Da alcuni anni, dopo aver lasciato la direzione di Repubblica e monetizzato meritatamente i frutti della sua creatura imprenditoriale, Eugenio Scalfari si è elevato nell’empireo della riflessione filosofica. Nulla di che, alcune rimasticature di grandi temi della (e sulla) umana esistenza, ma sempre illustrate con il periodare asciutto, incisivo e severo che lo caratterizza. Di quando in quando, tuttavia, il Nostro non disdegna qualche capatina nelle angustie del mondo quotidiano per accendere i Lumi sulle nostre esistenze, e ciò avviene in preferenza la domenica ove, a differenza di un suo illustre predecessore, Scalfari non riposa.

Anche oggi, quindi, abbiamo il piacere di abbeverarci alla fonte della Conoscenza, sul tema assai contingente della “strategia di uscita” dall’Iraq.

Immaginate che Israele non sia mai esistito. Pensate che il profondo malessere economico e la repressione politica che spingono molti giovani uomini arrabbiati a diventare kamikaze svanirebbero? Che i palestinesi avrebbero un loro stato indipendente? Che gli Stati Uniti, liberati dal fardello del proprio ingombrante alleato nella regione, sarebbero finalmente amati nel mondo musulmano? Wishful thinking. Israele di fatto determina il contenimento di molto più antagonismo di quanto ne produca. E’ la tesi di Josef Joffe, ricercatore della Hoover Institution e dell’Institute for International Studies, entrambi della Stanford University, che vogliamo illustrare.

I due autori definiscono “occidentalismo” il quadro disumanizzato dell’Occidente tratteggiato dai suoi nemici. Il saggio si propone di analizzare questo nodo di pregiudizi, che non possono essere spiegati esclusivamente come un problema islamico, rintracciandone le radici storiche. L’occidentalismo non può essere ridotto a malattia mediorientale, non più di quanto lo si possa ridurre all’odio antioccidentale dei giapponesi di mezzo secolo fa. Secondo gli autori, che esprimono una posizione molto simile a quella presentata da Paul Berman nel libro “Terrore e liberalismo”, l’occidentalismo, il capitalismo, il marxismo ed altri “ismi” sono nati in Europa prima di essere esportati in altre aree del mondo. L’Occidente è stato la culla dell’illuminismo, del liberalismo, del secolarismo ma anche dei loro velenosi antidoti. Già nell’Ottocento e prima, il problema che si poneva a molte civiltà extraeuropee era quello di modernizzarsi, cioè in essenza produrre armi e tecnologia prevalentemente militare, imitando il modello sociale europeo e nordamericano senza contaminare le radici profonde dei propri modelli culturali. Questa discrasia ha prodotto alienazione e lo sviluppo di movimenti di pensiero e politici fortemente avversi all’Occidente.

I dati non sono ancora definitivi, ma sembra che la democrazia, questo concetto creato dalle forze del male neocon (in versione ebraica o evangelica, non è ancora appurato) sia stata avvistata in Iraq. Ancora una volta, l’Impero del Male amerikano ha colpito a morte le libere coscienze di dittatori e autocrati, segnatamente di quelli mediorientali. Con una brutalità senza precedenti, pare che otto milioni di “cittadini” (termine pericolosamente illuminista) iracheni siano stati indotti, sotto la minaccia delle armi di persuasione di massa del Grande Satana di Washington, a recarsi a deporre in un’urna, sotto l’intollerabile tutela della propria privacy politica e civile, la propria preferenza elettorale. Costernazione nelle principali cancellerie della Vecchia Europa. Il segretario generale dell’Onu, Kofi Annan, atterrito dalla sconvolgente notizia, si è chiuso in un silenzio carico di dolore e disperazione.

Abituale tema dell’adesione alle tesi revisioniste più becere, peraltro fatto proprio da una parte non minoritaria della sinistra, non solo italiana. Occorrerebbe riflettere sul gran numero di sedie vuote, appartenenti alle delegazioni di paesi arabo-islamici all’Onu durante la commemorazione (la prima in assoluto, all’Onu sono molto riflessivi…) della Shoah.

