Gianluca Neri dovrebbe e potrebbe avere più rispetto per gli aspiranti commentatori del suo blog che sono visivamente svantaggiati. Quindi, per dimostrare di essere un vero e buon progressista, oltre a procurarsi il nastro color zafferano (e non rosso, mi raccomando) per la Birmania, dovrebbe e potrebbe agire per combattere lo spam in modi meno discriminatori di quelli utilizzati attualmente sul suo popolarissimo sito. Per questo, sarebbe utile evitare di segnalare nuovi software che utilizzano captcha ottici per combattere lo spam.

di Mario Seminerio – © Libero Mercato

La principale criticità dell’attuale struttura della contrattazione collettiva, in Italia, è notoriamente rappresentata dalla rigidità del fattore lavoro. Ma questo è solo un aspetto, e neppure il principale. La rigidità a cui occorre fare riferimento è in realtà quella del contesto normativo che, costruito in altre epoche storiche, di fatto tende a creare una omologazione del modello contrattuale, riconducendolo ad una sorta di “one size fits all“, una “taglia universale” che impedisce di migliorare l’aderenza a diverse condizioni produttive in termini di domanda di prodotti, tecnologia, competenze professionali richieste, competizione internazionale, condizioni locali del mercato del lavoro.

L’autore di questo sito è da sempre lieto di poter collaborare con chi voglia promuovere in Italia una legislazione autenticamente liberale. Da tali premesse discende che occorre lavorare per mettere in rete tutte le realtà che si riconoscono in questo progetto. Pensiamo ad esempio ai Riformatori Liberali o al Centro Studi Liberali Sam Quilleri. E pensiamo anche a think tank quali l’Istituto Bruno Leoni, Epistemes e noiseFromAmerika. Occorre lavorare per una elaborazione politica e culturale che sia finalizzata alla produzione legislativa, e non a semplici azioni propagandistiche. L’Italia è un paese dove molti “liberali” vanno in crisi d’astinenza appena vengono privati del loro sussidio preferito. Per questo motivo l’elaborazione politica deve essere supportata da robuste fondamenta di teoria e politica economica: gli slogan difficilmente portano lontano, anche se spesso servono alle fortune personali di chi li crea.

Christian Rocca scrive un pezzo interamente condivisibile, e anche di più, prendendosela con i foglianti (e non solo con loro) che hanno lanciato furiosi anatemi contro il fenomeno dei blog al solo fine di parlar male dell’ultimo Savonarola d’accatto che la Provvidenza ha donato all’Italia. Rocca scrive, ad esempio, che non è possibile generalizzare tra le tipologie di blog, che sono davvero molte. E che occorre distinguere, almeno in questa circostanza e citando Marshall McLuhan, tra mezzo e messaggio. Il blog in quanto tale è banalmente un conduttore di pensieri, riflessioni, umoralità viscerali, notizie, analisi. Ci sono molte tipologie di blog per altrettante tipologie di blogger, e fare del neoluddismo, come Stefano Di Michele sul Foglio, prendendosela con la tecnologia in quanto tale è una grossa sciocchezza (o stronzata, per riprendere il titolo dell’articolo di Rocca).