Di Eugenio Scalfari conosciamo da moltissimi anni la iattanza e la sicumera intellettuale, quel patrimonio di superiorità morale che è alla base di larga parte del pensiero politico dello schieramento con cui egli si identifica (o meglio, degli schieramenti che egli, da navigato king maker, unge di volta in volta con il suo crisma). Ma non ne conoscevamo ancora il gusto per il paradosso (via Informazionecorretta)

Dall’edizione on-line di Repubblica riportiamo un brano della cronaca di un dibattito “sulle religioni” tenutosi alla Fiera del libro di Torino.
Il brano che riportiamo riguarda l’intervento di Eugenio Scalfari, fondatore di Repubblica.

Così come, aggiunge Scalfari, “è vero ed è positivo che l’ebraismo non ha in sé la componente di proselitismo delle altre due religioni monoteistiche, come ha riconosciuto il rabbino Benedetto Carucci Viterbi. Ma questo suo autoescludersi ha avuto dei risvolti negativi” fino al punto da edificare una prigione, una enclave che ha reso possibile e alimentato l’antisemitismo con tutte le conseguenze che questo ha portato. Per questo – dice ancora il fondatore di Repubblica – noi non credenti vorremmo che si aprisse”.

Nelle università italiane sta rapidamente affermandosi un movimento squadrista e fascista di chiare connotazioni ideologiche, che trova nei centri sociali il proprio brodo di coltura. Questo movimento sembra trarre proficua ispirazione dall’antisionismo e da un filoarabismo manierista, retto dall’abituale equazione che vede nello Stato di Israele la matrice di ogni cospirazione contro le “masse sfruttate” di tutto il pianeta.
L’ultimo episodio, in ordine di tempo, è quello verificatosi all’università di Torino, contro Daniela Ruth Santus, professore associato di Geografia culturale alla facoltà di Lingue e letterature straniere. La docente, lo scorso 20 aprile, è stata contestata ed accusata di “propaganda sionista” dal Collettivo Universitario Autonomi (Cua), con interruzione della lezione, accensione di fumogeni, lancio di uova e pure pesanti insulti e minacce. Il 2 maggio contestazione ripetuta, ma all’esterno dell’ateneo. Un episodio che rappresenta solo l’ultimo caso, in ordine cronologico, di una marea montante antisionista (ci sforziamo di non definirla ancora antisemita) che sta assediando i luoghi dove dovrebbe formarsi la libera coscienza dei cittadini, le Università, ma anche contesti molto diversi, come i campi di calcio, dalle tribune della serie A alle categorie allievi, come dimostra la recente vicenda romana.

Leggiamo dal sito di Rainews24, organo di disinformazione digitale del servizio pubblico e, per l’ennesimo accidente della storia, di rigorosa osservanza marxista:

Sotto gli occhi dei dirigenti del Paese e degli “eroi” della guerra del Vietnam, come il leggendario generale Vo Nguyen Giap, militari, lavoratori e studenti hanno marciato agitando bandiere rosse. Lungo la strada giganteggiavano ritratti dell’allora leader nordvietnamita Ho Chi Minh.

La vittoria del 30 aprile 1975 è “scritta per sempre nella storia del nostro paese come una delle pagine più gloriose”, ha dichiarato nella capitale vietnamita, Hanoi, il primo ministro, Phan Van Khai, durante la cerimonia per il Giorno della Liberazione.

Il governo spera che le commemorazioni aiuteranno a far risorgere il patriottismo e l’orgoglio nazionale tra i giovani. Il premier ha aggiunto, infatti, che il Vietnam ha ancora molte sfide da affrontare e dovrebbe lasciarsi il passato alle spalle per guardare al futuro. Senza dimenticare di “rinforzare le relazioni con i Paesi che presero parte alla guerra in Vietnam”.

