Nuova robusta picconata di Tito Boeri e Pietro Garibaldi all’impianto tax and spend della legge Finanziaria 2008. I due economisti de lavoce.info confermano l’appesantimento della manovra, pur a saldi complessivi apparentemente invariati. E confermano quanto osservato nei giorni scorsi da esponenti dell’opposizione: l’esercizio provvisorio ci avrebbe consegnato un rapporto deficit-pil all’1,8 per cento, contro il 2,1 per cento realizzato dalla manovra di Prodi e TPS. Per una volta, quindi, la mancata approvazione della Finanziaria entro il 31 dicembre non sarebbe andato a detrimento dei conti pubblici. Un altro piccolo ma significativo record per il governo in carica, oltre alla contrazione della spesa in conto capitale, che gli autori generosamente imputano anche a migliore gestione dei residui. La legge di bilancio verrà poi ulteriormente appesantita da emendamenti di spesa approvati dal relatore di maggioranza, la cui approvazione è quindi altamente probabile. Ma non c’è solo l’espansione di spesa corrente a peggiorare il deficit. Anche la riduzione di entrate fiscali per 2 miliardi di euro a seguito dei tagli Ici contribuirà al risultato finale. Quasi superfluo aggiungere che questo rapporto deficit-pil è condizionato e subordinato allo scenario di crescita stimato dal governo. Il Tesoro si è limitato ad un’analisi di sensitività con worst case scenario dato da una crescita del pil dell’1 per cento. Se la crescita scendesse allo 0,5 per cento il rapporto deficit-pil salirebbe al 2,5 per cento.

La ripresa dell’inflazione (fenomeno globale, ricordarlo non guasta) ha prevedibilmente scatenato l’abituale gragnuola di dichiarazioni di politici e sindacalisti alle agenzie di stampa. Sorvoliamo sulle proposte più fruste, quelle che ad esempio prevedono controlli sui prezzi di alimentari, carburanti e beni di prima necessità, oltre alle tariffe amministrate. Si tratta di proposte caratteristiche del connubio tra populismo e analfabetismo economico, e come tali possono essere ignorate, non prima di segnalare per l’ennesima volta che i controlli dei prezzi producono penurie e contrabbando, oltre a deficit da ripianare a carico dei contribuenti in caso di prezzi e tariffe per servizi erogati da strutture pubbliche; ed immancabili, violenti assestamenti al momento della loro eliminazione o allentamento. Prima o poi lo capiranno anche i nostri comunisti, di sinistra e di destra.

Dall’11 settembre 2001 è apparso drammaticamente chiaro che l’Occidente si sarebbe trovato ad affrontare, negli anni successivi, la sfida della “guerra asimmetrica”: di qui, eserciti regolari, equipaggiati in modo estremamente sofisticato, per combattere in teatri di guerra guerreggiata. Di là, gruppi agili composti da cellule spesso dormienti ed attivabili in modo estremamente efficace (per danno inflitto al nemico) ed efficiente, per limitatezza dei costi operativi sostenuti per il mantenimento di tali cellule. Di qui, il rischio di compressione dei diritti civili e di “stress democratico”, di là il puro e semplice disprezzo per la vita umana. Il simbolo di questa asimmetria è stato tragicamente rappresentato, per lunghi anni, dagli IED (improvised explosive devices), le bombe che, collocate ai lati delle strade irachene ed azionate con telecomandi, hanno fatto strage di militari statunitensi e civili locali.

L’ormai mitologico Greg Mankiw ci spiega che il voto di scambio non necessariamente riduce l’efficienza (cioè il miglioramento di condizione delle parti coinvolte nello scambio), ma certamente determina l’insorgere di rilevanti esternalità, impedendo di applicare ad esso la tradizionale analisi economica basata sullo scambio volontario. Ad esempio, riprendendo pedissequamente l’esempio da egli proposto, ipotizzate che vi siano tre elettori (Andy, Ben e Carl), che devono votare per decidere la fornitura di un bene pubblico (cioè un programma elettorale) del valore di 9 dollari, da finanziare con tassazione in parti uguali di 3 dollari.

di Andrea Gilli

Facciamo un quiz: secondo voi, chi è l’autore delle seguenti frasi?

(…) The strength of alliances is heavily dependent on the objective balance of international forces, and has very little to do with the syntax of the U.S. president or the disdain in which he might be held by a country’s cultural elites.

[…]

It’s classic balance-of-power theory: weaker nations turn to the great outside power to help them balance a rising regional threat. Allies are not sentimental about their associations. It is not a matter of affection, but of need — and of the great power’s ability to deliver.

[…]

It’s always uncomfortable for a small power to rely on a hegemon. But a hegemon on the run is even worse. Alliances are always shifting .

Waltz? Mearsheimer? Snyder? No: Charles Krauthammer, un signore che viene considerato un neocon, qualunque cosa ciò significhi, vista la problematica tassonomia di questa specie.

Parlando di fronte al Parlamento europeo martedì scorso, il presidente francese Sarkozy ha denunciato lo stato di “crisi politica e morale” in cui l’Europa versa, proponendo la creazione di una commissione di saggi per discutere “senza tabù” e comprendere dove sta andando il Vecchio continente. Per Sarkozy, che riecheggia i toni “antimercatisti” di Giulio Tremonti (o viceversa, s’intende), la profonda crisi d’identità europea sarebbe legata “alla globalizzazione ed alla commercializzazione del mondo”, in un contesto in cui i valori economici sembrano aver fatto premio su tutti gli altri. “L’Europa può essere Europa davanti agli occhi di tutti gli uomini solo difendendo i valori spirituali e di civiltà, raccogliendo tutte le sue forze ed energie per difendere la diversità culturale”, ha proseguito il presidente francese, che è poi tornato sul tema che più gli è caro: la rivalutazione del concetto di protezionismo, termine che “non deve essere posto fuori legge”.