La piccola bottega del welfare

Forse non ne siete al corrente ma la gloriosa Confcommercio da qualche tempo si è regalata un rebranding, per essere al passo con i tempi da scroll che viviamo: ora si fa chiamare Confcom. Secco, rapido, moderno. Anche se all’inizio li avevo scambiati per un nuovo gestore di telefonia. Ma la tradizione resta viva sotto il cofano della modernità, per cui la produzione scientifica dell’organizzazione associativa del commercio italiano resta improntata a capisaldi quali la lotta all’estinzione dei negozi nei centri urbani, grandi e piccoli.

Vetrine spente

L’ultimo studio, realizzato in collaborazione con l’Istituto Tagliacarne, segnala che entro la fine di quest’anno i negozi sfitti in Italia saranno 460 mila, il 17% del totale dei locali commerciali. In dettaglio,

A pagare il prezzo più alto di questa trasformazione economica sono il piccolo commercio non alimentare, che da solo conta circa 172 mila vetrine spente, e il settore della ristorazione e dei bar, dove si stimano quasi 90 mila locali vuoti. La piaga dello sfitto mostra picchi particolarmente severi in alcuni comparti specifici: tra i negozi tradizionali, abbigliamento, calzature e articoli per la casa registrano tassi di abbandono superiori al 20%, ma la situazione appare ancor più drammatica per le agenzie di viaggio, dove la percentuale di locali non attivi supera il 34%. Sotto pressione anche la cura della persona, con i saloni di parrucchiere ed estetista che mostrano livelli di sfitto vicini al 23%.

Le cause sono note: centri commerciali ed e-commerce su tutte. Mettiamoci anche l’evoluzione della tecnologia, che rende ormai superflue tipologie di esercizi come le agenzie di viaggio. La ricerca segnala inoltre il fenomeno dello sfitto di lungo termine:

In media, tra il 2012 e il 2023, la durata dell’inutilizzo di un locale commerciale è stata calcolata in ben 7,2 anni.

Che fare, quindi? Intanto, come dico da tempo, prendere atto che i tempi cambiano e shit happens, o meglio che esiste una cosa chiamata rischio d’impresa e d’investimento, immobiliare incluso. Tentando di schivare questa lettura “liquidazionista”, Confcom la butta sul sociale. Non fatelo per noi commercianti ma per fini più alti e nobili. Nasce così il concetto di “negozio di vicinato”, “vera e propria infrastruttura civica indispensabile per la vita urbana”. E che come tale va protetto e fatto rinascere:

Un locale di vicinato garantisce infatti presidio e sicurezza grazie alle sue vetrine accese, crea legami umani che alimentano una rete di welfare invisibile nei quartieri e contribuisce a mantenere lo spazio pubblico curato, vivo e vivibile.

Impressionante, non trovate? Ma altrettanto impressionante è la stima della perdita economica delle vetrine a luci spente:

Considerando un canone medio annuo stimato dall’Osservatorio del Mercato Immobiliare in circa 16mila euro a prezzi attuali, ciascun negozio vuoto genera un mancato guadagno complessivo di 116mila euro lungo l’intero periodo di sfitto. Per l’intero sistema economico italiano si traduce in una perdita vertiginosa da 53 miliardi di euro complessivi, pari a circa 4,4 miliardi di euro all’anno, un valore che equivale allo 0,2% del Prodotto Interno Lordo nazionale. 

Un modello superfisso

Niente affitti di negozi, meno Pil per tutti. A me questo pare il modello superfisso portato alle estreme conclusioni. Intanto, i prezzi si aggiustano all’interazione tra domanda e offerta, e gli affitti sono prezzi. Quindi quel numero risente di un’evoluzione strutturale di lungo periodo: non resta fisso e potrebbe persino tendere a zero. E soprattutto non è che quello 0,2% sia perso: si sposta altrove, assieme alla domanda. Qui di “vertiginoso” mi pare ci sia soprattutto la fallacia di inventarsi un buco di Pil calcolato dal lato del reddito.

Che fare, quindi? Di certo, evitare di trasferire risorse fiscali ad attività che non hanno più domanda. Neppure con cadeau come la cedolare secca sugli affitti dei negozi, che i proprietari dei medesimi possono cedere in tutto o in parte agli affittuari (quando non sono le stesse persone) ma che non serve a riportare la domanda ma solo a sprecare le tasse dei pochi intimi rimasti a pagarle.

Ribadisco: quei negozi possono diventare abitazioni, ad esempio. Basta una delibera di giunta o poco più. I proprietari degli immobili prendono atto che gli investimenti possono andare male e per l’aspetto sociale i comuni possono agire per altre vie, cercando risorse. I commercianti e i proprietari dei negozi vengono sgravati dell’impegnativo ruolo di custodi della rete di welfare. Il concetto però non entra in testa ai vertici di Confcom, che hanno deciso di essere i nuovi filantropi della società, costi quel che costi (a chi paga le tasse). Motivo per cui l’arzillo nonagenario Carlo Sangalli si fa avanti:

[…] chiediamo al Governo di destinare adeguate risorse ai Comuni per realizzare piani di sostegno alle economie di prossimità con l’obiettivo di riaprire i locali vuoti, favorire nuove attività e ridare vita alle comunità.

Suona l’inno nazionale: “Datece li sordi“, accompagnato da “abbiamo una missione sociale da compiere“, la leggendaria rigenerazione urbana. Deve essere la nuova (anzi, antica) declinazione del concetto ciellino di sussidiarietà. Io sono certamente favorevole al welfare di prossimità, qualunque cosa ciò significhi, ma contrario al welfare per proprietari di negozi e commercianti. Che possono e devono averlo ma in altri ruoli e condizioni.

Resto quindi soprattutto favorevole ad una analisi dei costi, oltre che dei benefici. Pertanto, sono sufficientemente arido da ritenere che la commistione di attività economica e “missione sociale”, vera o immaginaria, non deponga a favore della tutela della maggiore specie in via di estinzione in Italia: quella del contribuente.

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