di Daniele G. Sfregola

Il wilsonismo, da Wilson in poi, è l’anima dell’America in politica estera (con la solita eccezione di Richard Nixon). Lo stesso Nixon amava definirsi wilsoniano, anche se nei fatti non lo era affatto. Questo la dice lunga sul radicamento di questo principio nella politica estera americana: qualsiasi approccio americano è partito dagli assunti wilsoniani. Anche le cose meno wilsoniane che gli Usa hanno posto in essere sono state giustificate con argomentazioni wilsoniane al mondo e alla loro opinione pubblica (anche sotto Nixon, ovviamente, per motivi di consenso interno ed esterno).

Su The American Interest, il neocon Richard Perle viene assalito dalla sincerità, e ci comunica che obiettivo della guerra in Iraq non era la diffusione della democrazia:

Contrary to the view of many critics of the war, we did not go into Iraq mainly to impose democracy by force in some grand, ambitious (and naive) scheme to transform Iraq and then the region as a whole into a collection of happy democracies. It is notable that the critics who charge that this was our core objective never cite evidence to support their claim.

Non solo. Se non fosse stato per l’11 settembre, e se Saddam avesse fornito incontrovertibili prove della distruzione della armi di distruzione di massa in suo possesso, l’Iraq non sarebbe mai stato invaso:

Clearly, had it not been for the attacks of 9/11, we would never have invaded Iraq. If Saddam had provided solid, confirmable evidence of the destruction of the stockpiles of weapons of mass destruction he was believed to possess, we would not have invaded—even though the crucial issue was the capability to produce chemical, biological or even nuclear material and weapons—not just the possession of them.

Caso Lonardo: il trionfo della giustizia inerte

di Alessio Di Carlo da GiustiziaGiusta.info

In un’intervista comparsa stamani su Il Mattino, l’ex Ministro Mastella – visibilmente e comprensibilmente soddisfatto per la libertà ritrovata dalla signora Lonardo – si spertica in elogi verso la “giustizia ritrovata” ed in attestati di stima verso la magistratura di cui – afferma Mastella – “Ho sempre detto che bisogna aver rispetto e non paura”.
Giureremmo d’aver sentito il contrario.
Avremmo scommesso d’aver udito il senatore Mastella vibrare dinanzi all’aula di Montecitorio confessando di aver paura della Magistratura.

Ma tant’è, sono dettagli.

Oggi, durante la sua relazione sull’inaugurazione dell’Anno Giudiziario, il presidente della Corte dei conti, Tullio Lazzaro, ha svolto alcune importanti considerazioni. In primo luogo, vi è un problema complessivo di complessità e disfunzionalità dei livelli decisionali della pubblica amministrazione:

Assistiamo per tanti aspetti al crescere confuso di strutture, di modelli amministrativi, di sovrapposizioni di competenze tra amministrazioni centrali e enti locali, disarmonicità, conflitti irrisolti. E’ compito prioritario ed urgente della classe dirigente del Paese fare un bilancio, ed eventualmente riconsiderare, scelte recenti e meno recenti con il preciso scopo di ridare sistematicità all’insieme degli organismi amministrativi a tutti i livelli, nell’interesse finale della comunità nazionale.

E’ questa stratificazione decisionale ed amministrativa che causa rinvii di responsabilità e riduzione di efficacia ed efficienza dell’intervento pubblico.

di Antonio Mele

Si fa davvero fatica a comprendere certe cose.

Ad esempio, che un governo sedicente di destra chiami due economisti dichiaratamente di sinistra per fare uno studio che superi il concetto di PIL come misura del benessere e che lo integri con altre importanti misure che hanno a che vedere con il benessere dei cittadini.
Ma non è questo che stupisce, per carità: la sudditanza psicologica della destra nei confronti della cultura di sinistra non si ferma ai nostri confini. Non ci stupiscono nemmeno frasi del Presidente Sarkozy quali “c’è da tempo un forte sentimento, tra gli economisti di professione, che il PIL non è un buon strumento di misura [poiché] non misura adeguatamente i cambiamenti che influenzano il benessere, non permette di comparare correttamente il benessere nei diversi paesi”. No davvero, non ci stupiamo di questo.

di Mario Seminerio

Negli Stati Uniti si sta dibattendo sull’opportunità ed efficacia di uno stimolo fiscale per sostenere un’economia considerata ormai prossima alla recessione. I problemi posti da un’espansione fiscale sono noti: ritardi di implementazione e dimensionamento dell’intervento sono tra i principali. Ma esiste anche un più generale problema di spiazzamento: da dove viene il denaro utilizzato per lo stimolo fiscale? Se il governo taglia le tasse e finanzia il deficit chiedendo alla banca centrale di stampare moneta, ci troviamo di fronte ad una politica monetaria mascherata da politica fiscale. Ma, anche senza arrivare ad estremi di monetizzazione del deficit spending, gli economisti discutono (senza conclusioni condivise) anche di un fenomeno più sottile: la banca centrale “accompagna” l’espansione fiscale con una politica monetaria più accomodante? In altri termini, che efficacia avrebbe un aumento di spesa o un taglio d’imposte se la quantità di moneta venisse mantenuta costante?