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title: La logistica cinese tira il pacco a Trump
date: '2026-07-01T09:30:00+02:00'
summary: 'Con la guerra commerciale, le aziende cinesi stanno rafforzando la propria presenza nel mercato e-commerce statunitense, creando infrastrutture logistiche locali e adattando strategie operative per mantenere un vantaggio competitivo'
categories:
  - Cina
  - 'Economia &#038; Mercato'
  - Stati-Uniti
tags:
  - Commercio
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# La logistica cinese tira il pacco a Trump

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La guerra commerciale non ha fermato l’avanzata cinese nell’e-commerce americano. Paradossalmente ma non troppo, le barriere tariffarie e i controlli doganali di Washington hanno spinto le imprese cinesi a costruire negli Stati Uniti una rete logistica integrata che consente di mantenere il controllo dell’intero processo: dal porto fino alla porta di casa del consumatore.

**Secondo [un’inchiesta di Nikkei Asia](https://asia.nikkei.com/economy/trade-war/chinese-door-to-door-logistics-networks-grow-in-us-to-counter-trade-war), una quota crescente dei prodotti acquistati dagli americani su piattaforme come Temu, Shein e AliExpress non transita più attraverso operatori logistici occidentali.** Il trasporto internazionale viene gestito da compagnie cinesi, i prodotti vengono immagazzinati su suolo statunitense in depositi di proprietà o in leasing a società cinesi e la consegna finale è sempre più spesso affidata a **vettori dell’ultimo miglio controllati o sostenuti da capitale cinese**. In altre parole, una parte crescente del valore aggiunto della distribuzione resta all’interno dell’ecosistema imprenditoriale cinese.

## Filiere e teste di ponte 

**Il cambiamento è stato accelerato dall’abolizione dell’esenzione “de minimis”, che permetteva alle spedizioni inferiori a 800 dollari di entrare negli Stati Uniti senza dazi**. Il vecchio modello, fondato su milioni di piccoli pacchi spediti direttamente dalla Cina, è diventato meno conveniente. Le piattaforme hanno quindi modificato rapidamente la logistica: **spedizioni consolidate (bulk)** verso magazzini americani, scorte locali e consegne domestiche.

**È un’evoluzione che va ben oltre il semplice adattamento operativo**. Se il commercio internazionale diventa più costoso, la risposta razionale consiste nell’aumentare il controllo sulla filiera. Più anelli della catena vengono **internalizzati**, maggiore è la possibilità di comprimere i costi (con le buone o con le cattive), coordinare i flussi e redistribuire margini tra i diversi soggetti coinvolti.

**Anche gli investimenti immobiliari testimoniano questa trasformazione.** Una quota rilevante delle superfici logistiche affittate negli Stati Uniti negli ultimi due anni è stata acquisita da aziende asiatiche, prevalentemente cinesi. Non si tratta di un fenomeno marginale: significa costruire infrastrutture permanenti sul mercato americano anziché limitarsi a esportare merci.

**Naturalmente il vantaggio competitivo resta soprattutto economico**. Gli operatori cinesi riescono a offrire servizi di evasione degli ordini a prezzi che molti concorrenti statunitensi considerano semplicemente irraggiungibili. L’integrazione verticale, l’uso intensivo di lavoratori indipendenti per l’ultimo miglio e una struttura dei costi più leggera consentono tariffe tali da mettere sotto pressione persino operatori consolidati come UPS e FedEx. Non sorprende quindi che alcune società logistiche americane abbiano iniziato ad affidare parte delle proprie consegne proprio ai nuovi concorrenti cinesi, pur di restare competitive.

**Sebbene questi vettori gestiscano ancora solo una piccola percentuale delle consegne di pacchi negli Stati Uniti, la loro quota di mercato in volume è cresciuta del 13% lo scorso anno**, mettendo in allerta nomi del calibro di UPS, FedEx e il Servizio Postale degli Stati Uniti. Un modo in cui minimizzano i costi fissi è affidarsi a conducenti indipendenti per portare i pacchi a destinazione. Il costo di utilizzare operatori statunitensi nell’ultimo miglio è più alto anche a causa della manodopera sindacalizzata. Un altro motivo per la crescita dei servizi logistici gestiti da cinesi è che gli operatori offrono procedure conosciute e supporto in lingua cinese per i rivenditori online che potrebbero non padroneggiare l’inglese. Un vantaggio competitivo che i concorrenti occidentali non possono eguagliare facilmente.

**L’aspetto forse più interessante riguarda però i dazi.** L’articolo distingue tra pratiche perfettamente legittime e pratiche apertamente illegali, quali la falsa classificazione doganale o la sottovalutazione del valore dichiarato. 