L’unica personalità straniera partecipante alle celebrazioni è il ministro della Difesa cubano, Raul Castro, il fratello più giovane di Fidel Castro, nonché suo probabile erede. Cuba, Unione Sovietica e Cina furono gli alleati chiave del Vietnam del Nord durante il conflitto.

Più di 7.500 prigionieri, compresi i detenuti politici, sono stati rilasciati quest’anno per l’amnistia decisa in onore dell’anniversario.

Quindi, business as usual. L’iconografia classica del comunismo è salva:

Con l’iniziativa di costituire un soggetto unico del centrodestra (non chiamiamolo partito unico, il professor Sartori e la memoria storica ne sarebbero urtati…), Silvio Berlusconi sta tentando di aggirare le disfunzioni del sistema elettorale italiano e, al contempo, di impedire che l’apparente frana di consensi per Forza Italia provochi la liquefazione di un partito che non è mai riuscito a mettere radici sul territorio e ad emanciparsi dalla figura del proprio creatore. Andiamo con ordine. L’attuale legge elettorale italiana, che il professor Sartori definì mattarellum, dal nome del suo primo firmatario, l’esponente dei Popolari Sergio Mattarella, vide la luce dopo una tormentata gestazione nell’agosto 1993, sulle macerie del sistema partitico distrutto da Tangentopoli. Un sistema imperniato su due pilastri: il parlamentarismo e la legge elettorale proporzionale. Come noto, uno dei principali trade-off dei sistemi politici è quello tra governabilità e rappresentatività.

Anche quest’anno si compie la liturgia dell’anniversario della Liberazione del paese dal nazifascismo. Parliamo di liturgia perché, da sempre, questo giorno è stato sequestrato dall’egemonia culturale della sinistra, e scagliato contro il “nemico” di turno. Nemico che anni addietro era rappresentato dalla Dc e dal suo sistema di potere, oggi è incarnato da Berlusconi e dalla sua coalizione. Né mancano temi “evergreen” come l’odio antiamericano ed antisionista, e la difesa intransigente degli abituali temi del terzomondismo autoritario, siano essi Cuba, Chavez, i palestinesi o le tematiche no-global.
Non stupisce, quindi, che anche oggi la sinistra abbia colto l’occasione per celebrare il proprio 25 aprile di divisione e di guerra civile dialettica. Quest’anno il tema dominante è rappresentato dalla difesa della Costituzione del 1948, contro il progetto di riforma federalista approvato in prima lettura dal precedente governo Berlusconi. Romano Prodi, da navigato arruffapopolo, ha subito colto l’occasione per galvanizzare le proprie truppe, acquisendo l’aria grave e pensosa dei tempi migliori, quella della superiorità morale ed antropologica che rappresenta il migliore collante per una coalizione tuttora priva di un programma e di temi condivisi che non siano l’ossessione antiberlusconiana.
Sulla premessa che noi consideriamo atto moralmente dovuto la pietà per i morti, di qualsiasi ideologia, ma consideriamo parimenti inaccettabile la parificazione, morale e anche materiale, tra i due schieramenti, vorremmo ricordare questo 25 aprile parlando del contributo fornito dalla Brigata Ebraica alla liberazione del nostro paese, e lo facciamo al contempo per denunciare l’intolleranza e l’uso strumentale che una parte non minoritaria della sinistra fa del 25 aprile, divenuto ormai il contenitore universale della mistificazione ideologica, ma anche per tenere viva una pagina di storia che troppo spesso viene sepolta da quella furia revisionista che la sinistra tende abitualmente ad attribuire ai propri avversari.

A beneficio di Ezio Mauro e di tutti i republicones dotati di scarso discernimento ed assai minore onestà intellettuale, che continuano a vedere neocon ad ogni angolo (rigorosamente oscuro) di strada, ecco un bell’articolo su Ann Coulter scritto da Alessandro Tapparini su Notizie Radicali. Speriamo possa essere utile nella titanica opera tassonomica intrapresa dalla nostra brillante intellighenzia progressista per meglio individuare e demonizzare il nuovo nemico.

