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title: 'Bessent: cerotti allo yen, stampelle al Treasury'
date: '2026-08-04T16:00:00+02:00'
summary: 'Gli americani, con il loro fund manager al Tesoro, Scott Bessent, tentano di sostenere lo yen, indebolito da fondamentali comunque da correggere. Obiettivo verosimile: evitare liquidazioni di Treasury nel momento peggiore per l''America'
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  - 'Economia &#038; Mercato'
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tags:
  - Giappone
  - Mercati-finanziari
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# Bessent: cerotti allo yen, stampelle al Treasury

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Il Segretario al Tesoro statunitense, **Scott Bessent**, per decenni è stato gestore di hedge fund, operando in ambito valutario. Era a bottega da **George Soros** quando quest’ultimo decise di abbattere la sterlina che Bank of England tentava disperatamente di tenere dentro il “serpente” monetario europeo, [nel settembre 1992](https://it.wikipedia.org/wiki/Mercoled%C3%AC_nero). Quell’episodio travolse anche la lira italiana, dopo che la Banca d’Italia incenerì grandi quantità di riserve per difendere il cambio. 

Questo episodio è da monito di una eterna verità dei mercati: **quando i fondamentali non reggono, inutile tentare con ogni mezzo di creare una realtà che non esiste**. Quanto più si finge, tanto più sanguinosa sarà la resa dei conti.  

Ecco perché, per ironia degli eventi, stupisce vedere **Bessent impegnato a contrastare il deprezzamento dello yen**, con interventi congiunti con le autorità nipponiche, che da tempo immemore immolano riserve per evitare movimenti estremi del cambio, e hanno soddisfazione per qualche giorno. Dopo di che, si torna al via e ai fondamentali. 

**Un po’ di contesto storico:** l’ultima volta che gli Stati Uniti sono intervenuti per rafforzare lo yen è stata nel giugno 1998, quando il Giappone era in crisi finanziaria. Lo yen si è rafforzato in modo significativo, ma l’azione è stata parzialmente annullata nel giro di una settimana. Solo i tagli dei tassi d’interesse negli Stati Uniti pochi mesi dopo — che hanno ridotto il differenziale tra gli strumenti a reddito fisso statunitensi e giapponesi — hanno realmente rafforzato lo yen. Questo non accadrà a breve termine con un’inflazione al 3,5% negli Stati Uniti, quindi il Giappone dovrà solo inasprire le sue politiche. Altrimenti, tutto questo sarà stato costosamente inutile.

## Proteggere i Treasury

**La stampa economico-finanziaria anglosassone [sta letteralmente impazzendo](https://www.wsj.com/economy/central-banking/why-bessent-is-leaning-on-the-fed-to-help-prop-up-japans-currency-85794909)**, nel tentativo di spiegare la motivazione dell’intervento congiunto. Si cita l’esigenza americana di impedire che i giapponesi arrivino a rimpatriare i loro asset in dollari, perché questo farebbe male a Washington.  Poi, si dice che gli americani non gradiscano uno yen troppo debole, per motivi commerciali. Bessent ha osservato che ogni deprezzamento dello yen tende a portare con sé un analogo movimento delle altre valute asiatiche, amplificando il problema. 

La prima osservazione che mi viene in mente è che **gli americani, malgrado le smargiassate del loro presidente, dipendono dalla “gentilezza degli stranieri”**, per collocare il proprio debito. Con buona pace delle tesi di **Stephen Stranamore Miran** sull’esorbitante costo di quello che i nostri eroi a stelle e strisce non vedono come esorbitante privilegio, cioè il dollaro come pivot del sistema finanziario globale. 

- **Leggi anche: *[Alla guerra dei dazi senza pagare dazio](https://phastidio.net/2025/01/13/alla-guerra-dei-dazi-senza-pagare-dazio/)***

Se la ministra delle Finanze giapponese, **Satsuki Katayama**, arriva a dire che **il mega fondo pensione ma anche risparmiatori e investitori del Sol Levante dovrebbero rimpatriare asset**, per gli americani rischia di essere un problema. Certo, Trump potrebbe sempre minacciare di mettere dazi a chi vende Treasury o non li compra…

**Ma lo yen, sul piano fondamentale, come sta messo?** Secondo la teoria della parità del potere d’acquisto, è fortemente sottovalutato. Ma chi gestisce posizioni secondo i “segnali” della PPP, di solito perde il posto. 

Altro punto che ha scatenato domande, riflessioni e speculazioni: **la Fed di New York, per agire, ha comprato yen e venduto euro, non dollari**. Ora, il cambio euro-yen è piuttosto illiquido, il che tra le altre cose vuol dire che è possibile spostarlo con uno sforzo relativamente modesto. Ma alla fine, mediante triangolazioni, i rapporti si riallineano e il dollaro scende. 

