Ci siamo a lungo domandati quali siano le caratteristiche qualificanti del polemista di sinistra. Azzardiamo: lo spirito pedagogico, lo snobismo, il moralismo, l’indulgenza ed il perdonismo compulsivo verso amici e “compagni che sbagliano”, il rigorismo forcaiolo e l’irrefrenabile pulsione alla “rieducazione” del “nemico”, cioè di chiunque impedisca all’umanità di evolvere verso le proprie magnifiche e progressive sorti; l’unidimensionalità nella descrizione delle caratteristiche psicologiche di chi è “altro” dalla propria tribù, talvolta la tendenza, assai poco politically correct, alla derisione dei difetti fisici o di dizione dell’avversario, il revisionismo liofilizzato ed il sillogismo aristotelico: il primo caso è quello in cui si riabilitano (preferibilmente post mortem,) tutti coloro che nel passato avevano osato opporsi o anche solo innescare una qualche dialettica nei confronti del Progresso, il secondo caso, dando prova di indefettibile realismo, è quello per cui “i nemici dei miei nemici sono miei amici”. Nelle ultime variazioni sul tema, pare persino affiorare (ma questo punto è ancora oggetto di dibattito) l’utilizzo di tecniche dialettiche machiste e più generalmente da destra becera.

I più masochisti tra i nostri lettori potranno gustare l’abituale pastone filosofico domenicale di Eugenio Scalfari. Vi troveranno scritto il manifesto del perfetto realista. Occorre fare attenzione a non aprire il vaso di Pandora della storia, i popoli sono affamati di libertà, e la libertà acquisita in modo eccessivamente rapido e caotico porta spesso allo sviluppo di perniciose forme di nazionalismo. Come diceva Michail Gorbaciov (sic), “la storia del mondo sarebbe stata molto diversa se l’America di Reagan lo avesse aiutato a riformare anzi a rifondare il comunismo anziché puntare su Eltsin e sul suo liberismo fasullo e mafioso”. Ottimo, Metternich sarebbe orgoglioso di Scalfari, campione del realismo westfaliano. Ecco allora la ricetta scalfariana: un’America naif e ottusamente imperiale, che diffonde nel pianeta “per etrogenesi dei fini” (perché gli yankees sono così stupidi da diventare rapidamente degli apprendisti stregoni) il culto pagano della democrazia della quale, come direbbe Putin, “non esiste una sola versione”.

E adesso chi glielo dice, a quel vecchio compagno che è intervenuto nel dibattito, in una sala di provincia, per dire che appare sospetto tutto questo sequestrare giornaliste di sinistra e pacifiste, chiediamoci a chi giova, non è che dietro c’è la Cia? Chi glielo dice che Raida al Wazan, 36 anni, non è di sinistra e pacifista, e si limita a condurre l’edizione regionale di Mosul del telegiornale Al Irakiya? Chi glielo dice, alle donne in nero, che il fatto che sia stata sequestrata mentre guidava l’auto con a bordo la figlioletta di dieci anni, dovrebbe farci sentire tutti a lutto? E chi dice a Bifo di immaginare quale disperazione possa aver armato la forza dei decapitatori, e chi avverte Giorgio Bocca che l’incompresa resistenza irachena ha aggiunto un nuovo fiore all’occhiello delle sue imprese? Chi fa notare ai commentatori delle elezioni truffaldine del 30 gennaio che il coraggioso Zapatero ha raccolto alle urne, nel referendum europeo, meno concorso del disincantato e pauroso elettorato iracheno? E chi chiosa i titoli – l’avevamo detto noi… – sulla sharia destinata a diventare unica fonte di un governo oscurantista, adesso che c’è un dibattito, uno scontro politico che non pretendiamo appassionante, ma che è autentico, nella candidatura alla premiership tra Ibrahim Al Jaafari a Yiad Allawi? Giorni fa, dopo il video che ritraeva Giuliana Sgrena, si è innescato un profetico dibattito sulle pagine internet di un sito-bandiera del giornalismo politicamente corretto, il Barbiere della Sera. Uno dei frequentatori si è chiesto se non fosse il caso, in risposta a quel passaggio in cui Giuliana invitava i giornalisti italiani a non venire in Iraq, di ritirare i reporter, se non era possibile ritirare le truppe, in un gran gesto da refusnik, da dissidenti, da coraggio civile. I fatti hanno preso alla lettera l’auspicio, e il Palestine è deserto. A chi giova? Alla Cia, che così eviterà fastidiose ricostruzioni della battaglia di Fallujah o analisi attente alla minaccia sciita, o interviste anticonformiste ai leader degli ulema? O giova a una resistenza, chiamiamola pure così, se l’Anpi non ha niente da ridire – che non ha mai invitato un giornalista a raccontare un solo straccio di programma, a mostrare un solo asilo o una sola scuola in un villaggio liberato, che non ha mai dimostrato di voler prefigurare nella lotta, e nei metodi di lotta, un solo assaggio del mondo nuovo, non fosse per quei tre incauti rivenditori di alcol messi alla gogna nella Fallujah libera dove si organizzavano i sequestri, dove le vittime venivano appese ai ponti, dove l’unica bandiera era quella del terrore per il terrore, condito da un po’ di nostalgia per i fasti di Saddam, e da un po’ di versetti del Corano recitati prima della decapitazione di turno? Ora e sempre, questa resistenza che non vuole giornalisti tra i piedi, scomodi o pronti a raccogliere le loro testimonianze, che vogliono bene al popolo iracheno aggredito da Bush, o che vogliono bene al popolo iracheno, e alle donne e ai bambini, anche quando vengono straziati dalle autobomba del terrore.