PERCHE’ NON C’E’ UNA ANN COULTER DI SINISTRA?

di Alessandro Tapparini

“Simbolo Sexy dei neo-con”: così lunedì 18 aprile La Repubblica, con un articolo di Arturo Zampaglione, etichettava l’opinionista americana Ann Coulter nel dar conto della copertina, a lei dedicata, dell’ultimo numero di TIME.

A Repubblica non sono nuovi a codesti svarioni: già nel luglio 2003 in un articolo di Federico Rampini sulla Coulter la stessa veniva ripetutamente etichettata come “neocon”.

E invece, la bionda polemista del Connecticut è ed è sempre stata, più semplicemente, una classica, becera conservatrice: nulla a che vedere, quindi, con i famigerati neo-con (che per definizione sono quella anomala destra venuta da sinistra portandosi dietro una parte rilevante del bagaglio culturale radical). Per rendersene conto basterebbe considerare i giudizi (“volgare demagogo”, “fenomeno disgustoso”) che Irving Kristol, supremo maitre-à-penser neo-con, scrisse a suo tempo su quel mitico senatore McCarthy che la Coulter è invece da anni impegnata a riabilitare.

Per chi, come noi, si dichiara laico ma non laicista, l’elezione a papa di Joseph Ratzinger suscita interesse soprattutto per un motivo: l’orgogliosa rivendicazione della cristianità ed il tentativo di porre un punto fermo nei confronti del relativismo morale che, per l’ex Prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, rischia di minare dalle fondamenta l’edificio del cattolicesimo. Abbiamo già evidenziato la critica molto aspra nei confronti di un’Europa che alcuni definirebbero scristianizzata, altri secolarizzata, altri ancora laica e liberale e che noi tenderemmo a definire affetta da anti-spiritualità. Non abbiamo certo l’arroganza intellettuale di voler cogliere fior da fiore e utilizzare “a’ la carte” frammenti del pensiero di Ratzinger, piegandoli a nostri utilitarismi: ci sarà tempo e modo di criticare, anche aspramente, da posizioni laiche e liberali, l’intero corpus dottrinario di Benedetto XVI. Ciò con cui ci sentiamo in sintonia è proprio la critica ad un’idea di Europa che promuove, quasi compulsivamente, il dialogo interreligioso con fedi che non siano il cattolicesimo e più in generale il cristianesimo, mentre a quest’ultimo riserva solo disprezzo intellettuale ed aggressività nichilista.

“Vorrei mettere in rilievo solo un aspetto fondamentale per tutte le culture: il rispetto nei confronti di ciò che per l’altro è sacro, e particolarmente il rispetto per il sacro nel senso più alto, per Dio, cosa che è lecito supporre di trovare anche in colui che non è disposto a credere a Dio. Laddove questo rispetto viene infranto in una società, qualcosa di essenziale va perduto. Nella nostra società attuale, grazie a Dio, viene multato chi disonora la fede di Israele, la sua immagine di Dio, le sue grandi figure. Viene multato anche chiunque vilipenda il Corano e le convinzioni dell’Islam. Se invece si tratta di Cristo e di ciò che è sacro per i cristiani, ecco che allora la libertà d’opinione diventa il bene supremo, limitare il quale sarebbe minacciare o addirittura abolire la tolleranza e la libertà in generale. La libertà di opinione trova però il suo limite in questo: che non può distruggere l’onore e la dignità dell’altro, non è libertà di mentire o di cancellare i diritti umani. C’è qui un odio di sé dell’Occidente che è strano e che si può considerare solo come qualcosa di patologico; l’Occidente tenta sì in maniera lodevole di aprirsi pieno di comprensione a valori esterni, ma non ama più se stesso; della sua storia vede oramai soltanto ciò che è deprecabile e distruttivo, mentre non è più in grado di percepire ciò che è grande e puro.