Con l’iniziativa di costituire un soggetto unico del centrodestra (non chiamiamolo partito unico, il professor Sartori e la memoria storica ne sarebbero urtati…), Silvio Berlusconi sta tentando di aggirare le disfunzioni del sistema elettorale italiano e, al contempo, di impedire che l’apparente frana di consensi per Forza Italia provochi la liquefazione di un partito che non è mai riuscito a mettere radici sul territorio e ad emanciparsi dalla figura del proprio creatore. Andiamo con ordine. L’attuale legge elettorale italiana, che il professor Sartori definì mattarellum, dal nome del suo primo firmatario, l’esponente dei Popolari Sergio Mattarella, vide la luce dopo una tormentata gestazione nell’agosto 1993, sulle macerie del sistema partitico distrutto da Tangentopoli. Un sistema imperniato su due pilastri: il parlamentarismo e la legge elettorale proporzionale. Come noto, uno dei principali trade-off dei sistemi politici è quello tra governabilità e rappresentatività.

Anche quest’anno si compie la liturgia dell’anniversario della Liberazione del paese dal nazifascismo. Parliamo di liturgia perché, da sempre, questo giorno è stato sequestrato dall’egemonia culturale della sinistra, e scagliato contro il “nemico” di turno. Nemico che anni addietro era rappresentato dalla Dc e dal suo sistema di potere, oggi è incarnato da Berlusconi e dalla sua coalizione. Né mancano temi “evergreen” come l’odio antiamericano ed antisionista, e la difesa intransigente degli abituali temi del terzomondismo autoritario, siano essi Cuba, Chavez, i palestinesi o le tematiche no-global.
Non stupisce, quindi, che anche oggi la sinistra abbia colto l’occasione per celebrare il proprio 25 aprile di divisione e di guerra civile dialettica. Quest’anno il tema dominante è rappresentato dalla difesa della Costituzione del 1948, contro il progetto di riforma federalista approvato in prima lettura dal precedente governo Berlusconi. Romano Prodi, da navigato arruffapopolo, ha subito colto l’occasione per galvanizzare le proprie truppe, acquisendo l’aria grave e pensosa dei tempi migliori, quella della superiorità morale ed antropologica che rappresenta il migliore collante per una coalizione tuttora priva di un programma e di temi condivisi che non siano l’ossessione antiberlusconiana.
Sulla premessa che noi consideriamo atto moralmente dovuto la pietà per i morti, di qualsiasi ideologia, ma consideriamo parimenti inaccettabile la parificazione, morale e anche materiale, tra i due schieramenti, vorremmo ricordare questo 25 aprile parlando del contributo fornito dalla Brigata Ebraica alla liberazione del nostro paese, e lo facciamo al contempo per denunciare l’intolleranza e l’uso strumentale che una parte non minoritaria della sinistra fa del 25 aprile, divenuto ormai il contenitore universale della mistificazione ideologica, ma anche per tenere viva una pagina di storia che troppo spesso viene sepolta da quella furia revisionista che la sinistra tende abitualmente ad attribuire ai propri avversari.

A beneficio di Ezio Mauro e di tutti i republicones dotati di scarso discernimento ed assai minore onestà intellettuale, che continuano a vedere neocon ad ogni angolo (rigorosamente oscuro) di strada, ecco un bell’articolo su Ann Coulter scritto da Alessandro Tapparini su Notizie Radicali. Speriamo possa essere utile nella titanica opera tassonomica intrapresa dalla nostra brillante intellighenzia progressista per meglio individuare e demonizzare il nuovo nemico.

PERCHE’ NON C’E’ UNA ANN COULTER DI SINISTRA?

di Alessandro Tapparini

“Simbolo Sexy dei neo-con”: così lunedì 18 aprile La Repubblica, con un articolo di Arturo Zampaglione, etichettava l’opinionista americana Ann Coulter nel dar conto della copertina, a lei dedicata, dell’ultimo numero di TIME.

A Repubblica non sono nuovi a codesti svarioni: già nel luglio 2003 in un articolo di Federico Rampini sulla Coulter la stessa veniva ripetutamente etichettata come “neocon”.

E invece, la bionda polemista del Connecticut è ed è sempre stata, più semplicemente, una classica, becera conservatrice: nulla a che vedere, quindi, con i famigerati neo-con (che per definizione sono quella anomala destra venuta da sinistra portandosi dietro una parte rilevante del bagaglio culturale radical). Per rendersene conto basterebbe considerare i giudizi (“volgare demagogo”, “fenomeno disgustoso”) che Irving Kristol, supremo maitre-à-penser neo-con, scrisse a suo tempo su quel mitico senatore McCarthy che la Coulter è invece da anni impegnata a riabilitare.

Per chi, come noi, si dichiara laico ma non laicista, l’elezione a papa di Joseph Ratzinger suscita interesse soprattutto per un motivo: l’orgogliosa rivendicazione della cristianità ed il tentativo di porre un punto fermo nei confronti del relativismo morale che, per l’ex Prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, rischia di minare dalle fondamenta l’edificio del cattolicesimo. Abbiamo già evidenziato la critica molto aspra nei confronti di un’Europa che alcuni definirebbero scristianizzata, altri secolarizzata, altri ancora laica e liberale e che noi tenderemmo a definire affetta da anti-spiritualità. Non abbiamo certo l’arroganza intellettuale di voler cogliere fior da fiore e utilizzare “a’ la carte” frammenti del pensiero di Ratzinger, piegandoli a nostri utilitarismi: ci sarà tempo e modo di criticare, anche aspramente, da posizioni laiche e liberali, l’intero corpus dottrinario di Benedetto XVI. Ciò con cui ci sentiamo in sintonia è proprio la critica ad un’idea di Europa che promuove, quasi compulsivamente, il dialogo interreligioso con fedi che non siano il cattolicesimo e più in generale il cristianesimo, mentre a quest’ultimo riserva solo disprezzo intellettuale ed aggressività nichilista.

