Il crescendo orsiniano del debito

Proseguono, con assertività crescente, le dichiarazioni “programmatiche” di politica economica e industriale del presidente pro tempore di Confindustria. Devo fare ammenda: tempo addietro avevo osservato che il suo repertorio tendeva ad essere piuttosto statico (i.e. a ripetersi in modo quasi robotico), ma devo ammettere che le new entry sono piuttosto sfiziose. Purtroppo, temo resti una imperfetta comprensione delle dinamiche europee, intese come quelle tra una serie di paesi che partecipano in modo cooperativo e competitivo a un’organizzazione sovranazionale quale è l’Ue. Ma non sottilizziamo.

Al Salone nautico di Genova, Emanuele Orsini ha bacchettato l’Europa che

[…] non dà le risposte urgenti per l’industria europea e italiana. Bisogna creare le condizioni abilitanti affinché le imprese restino nel paese: dobbiamo intervenire su energia, fiscalità, burocrazia. Vogliamo questo, abbiamo bisogno di questo.

Domanda: che significa “affinché le imprese restino nel paese”, quando si parla di Europa? Che se dovessero spostarsi da Italia a Germania, Olanda, Svezia, Spagna, sarebbe colpa della Ue? Ovviamente, no. Primo problema di logica, quindi: forse era preferibile dire che bisogna “creare le condizioni abilitanti affinché le imprese restino nella Ue”, ma comprendo che l’effetto non sarebbe stato lo stesso. Però occorre che qualcuno avverta Orsini che, col famoso detto “aiutati che dio t’aiuta” s’intende anche che un paese della Ue deve costruirsi la competitività da sé.

Ribadito che “in Europa manca la politica energetica comune” (e qui, vabbè), il grido di dolore è sulla perdita di competitività europea, mentre la Cina sussidia le proprie imprese. Orsini dice “bisogna che ci proteggiamo, dobbiamo diventare competitivi”, che è un altro corto circuito. Se diventiamo competitivi ci proteggiamo di sicuro, ma se per diventare competitivi occorre dare sussidi a nostra volta, questo non sembra un concetto canonico di competitività. Né finanziariamente sostenibile, temo.

Orsini chiede “gli eurobond”, e nessuno dei suoi lo informa che ci sono almeno cinque paesi Ue, grandi contributori netti al bilancio comune, che esigono un taglio “di parecchie centinaia di miliardi” all’ipotesi di bilancio settennale ordinario. Come si fanno gli eurobond, con queste premesse? È “colpa dell’Europa” se alcuni suoi paesi la vedono in modo molto differente da Orsini?

Infrango, non flectar

Attenzione, però: qui arriva l’assertività, un vero e proprio crescendo orsiniano. Perché anche l’Italia deve avere più coraggio:

Se l’Europa ci frena, faremo infrazione. Preferisco salvare le nostre imprese che vederle rasate al suolo per il fatto che vogliamo tenere sempre perfettamente i conti in ordine.

Questo concetto è la pesante new entry dei mesi della legge di bilancio, verrà ripetuto prima e dopo i pasti. Ma che tipo di infrazione dovrebbe commettere, l’Italia? Più debito, forse, contro il logorio dei conti in ordine? Citofonare Parigi. Violare norme europee, magari quelle sugli ETS, sospendendoli unilateralmente? Mi pare poco realistico ma, in caso, vorrei sapere se le associate Confindustria sono pronte a pagare le multe Ue. Visto che Orsini ha ribadito in altro evento che “Confindustria appoggerà eventuali infrazioni del governo italiano”, sarebbe utile avere qualche dettaglio in più su chi pagherebbe l’endorsement.

Altro slogan punto programmatico di Orsini: vanno incentivate le aggregazioni tra piccole imprese. Perché guardando i dati della produttività, ha spiegato, “le nostre grandi aziende sono appena sotto quelle tedesche, le nostre medie sono le migliori d’Europa, il problema riguarda le piccole”. Premesso che sono incondizionatamente d’accordo con la constatazione, resto perplesso dalla terapia. Agevolazioni fiscali per aggregazioni? In che modo? E comunque, voi ce le vedete due piccole o piccolissime imprese, con la loro prevalente cultura padronale e imbozzolata contro il mondo esterno, aggregarsi? Io no. Quindi, attendiamo lumi.

Ma soprattutto, finito un PNRR ne va fatto subito un altro:

Dobbiamo pensare ad un piano Rilancio Italia, utilizzando capitali pazienti come quelli dei fondi pensione, e i risparmi delle famiglie, remunerandoli, per investire in infrastrutture, sanità, scuola, crescita.

