La ragione dell’elevato costo dell’assicurazione sanitaria individuale risiede in quella che gli economisti chiamano “selezione avversa”. Questo fenomeno, che è alla base dei casi di fallimento del mercato, si verifica ogni volta che uno dei due potenziali contraenti dispone di informazioni migliori rispetto all’altro. Quest’ultimo tenterà di difendersi facendo cose che di solito impediscono alle parti di concludere la transazione in modo soddisfacente. Immaginate di essere un soggetto giovane e sano, interessato ad acquistare un’assicurazione sanitaria. Ed ipotizzate quindi che la vostra compagnia di assicurazione stimi in 1000 euro l’anno il costo della spesa sanitaria per soggetti della vostra età. In questo caso, vi verrà richiesto un premio di 1000 euro. Tuttavia, se voi siete soggetti sani, e sapete che la vostra spesa sanitaria annuale è certamente inferiore ai 1000 euro, rinuncerete a comprare la polizza. Ma questo è esattamente ciò che squilibra il sistema. Le compagnie di assicurazione hanno bisogno dei 1000 euro di premio pagato dai soggetti sani per riuscire a pagare i 30.000 euro annui necessari, ad esempio, alle cure dei pazienti oncologici. A questo punto, per cercare di mantenere in equilibrio i propri conti, l’assicurazione dovrà portare il premio annuo a 1500 dollari. Ma così facendo, gli assicurati “quasi sani”, cioè quelli che spendono ogni anno meno di questo importo, pur non avendo una spesa sanitaria nulla, cesseranno di rinnovare la propria polizza. E così via, in un circolo vizioso che gli economisti chiamano “adverse selection death spiral”.

Quale è il legame tra fascismo e socialismo? Secondo Ludwig Von Mises, essi rappresentano stadi di un continuum di controllo economico, che inizia con l’intervento sul libero mercato, si muove verso irregimentazione e rigidità crescenti, marcia verso il socialismo al crescere dei fallimenti dell’intervento pubblico, e termina in dittatura. Ciò che ha caratterizzato la variante fascista dell’interventismo è stato l’affidamento sull’idea di stabilità per giustificare l’estensione del potere dello stato. Le grandi imprese ed il sindacato si allearono con lo stato per ottenere stabilità contro quelle che Murray Rothbard chiamava fluttuazioni del ciclo economico, gli alti e bassi di particolari mercati, frutto di cambiamenti nelle preferenze dei consumatori. Imprese e sindacato ritenevano, ingenuamente, che il potere dello stato potesse sostituire la sovranità del consumatore con la sovranità dei produttori sulle proprie industrie, mantenendo al contempo l’elevata produttività creata dalla divisione del lavoro.

Caro Federico, posso essere d’accordo (anzi, lo sono certamente) con il giudizio che esprimi su questo centrodestra. Non è liberale, non è liberista. E’ dirigista, colbertiano, inetto, protettore dei poteri forti (Fiat e sindacati in primis), incline ad un clericalismo pavloviano e compulsivo, incapace di sviluppare un qualsivoglia riformismo liberale, sia esso debole o forte. La domanda (frusta e banale, lo so) sorge spontanea: e dall’altra parte? Ieri Mastella, noto liberale, ha dichiarato (davanti alle telecamere): “Pannella PORTA IELLA“. E Rosy Bindi ha detto che occorre aspettare, prima di considerare i radicali come parte integrante dell’Unione, forse perché i radicali hanno “contaminato” uno dei soci fondatori dell’Ulivo.

Secondo alcune recenti evidenze di ricerca, l’immigrazione professionalmente qualificata eserciterebbe effetti positivi sull’economia statunitense, mentre quella di soggetti dequalificati influirebbe negativamente. In particolare, gli immigrati appartenenti alla prima categoria andrebbero a ricoprire ruoli professionali di difficile reperibilità sul mercato del lavoro interno, contribuirebbero ad un utilizzo più efficiente della base di capitale e alla crescita di produzione e reddito e pagherebbero in tasse più di quanto ottenuto in termini di benefici pubblici. I lavoratori immigrati non qualificati, per contro, riducono occupazione e retribuzioni dei lavoratori nativi del paese, contribuiscono ad alzare i prezzi di case ed affitti nelle fasce di reddito più basse, tendono ad inviare in patria la quasi totalità dei propri guadagni, anziché spenderli sul mercato domestico, e pagano in tasse (qualora siano regolari) mediamente meno di quanto ricevono in sussidi pubblici.