In ogni caso, la ciarliera ministra delle Finanze giapponese, compiacendosi e gongolando per l’azione di forza, ha detto che **Tokyo userà una linea di credito della Federal Reserve**, creata nel 2020 per fronteggiare l’emergenza Covid: la *[Foreign and International Monetary Authorities Repo Facility (FIMA)](https://www.federalreserve.gov/monetarypolicy/fima-repo-facility.htm)*. Che, per farla breve, consente di ricevere dollari mettendo a pegno i Treasury posseduti dal Giappone. Che sono oltre mille miliardi, va detto. Niente vendite, quindi. 

**Questa *facility* però vale “solo” 60 miliardi di dollari per controparte, e Bessent ha detto che vuole incrementarla**. Quindi, la Fed dovrà eseguire. Del resto, **Kevin Warsh** ha già detto che sulla politica monetaria la Fed è sovrana e indipendente ma su tutto il “resto”, non necessariamente. Oltre a considerare fondamentale lo stretto coordinamento col Tesoro. Ma questa linea di credito è nata per fronteggiare emergenze di stabilità finanziaria, e il cambio dello yen non è (ancora) tale. 

Però sappiamo anche che questi sin qui inutili interventi a sostegno dello yen **costano ogni volta parecchie decine di miliardi di dollari**. Quindi, pur alzando il limite di fido della FIMA, non sono munizioni illimitate.

## Equivoci giapponesi

**Del resto, lo stesso Bessent nel recente passato ha detto che la Bank of Japan è “dietro la curva”**, espressione che significa che è in ritardo nell’allinearsi ai fondamentali. Cioè deve alzare i tassi. Ma la premier **Sanae Takaichi** non ama tassi alti, come noto. Non vorrei che i giapponesi si fossero convinti che l’amico americano, quello che ha loro estorto riparazioni di guerra commerciale per 550 miliardi di dollari, fosse davvero in grado di lottare a mani nude contro i loro fondamentali. 

- **Leggi anche: *[Giappone, riparazioni di guerra (commerciale)](https://phastidio.net/2025/09/08/giappone-riparazioni-di-guerra-commerciale/)***

Nel frattempo, **Takaichi prosegue con i suoi grandi stimoli**, tra mirabolanti piani al 2040 di investimenti pubblico-privati e taglio delle imposte sui consumi, rassicura i mercati che nulla sarà fatto a debito ma continua a non spiegare come. Unica certezza: i titoli di stato giapponesi si rinnovano a tassi sempre più elevati, e l’effetto palla di neve positivo viene eroso, se il paese non si mette a crescere a passo sostenuto. 

- **Leggi anche: *[Sanae Takaichi, i rischi del populismo fiscale](https://phastidio.net/2026/05/19/sanae-takaichi-i-rischi-del-populismo-fiscale/)***

**Al momento, la chiave di lettura che mi risulta più verosimile è che gli americani stiano facendo un favore soprattutto a se stessi**, e cioè che puntino a impedire liquidazioni di Treasury nel momento in cui il rendimento del trentennale è sui massimi da circa un ventennio. E questa operazione, pur “spettacolare” e orchestrata a favore di telecamere, incluso il memo di Bessent con la “lista della spesa” e l’indicazione di comprare, oltre al latte, anche yen per un controvalore di 5-10 miliardi di dollari (sono 50, signo’: che faccio, lascio?), non è parente di quella che ha puntellato **Javier Milei** alle elezioni argentine di midterm. Quella erano *peanuts*. E infatti non ha coinvolto la Fed ma solo il piccolo fondo di stabilizzazione valutaria del Tesoro.  

**I fondamentali, si diceva**. Tema che non riguarda solo i giapponesi ma gli stessi americani, se vogliono seriamente raffreddare i tassi a lunga scadenza, che sono determinanti per investimenti e immobiliare. Quando si ha in corso un boom di investimenti in intelligenza artificiale, che mette pressione al rialzo ai rendimenti reali, e contemporaneamente si iniettano stimoli fiscali al passo del 6-7% di Pil annuo, sarebbe un problema anche se non si fosse guidati da un personaggio come Donald Trump. 

**Vedremo come finirà**. Nel frattempo, l’uomo che 34 anni addietro contribuì ad abbattere la sterlina, punendo le autorità britanniche per aver sfidato i fondamentali, ora si trova in un trade “filosoficamente” opposto, e nel ruolo di grande trader di Stato, se così possiamo definirlo. Un tempo, lui era il mercato; ora il mercato è il suo sfidante. Chi vincerà?

Tempi interessanti, senza dubbio. Forse sarebbe meglio un po’ più di noia, ogni tanto. 

(Immagine creata con ChatGPT)

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