## Tra il chiaro e lo scuro

**Gli sforzi per ridurre i dazi iniziano ovviamente in Cina**, dove merci di vario genere destinate agli Stati Uniti vengono sempre più spesso imballate ed etichettate prima di essere aggregate in spedizioni di grandi dimensioni. «La spedizione viene quindi classificata sotto un codice doganale più ampio e generico», ha dichiarato a Nikkei Asia un dirigente del settore logistico, chiedendo l’anonimato proprio perché si tratta di una pratica illecita. «È ormai un metodo molto diffuso tra le aziende cinesi dell’e-commerce e continua a consentire consegne rapide». Temu, dal canto suo, ha inoltre trasferito sui merchant cinesi la responsabilità dello sdoganamento, riducendo così la propria esposizione operativa.

**All’arrivo negli Stati Uniti, le merci vengono sdoganate dal cosiddetto *importer of record*, che spesso opera attraverso società schermo, in molti casi riconducibili a soggetti cinesi**. Spesso, queste società aprono e chiudono molto rapidamente. È su questo anello della catena che si concentra il recente ordine esecutivo firmato da Donald Trump, volto a rafforzare i controlli del Customs and Border Protection (CBP). I nuovi *importer of record* dovranno fornire informazioni più dettagliate sulla proprietà, sulle attività e sulla filiera, mentre per gli importatori esteri potrebbero arrivare ulteriori restrizioni sulle spedizioni di valore inferiore a 2.500 dollari.

**La misura è esplicitamente pensata per colpire l’uso di società schermo nel ruolo di *importer of record*** — una pratica che permette agli spedizionieri cinesi di sottrarsi alla responsabilità in caso di violazioni accertate. Resta il fatto che la CBP è formata per occuparsi di antidroga e antiterrorismo, non per aprire e ispezionare i pacchi che arrivano dalla Cina, farsi un’idea del valore effettivo del contenuto e sanzionare eventuali illeciti. Il tutto anche se le ispezioni non fossero limitate a una infima frazione del totale. 

**Resta poi il tema della determinazione del valore imponibile delle merci.** Gli esperti distinguono le pratiche illegali, come la falsa classificazione doganale o la **sottodichiarazione del valore**, da un metodo perfettamente legittimo di riduzione dei dazi, noto come *first sale value*. Per alcune merci all’ingrosso, infatti, il valore dichiarato all’ingresso negli Stati Uniti può essere quello della prima vendita — cioè il prezzo pagato dall’intermediario al produttore — anziché quello, più elevato, della successiva vendita al dettaglio. È una procedura legale, già utilizzata in passato soprattutto nel settore dell’abbigliamento e delle calzature, ma che l’aumento dei dazi sta rendendo conveniente per un numero crescente di importatori.

**Ci sono poi pratiche apertamente illegali, come la sottodichiarazione del valore delle importazioni, spesso agevolata, come detto, dagli *importer of record***. È anche per questo motivo che le statistiche commerciali dei due paesi continuano a mostrare forti discrepanze: lo scorso anno il valore delle esportazioni cinesi verso gli Stati Uniti ha superato di circa 112 miliardi di dollari quello delle importazioni registrate dalle autorità statunitensi.

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		*[Fonte](https://asia.nikkei.com/economy/trade-war/chinese-door-to-door-logistics-networks-grow-in-us-to-counter-trade-war)*

## L’adattamento supera le barriere

**Al di là delle tecnicalità più o meno legali, il punto fondamentale è un altro. L’idea che i dazi possano semplicemente “fermare” il commercio cinese appare sempre meno convincente**. Le imprese modificano la propria organizzazione, investono dove serve, integrano nuovi segmenti della filiera e trovano modalità alternative per continuare a servire il mercato. Il capitale tende ad adattarsi ai vincoli, non a subirli passivamente.

**In questo senso, la logistica sta diventando una delle principali aree della competizione geopolitica. **Per anni il confronto si è concentrato sulle fabbriche; oggi si sposta sui magazzini, sui centri di smistamento, sui sistemi informatici e sulle reti di distribuzione. Chi controlla questi nodi controlla una parte crescente del commercio.

**La vera domanda, quindi, non è se gli Stati Uniti riusciranno a imporre dazi sempre più elevati.** È se riusciranno a ricostruire un vantaggio competitivo in tutte quelle attività che, negli ultimi decenni, hanno progressivamente lasciato sviluppare ai propri concorrenti. Perché, se anche la distribuzione dell’e-commerce finirà per essere dominata da operatori cinesi, le barriere commerciali avranno ottenuto un risultato paradossale: non ridurre la presenza della Cina nel mercato americano, ma spingerla a radicarsi ancora più profondamente al suo interno.

**Ah, dimenticavo: oggi entra in vigore la tassa Ue sui piccoli pacchi di valore inferiore a 150 euro**. Si tratta di un balzello di 3 euro per tipo di articolo comprato online. Così, ad esempio, se il pacco contiene tre magliette, due giocattoli e un paio di calze, pagherà dazio per un totale di 9 euro. A ottobre o novembre, con l’introduzione del nuovo codice europeo delle dogane, si aggiungerà una *handling fee*, o commissione di movimentazione, compresa tra 2 e 4 euro.

Secondo voi, come finirà? 

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