“Vorrei mettere in rilievo solo un aspetto fondamentale per tutte le culture: il rispetto nei confronti di ciò che per l’altro è sacro, e particolarmente il rispetto per il sacro nel senso più alto, per Dio, cosa che è lecito supporre di trovare anche in colui che non è disposto a credere a Dio. Laddove questo rispetto viene infranto in una società, qualcosa di essenziale va perduto. Nella nostra società attuale, grazie a Dio, viene multato chi disonora la fede di Israele, la sua immagine di Dio, le sue grandi figure. Viene multato anche chiunque vilipenda il Corano e le convinzioni dell’Islam. Se invece si tratta di Cristo e di ciò che è sacro per i cristiani, ecco che allora la libertà d’opinione diventa il bene supremo, limitare il quale sarebbe minacciare o addirittura abolire la tolleranza e la libertà in generale. La libertà di opinione trova però il suo limite in questo: che non può distruggere l’onore e la dignità dell’altro, non è libertà di mentire o di cancellare i diritti umani. C’è qui un odio di sé dell’Occidente che è strano e che si può considerare solo come qualcosa di patologico; l’Occidente tenta sì in maniera lodevole di aprirsi pieno di comprensione a valori esterni, ma non ama più se stesso; della sua storia vede oramai soltanto ciò che è deprecabile e distruttivo, mentre non è più in grado di percepire ciò che è grande e puro.

Sempre riguardo il tema della violenza negli stadi, e quello dei frusti luoghi comuni di quella parte della stampa italiana (casualmente, sempre quella moralmente ed antropologicamente superiore), che non riesce più a sdegnarsi di fronte alle manifestazioni di antisemitismo negli stadi, ma è sempre pronta con l’immancabile ditino ammonitore a “suggerire” la vecchia tesi no-global (visceralmente razzista) degli israeliani fautori di un regime di apartheid, ripubblichiamo un articolo di Deborah Fait, apparso su Informazionecorretta:

Il pontificato di Karol Wojtyla sarà ricordato in molti modi: come quello della globalizzazione mediatica, del dialogo interreligioso e della solenne offerta di scuse per gli errori di Santa Romana Chiesa, del contributo alla caduta del Muro di Berlino ma anche della critica serrata e stringente alle anomie e alienazioni del capitalismo trionfante. O anche come il pontificato della “restaurazione”, intesa come riforma o controriforma ed allontanamento dalle spinte più “progressiste” del Concilio Vaticano II. Un pontificato di modernità tecnologica e post-conciliare, ma al tempo stesso un pontificato di critica assoluta di quell’Illuminismo che sembrava destinato, nella sua declinazione contemporanea, a mettere in soffitta la dimensione della fede. Ma sarà ricordato anche come il pontificato che ha trasmesso un messaggio profondo e pervasivo con il quale tutti dobbiamo confrontarci: il messaggio di un neo-umanesimo cristiano, quel porre al centro di tutto l’uomo, vero valore supremo dell’azione nella Storia del dio cristiano. Contro ogni alienazione, contro ogni culto materialista, sia esso il materialismo storico di matrice marxista che quello non meno distruttivo della nostra società occidentale, che pure ha meriti storici di affermazione della dignità umana, ma che sempre più spesso rischia di tradirli.

Scrive Charles Krauthammer, in un editoriale sul Washington Post:

“(…) Quando un editoriale di Le Monde, intitolato “Primavera Araba” riconosce “i meriti di George W.Bush”, quando il titolo principale dell’Independent di Londra è “Bush aveva ragione dopo tutto”?, e quando un editoriale su Der Spiegel si chiede “George W.Bush potrebbe aver ragione”?, allora tu senti che qualcosa di radicale è accaduto.

Non è solo una breccia nelle trincee dello snobismo europeo. L’Iraq e, in senso lato, la dottrina Bush, sono sempre state più di una semplice materia intellettuale. Il paternalismo e la visione quasi colonialista della sinistra verso i barbari arabi non è solo analiticamente sbagliata. E’ anche una bancarotta morale.

Dopo tutto, andando a ritroso almeno fino alla Guerra Civile spagnola, la sinistra si è sempre orgogliosamente considerata il grande campione internazionale di libertà e diritti umani. Eppure, quando l’America propose di rimuovere l’uomo responsabile di aver torturato, gassato e ucciso decine di migliaia di iracheni, la sinistra si è improvvisamente trasformata nel campione dell’inviolabile sovranità westfaliana.

La polemica innescata dalle ultime, lievemente avventate e vagamente elettoralistiche, dichiarazioni del premier, su tempi e modi del disimpegno delle nostre truppe dall’Iraq, rappresenta un’ottima occasione per ripassare la Costituzione della Repubblica italiana. Secondo il quirinalista del Tg3, Luciano Fraschetti, il presidente Ciampi, da Londra, avrebbe espresso malumore ed irritazione per l’esternazione di Berlusconi, perché non preventivamente informato. Ma Fraschetti fa e dice di più: arriva a spingersi ad affermare che il presidente della repubblica sarebbe “il massimo rappresentante della politica estera italiana”. Really? Rileggiamo allora la nostra Carta fondamentale, articoli da 87 a 90: