 

**L’idea, tecnocratica ma soprattutto politica, era quella del *do ut des* tra riforme e difesa dallo spread, almeno contro quella parte di esso non riconducibile ai fondamentali economici**. Difficile identificare con netta demarcazione quanta parte del differenziale è ascrivibile ai fondamentali e quanta alla speculazione: diventa un’arte politica e un processo negoziale. 

**Anche la cessione di sovranità economica e fiscale appare incompiuta**, essendosi spesso limitata a estenuanti trattative tra lo stato reprobo e la Commissione europea, poi finite in virgole di aggiustamenti per lo più contabili e non sostanziali. 

**Osservando in campo più largo e lungo, l’azione della Bce si è inscritta, pur con le proprie specificità, in quella più generale delle banche centrali in quest’ultimo quindicennio:** tentativi di evitare che collassi dei mercati finanziari inondati di liquidità si trasmettessero all’economia reale attraverso fallimenti a catena. Tassi in discesa sino alle colonne d’Ercole dello zero e oltre, debito che si accumula ovunque e con esso si interrompe o frena il fisiologico processo di fallimento delle entità più deboli. 

##### La replica dopo l’originale 

**Oggi, quando abbiamo di fronte una perturbazione inflazionistica che per virulenza ha preso in contropiede i banchieri centrali**, e dobbiamo abbandonare il nirvana dei tassi negativi o nulli, la “questione italiana” dello spread e della frammentazione torna con forza sul tavolo, causando distinguo e resistenze tra i governi dell’eurozona e membri della Bce.

**Tornano le rassicurazioni del vertice dell’Eurotower, ora nella persona di Christine Lagarde**, ma la replica dello spettacolo convince meno della prima rappresentazione; anzi, appare stanca e manieristica mentre Joachim Nagel, il tedesco sin qui silenzioso che ha sostituito quello Jens Weidmann “sconfitto” da Draghi, rilancia la stessa ortodossa contrarietà di un decennio addietro. 

**Sullo sfondo ma in realtà in primo piano, il forte accumulo di debito durante la pandemia e una guerra sul suolo europeo**, con la fine della gloriosa Ostpolitik tedesca, mutata in cattura dello stato e del business da parte della Russia, con una catastrofica dipendenza dalle forniture energetiche che oggi si accinge a presentare un conto drammatico a quello stesso modello di sviluppo imposto da Berlino al resto d’Europa, fatto di surplus commerciali e mercantilismo miope ai rischi geopolitici. Nell’era dei blocchi e delle contrapposizioni da guerra fredda, la Germania si scopre in affanno esistenziale. E con lei l’Europa. 

**Soprattutto, pare terminata quella globalizzazione spinta che ha consentito una disinflazione profonda e pervasiva, e ora la storia pare aver messo la retromarcia**. La Bce scopre che il suo ruolo di supplente della politica europea, così magistralmente interpretato da Mario Draghi, ha perso quasi tutte le leve strategiche. 

**SuperMario ora guida una sorta di governo di disunità nazionale che è il sottoprodotto delle ricorrenti crisi italiane di sistema, il fu calabrone**. I partiti si prendono il proprio spazio retorico-declamatorio come surrogato a una conclamata impotenza riformistica e il *wrestling* prosegue, in apparenza inconsapevole dei tempi drasticamente mutati in peggio. Il mito del debito salvifico è più forte che mai, nella penisola. Il fatto che il PNRR sia a sua volta un *do ut des* dove al bastone del patto di stabilità è subentrata la carota dei leggendari “bonifici da Bruxelles” in cambio di riforme, non muta in modo sostanziale l’atteggiamento delle nostre forze politiche e sociali: siamo sovrani, dateci i soldi. 

**L’euro-incompiuta Italia resta in attesa della prossima sfida esistenziale**. Draghi resta fedele alla sua visione di forte unione politica ed economica e di sovranità continentale e non nazionale. Difficile sfuggire alla sconfortante impressione che dieci anni siano passati invano, calciando la lattina e i nodi più in là.

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