Ora, a parte la menata dei “capitali pazienti”, si fanno “investimenti” in qualcosa che produce reddito. Non so voi, ma io non ho chiaro quanto possa essere il rendimento di “investimenti” in scuola e sanità. O in infrastrutture, se non si tratti di pedaggi. Ma allora, forse, se dobbiamo “remunerare i risparmi delle famiglie” per fare queste spese, ci serve uno strumento molto innovativo, che credo si chiami Btp. Però evitando di emetterne troppi, ché altrimenti si mette male. Insomma, anche qui direi che mancano i dettagli.

Me lo ha detto mio cugino

C’è poi il refrain più gettonato da Orsini:

Dei 74 miliardi che la Ue incassa [dagli ETS, ndPh.], 14 vanno a finanziare la Commissione.

Ho chiesto all’AI, pregandola di non allucinarsi, e in effetti mi ha tirato fuori anche le fonti. Questo è il fact-checking, ad uso dei giornalisti, soprattutto di quelli del quotidiano di Confindustria:

L’affermazione di Orsini non coincide con i dati ufficiali sul sistema ETS. La Commissione europea indica che nel 2025 le aste dell’EU ETS hanno generato poco più di 43 miliardi di euro, dei quali circa 24 miliardi sono andati direttamente ai bilanci degli Stati membri; nel 2024 il totale era stato di 38,8 miliardi, di cui 24,4 miliardi agli Stati. La parte restante finanzia strumenti europei come l’Innovation Fund, il Modernisation Fund e, in alcuni casi, il Recovery and Resilience Facility.

Anche il dato dei 14 miliardi destinati alla Commissione europea non trova riscontro nella struttura attuale dell’ETS. Il bilancio Ue 2025 è finanziato principalmente dai contributi basati sul reddito nazionale lordo, dalla quota IVA, dai dazi doganali e dal contributo sulla plastica non riciclata: l’ETS non è attualmente una risorsa propria del bilancio europeo. Il riferimento potrebbe riguardare invece una misura futura: per il bilancio Ue 2028-2034 la Commissione ha proposto di destinare al bilancio dell’Unione una quota del 30% dei proventi dell’ETS1. La stima ufficiale è di 75,6 miliardi di euro complessivi nell’intero periodo 2028-2034, non di 74 miliardi di incassi annuali; inoltre si tratta di una proposta ancora soggetta al negoziato tra Stati membri e Parlamento europeo.

Infine, i 14 miliardi non corrispondono neppure alla spesa amministrativa della Commissione: il bilancio UE 2026 prevede circa 10 miliardi di euro per l’amministrazione di tutte le istituzioni europee nel loro complesso. Esiste invece un fondo ETS con una dotazione stimata intorno ai 14 miliardi di euro, il Modernisation Fund, ma si tratta di risorse destinate a finanziare la transizione energetica in dieci Stati membri e non a «finanziare la Commissione».

Pertanto, la frase «l’ETS incassa 74 miliardi, di cui 14 vanno alla Commissione» non descrive correttamente né gli incassi attuali dell’ETS né il sistema di finanziamento del bilancio Ue. Sembra piuttosto mettere insieme cifre riferite a periodi e destinazioni differenti: i ricavi annuali delle aste ETS, una futura risorsa propria proposta per il bilancio 2028-2034 e una dotazione finanziaria del Modernisation Fund.

Bon, attendiamo smentite e precisazioni. Che invece sono arrivate a strettissimo giro su una affermazione di Orsini su Generali, che ormai la nostra politica ha ribattezzato “la cassaforte degli italiani”. Leggiamo dall’informatissimo Messaggero:

Generali – ha detto Orsini – ha in pancia 600 miliardi di risparmi italiani e, se qualcheduno mi dice “sai stanno pensando a una fusione – in caso in cui vinca l’altra cordata – tra Axa e Generali e forse la sede la vogliono mettere a Parigi, io rispondo che dentro Generali ci sono 600 miliardi nostri, quella roba lì sta in Italia, quella roba lì deve servire a fare investimenti in Italia, quindi io sto con quelli che stanno con quella roba lì, punto, e non ho casacche.

La roba italiana

Quella roba lì, che pare una citazione di Verga, è roba nostra, disse Orsini. Causando l’immediata precisazione di Generali, che ha replicato

[…] sottolineando come la compagnia gestisca “molto di più rispetto ai 600 miliardi” di cui parla Orsini spiegando poi che sono “quasi 1000 miliardi e, trattandosi del leader europeo nell’assicurazione vita retail, oltre due terzi di questa cifra appartengono a cittadini europei (ma anche americani e asiatici) che non sono italiani”.

Quindi, un Orsini preciso ma non precisissimo. Ah, quasi scordavo: in altro evento, il Nostro ha ribadito che serve “un mercato unico europeo dei capitali”. Domanda: unico con o senza “quella roba lì” di Generali? Ah, saperlo.

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