Dopo aver “archiviato” per un sontuoso semestre la grana Tav, con un equilibrismo linguistico che nulla modificherà nella sostanza, ed in attesa di “interloquire” con Francia e Ue (spoiler: finirà in nulla e l’opera si farà), i nostri eroi gialloverdi proseguono nella loro attività prioritaria: accelerare frenando o frenare accelerando, quando non hanno qualche imprescindibile ed epocale elezione di condominio da scavallare.

Una delle maggiori disfunzionalità della grande operazione di voto di scambio nota come reddito di cittadinanza è relativa alla cosiddetta congruità dei lavori offerti ai destinatari del sussidio, ovviamente prescindendo dall’esistenza di tali lavori. Il fatto che nel decretone sia stata inserita anche una soglia retributiva minima determinerà rilevanti casini.

Ieri mattina, come spesso accade, i giornali italiani sono stati presi in contropiede da un articolo della stampa estera. Questa volta è stato il Financial Times, che ha postato sull’edizione online la notizia del forte malumore di Washington e della preoccupazione di Bruxelles per l’Italia che starebbe per diventare il primo paese del G7 a sostenere formalmente la Belt and Road Initiative (BRI) di Pechino. Al termine di una giornata che ha visto i nostri giornalisti impegnati a inseguire le notizie date da fuori, ecco quello che potremmo aver compreso.

Ieri è stata la giornata in cui lo stagno italiano ha prodotto una bolla di fermentazione più grande delle innumerevoli altre emesse quotidianamente e che fanno la felicità di retroscenisti e conduttori di circhi televisivi con claque prezzolata. Per l’ennesima volta, dall’Italia si è levata una ferma vocina: “no al bail-in bancario!”. Epperbacco.

Il 24 febbraio, sul Sole, è uscito un articolo a firma del vice direttore Alessandro Plateroti, dal titolo tanto intrigante quanto poco comprensibile: “Banche, l’oro in bilancio vale più dei titoli di Stato“. Ancor più intrigante e meno comprensibile è l’occhiello (“Basilea 3 reintroduce il gold standard – Banche, l’oro nei bilanci diventa moneta“). Mosso dalla curiosità per questa evidente titolazione-esca, mi sono letto l’intero articolo, che credo faccia parte del filone investigativo del giornale. Quello dietro il quale si cela di solito un enorme complotto ai danni dell’Italia.

Devo confessare che trovo sempre meno spunti e voglia per commentare quello che sta accadendo nel povero paese alla deriva nel Mediterraneo. I temi tornano con ciclicità ad alta frequenza, mostrando un’emivita sempre più corta, che pare confermare che l’instupidimento del discorso pubblico è ormai prossimo alla fase terminale. Del resto, lo scenario che abbiamo di fronte è molto ben delineato.

Oggi sul Corriere trovate l’ennesima puntata dell’avvincente rubrica in cui la nota watchdog Milena Gabanelli vi spiega come risolvere i problemi della penisola, a colpi di proiettili d’argento. Questa volta parliamo dell'”eccesso” di liquidità degli italiani, che pare tengano sul conto corrente ben il 32% della loro ricchezza finanziaria.

La giornata di ieri è stata l’epitome della cifra stilistica di questo cosiddetto esecutivo che non esegue. Tutto si compendia nella sequenza “proclama-stallo-rinvio”. Uno schema a cui siamo ormai abituati e che ci accompagnerà sin quando la realtà, sotto forma di crisi economica grave, non darà una spallata decisiva a questa compagnia di giro.

Il 2018 è stato un anno molto importante per Atac, la municipalizzata di trasporto pubblico locale di Roma. È stato chiesto ed ottenuto dai creditori il concordato, salutato dalla sindaca Virginia Raggi e dai suoi come un evento a metà tra l’apertura delle acque del Mar Rosso e la scoperta della pietra filosofale. Tra i buoni propositi legati, almeno indirettamente, alla procedura concorsuale, c’era anche il controllo dell’assenteismo che piaga la municipalizzata. A giudicare dal consuntivo dell’anno, l’effetto è stato effettivamente eclatante ma non nel senso sperato.