L’articolo 105 della Costituzione recita:

“Spettano al Consiglio superiore della magistratura, secondo le norme dell’ordinamento giudiziario, le assunzioni, le assegnazioni ed i trasferimenti, le promozioni e i provvedimenti disciplinari nei riguardi dei magistrati.”

Come definire, allora, la deliberazione del plenum del Csm del 23 febbraio, che ha espresso una posizione di forte contrasto nei confronti di un progetto di legge ancora in discussione da parte del parlamento, la cosiddetta legge Cirielli sulla riforma degli istituti di prescrizione e recidiva?

Non sarà (domanda retorica) che il Csm agisce ed opera come un organo di rappresentanza politica, al di fuori delle proprie attribuzioni costituzionali?

Da alcuni anni, dopo aver lasciato la direzione di Repubblica e monetizzato meritatamente i frutti della sua creatura imprenditoriale, Eugenio Scalfari si è elevato nell’empireo della riflessione filosofica. Nulla di che, alcune rimasticature di grandi temi della (e sulla) umana esistenza, ma sempre illustrate con il periodare asciutto, incisivo e severo che lo caratterizza. Di quando in quando, tuttavia, il Nostro non disdegna qualche capatina nelle angustie del mondo quotidiano per accendere i Lumi sulle nostre esistenze, e ciò avviene in preferenza la domenica ove, a differenza di un suo illustre predecessore, Scalfari non riposa.

Anche oggi, quindi, abbiamo il piacere di abbeverarci alla fonte della Conoscenza, sul tema assai contingente della “strategia di uscita” dall’Iraq.

Immaginate che Israele non sia mai esistito. Pensate che il profondo malessere economico e la repressione politica che spingono molti giovani uomini arrabbiati a diventare kamikaze svanirebbero? Che i palestinesi avrebbero un loro stato indipendente? Che gli Stati Uniti, liberati dal fardello del proprio ingombrante alleato nella regione, sarebbero finalmente amati nel mondo musulmano? Wishful thinking. Israele di fatto determina il contenimento di molto più antagonismo di quanto ne produca. E’ la tesi di Josef Joffe, ricercatore della Hoover Institution e dell’Institute for International Studies, entrambi della Stanford University, che vogliamo illustrare.

I due autori definiscono “occidentalismo” il quadro disumanizzato dell’Occidente tratteggiato dai suoi nemici. Il saggio si propone di analizzare questo nodo di pregiudizi, che non possono essere spiegati esclusivamente come un problema islamico, rintracciandone le radici storiche. L’occidentalismo non può essere ridotto a malattia mediorientale, non più di quanto lo si possa ridurre all’odio antioccidentale dei giapponesi di mezzo secolo fa. Secondo gli autori, che esprimono una posizione molto simile a quella presentata da Paul Berman nel libro “Terrore e liberalismo”, l’occidentalismo, il capitalismo, il marxismo ed altri “ismi” sono nati in Europa prima di essere esportati in altre aree del mondo. L’Occidente è stato la culla dell’illuminismo, del liberalismo, del secolarismo ma anche dei loro velenosi antidoti. Già nell’Ottocento e prima, il problema che si poneva a molte civiltà extraeuropee era quello di modernizzarsi, cioè in essenza produrre armi e tecnologia prevalentemente militare, imitando il modello sociale europeo e nordamericano senza contaminare le radici profonde dei propri modelli culturali. Questa discrasia ha prodotto alienazione e lo sviluppo di movimenti di pensiero e politici fortemente avversi all’Occidente.

I dati non sono ancora definitivi, ma sembra che la democrazia, questo concetto creato dalle forze del male neocon (in versione ebraica o evangelica, non è ancora appurato) sia stata avvistata in Iraq. Ancora una volta, l’Impero del Male amerikano ha colpito a morte le libere coscienze di dittatori e autocrati, segnatamente di quelli mediorientali. Con una brutalità senza precedenti, pare che otto milioni di “cittadini” (termine pericolosamente illuminista) iracheni siano stati indotti, sotto la minaccia delle armi di persuasione di massa del Grande Satana di Washington, a recarsi a deporre in un’urna, sotto l’intollerabile tutela della propria privacy politica e civile, la propria preferenza elettorale. Costernazione nelle principali cancellerie della Vecchia Europa. Il segretario generale dell’Onu, Kofi Annan, atterrito dalla sconvolgente notizia, si è chiuso in un silenzio carico di dolore e disperazione.

Abituale tema dell’adesione alle tesi revisioniste più becere, peraltro fatto proprio da una parte non minoritaria della sinistra, non solo italiana. Occorrerebbe riflettere sul gran numero di sedie vuote, appartenenti alle delegazioni di paesi arabo-islamici all’Onu durante la commemorazione (la prima in assoluto, all’Onu sono molto riflessivi…) della Shoah.