Non conosciamo il gup di Milano, Clementina Forleo, che ha mandato assolti dall’accusa di terrorismo internazionale cinque maghrebini accusati (accuse confermate) di avere organizzato campi militari nel nord dell’Iraq e di avere svolto attività di arruolamento di aspiranti kamikaze. Si tratta di fatto della sconfessione della linea investigativa dell’ex pm Stefano D’Ambruoso, da poco diventato consulente presso la sede di Vienna dell’Onu per le questioni giuridiche legate al terrorismo internazionale. Colpisce la motivazione utilizzata dal gup per il proscioglimento. Riconoscendo che gli imputati “avevano come precipuo scopo il finanziamento, e più in generale il sostegno di strutture di addestramento paramilitare site in zone mediorientali, presumibilmente stanziate nel nord dell’Iraq“, e anche che, a tal scopo

“erano organizzati sia la raccolta e l’invio di somme di denaro, sia l’arruolamento di volontari, tutti stranieri e tutti di matrice islamico-fondamentalista”, ma “non risulta invece provato – aggiunge il giudice – che tali strutture paramilitari prevedessero la concreta programmazione di obiettivi trascendenti attività di guerriglia da innescare in detti (cioè in Iraq, ndr) o in altri prevedibili contesti bellici, e dunque incasellabili nell’ambito delle attività di tipo terroristico”.

Singolare capziosità o interpretazione stilisticamente elegante e logicamente ineccepibile dell’attuale quadro legislativo italiano, tuttora caratterizzato dalla sostanziale assenza di una legislazione che recepisca le nuove situazioni internazionali?

Anche quest’anno si è ripetuto il logoro rituale nazional-popolare della cerimonia di apertura dell’anno giudiziario, con relazioni ponderose e allarmate dei procuratori generali, e proteste fatte di ipocriti simbolismi, come la toga nera indossata in segno di “lutto” e l’ostentazione di quella coperta di Linus che per molti giudici è diventata la Costituzione. Resta un unico punto fermo: la pervicace resistenza della corporazione giudiziaria a qualsivoglia ipotesi di riforma. Ricordate le estenuanti discussioni, ai tempi della Bicamerale di dalemiana memoria, sulla “bozza Boato”, un progetto di riforma certo non suscettibile di essere etichettato come berlusconiano? L’argomentazione più articolata che la magistratura, o la parte più conservatrice di essa, riesce ad esprimere è l’abituale niet ad ogni e qualsiasi ipotesi di riforma, anche le più impalpabili ed amichevoli, come quelle degli anni del governo dell’Ulivo, quando il guardasigilli era Giovanni Maria Flick.

SYDNEY, 10 GEN – L’Australia ha accolto nell’ultimo anno finanziario il numero più alto di immigrati e di profughi dell’ultimo decennio. I dati diffusi oggi dal ministro dell’Immigrazione Amanda Vanstone indicano che nel 2003-04 si sono insediate in Australia oltre 111 mila persone, un aumento di quasi 20 mila rispetto ai 12 mesi precedenti. ”Ciò significa che negli ultimi dieci anni gli arrivi sono aumentati del 60% con oltre 200 paesi rappresentati”, ha dichiarato il ministro. ”Il nostro programma di immigrazione si e’ concentrato sul personale qualificato e di età sotto i 45 anni, che può trovare lavoro in poco tempo e contribuire all’economia australiana”, ha aggiunto. Il grosso dei nuovi arrivati proveniva come e’ tradizione dalla Gran Bretagna, con 18 mila nell’arco dei 12 mesi. Seguono nell’ordine dei paesi di origine: Nuova Zelanda, Cina, India, Sudafrica, Sudan e Filippine. Praticamente nulla l’immigrazione dall’Italia. Come sempre, la maggior parte dei nuovi arrivati si e’ insediata in Nuovo Galles del Sud (con capitale la sovraffollata Sydney) con 40.561, ma la proporzione rispetto al resto dell’Australia è stata la più bassa in 20 anni. E’ cresciuta invece la percentuale di nuovi insediamenti in Victoria (capitale Melbourne) con poco più di 28 mila, in Queensland (Brisbane) con quasi 20.300 e Australia occidentale (Perth) con poco più di 15.400. Il ministro Vanstone ha dichiarato inoltre che l’Australia ha mantenuto il terzo posto fra le nazioni che accolgono il maggior numero di profughi, dopo Stati uniti e Canada. Nell’anno 2003-2004 ha concesso circa 13 mila visti umanitari, in gran parte a persone provenienti da campi profughi in Africa, specialmente in Sudan. (ANSA)

La vicenda delle polemiche sulla “insufficiente” contribuzione da parte degli Stati Uniti all’aiuto umanitario per le popolazioni colpite dai catastrofici eventi asiatici può essere letta in molti modi. La strumentale ed artificiosa polemica del rappresentante Onu, Egeland, che a poche ore dall’evento non trovava di meglio che polemizzare con l'”avarizia” di europei e (soprattutto) americani può certamente essere interpretata come l’orgoglio degli onusiani, che cercano riscatto dalle polemiche e dalle accuse di burocratismo, inefficienza e corruzione mostrando una reattività sconosciuta ai singoli governi nazionali.