Il titolo di questo post, oltre a non rappresentare fedelmente il nostro pensiero, è volutamente provocatorio. Lo utilizziamo per gettare un sasso nella piccionaia delle adesioni entusiastiche, e spesso acritiche, con cui il tema della tassazione proporzionale del reddito personale viene accolto in questo periodo da quella parte di opinione pubblica che si definisce di orientamento liberale, liberista o più genericamente antistatalista.
E’ d’obbligo una premessa, per meglio inquadrare il contesto originario in cui la flat-tax è stata proposta per la prima volta, anni addietro, da Steve Forbes. Non ci soffermeremo sulle qualità attribuite a questo tipo di tassazione, che avremo comunque modo di analizzare tra poco, per evidenziare che non sempre di qualità si tratta. Vogliamo sottolineare che la proposta di Forbes era esplicitamente mirata alla tassazione del reddito da parte del governo federale. Ciò, se da un lato è coerente con la dottrina conservatrice dello “stato minimo”, quella che prevede il taglio della spesa pubblica durante le espansioni e la riduzione della tassazione durante le recessioni, è tuttavia soprattutto funzionale all’ideologia federalista, che mira a ricondurre la tassazione il più vicino possibile alle comunità locali, in modo che ad esse sia effettivamente demandata la scelta del sistema fiscale.

In un recente articolo Kevin Hassett, direttore degli studi di politica economica dell’American Enterprise Institute ed ex-consigliere economico del candidato repubblicano John McCain alle presidenziali del 2000, analizza le circostanze che in anni recenti hanno condotto al dominio repubblicano sulla scena politica americana, a confronto con l’elaborazione culturale e programmatica che i Democratici (non) sono riusciti a compiere. I Repubblicani sono diventati, nel bene e nel male, il partito delle idee, i Democratici quello della reazione. I primi stabiliscono l’agenda, politica e culturale, i secondi passano il tempo a demonizzarla agli occhi degli elettori. Forse anche per contrastare questo declino culturale e progettuale, alcuni facoltosi liberals (circa ottanta, come segnalato dal Washington Post) hanno deciso di contribuire per almeno un milione di dollari a testa, allo scopo di finanziare una rete di think tanks attraverso un’organizzazione nota come Democracy Alliance, con lo scopo di rivitalizzare l’intellighenzia di sinistra. Ma il loro tentativo sembra destinato a fallire dall’origine.

Nei giorni scorsi, Unipol ha depositato in Consob il prospetto relativo alla propria offerta pubblica d’acquisto su Bnl. Abbiamo letto, durante tutto il mese di agosto, le sdegnate dichiarazioni di Fassino, che ha replicato stizzito agli “alleati” (dagli amici mi guardi iddio…) che rimproveravano ai diessini l’eccessiva spregiudicatezza e disinvoltura negli affari economici, e la contiguità ad alcuni ambienti affaristici. Il rimbrotto era originariamente partito da Arturo Parisi, braccio destro e longa manus di Prodi nella Margherita e, secondo osservatori come Emanuele Macaluso, rappresentava una sorta di pubblica manifestazione di dissenso per la gestione delle nomine ai vertici Rai. In particolare, secondo Macaluso, Claudio Petruccioli, pur ulivista della prima ora, non rientrava nel novero dei famigli di Prodi, e questo avrebbe profondamente irritato il “bambino della politica”, che avrebbe mandato avanti Parisi, in una singolare sequenza di messaggi criptati (che altri, e non noi, definirebbero paramafiosi). Tornando a Fassino, egli ha rivendicato il diritto della cooperazione a “fare impresa” ed entrare in un settore, come quello creditizio, che a suo giudizio è pertinente ed attinente all’oggetto sociale dell’azienda bolognese.