In che modo il diritto societario può essere utile a perseguire l’obiettivo prioritario di favorire la na­scita, la crescita e la competitività delle imprese? In che misura, dopo le riforme attuate in questi anni, il diritto societario italiano svolge questa funzione? Quale dovrebbe es­sere il ruolo della Comunità Europea nella disciplina della corporate governance? Quale ruolo essa ricopre effettivamente? A queste domande fornisce risposta il nuovo libro pubblicato da IBL Libri: “Le regole della finanza. Diritto societario e mercato in Italia e in Europa”, di Luca Enriques.

Sul suo blog, Antonio Martino risponde ad un editoriale di Angelo Panebianco, pubblicato giorni addietro sul Corriere, nel quale il politologo sosteneva, con una robusta dose di buonsenso e (purtroppo per noi) inconfutabili evidenze storiche, l’incapacità congenita del nostro paese a riuscire a gestirsi in assenza di un qualsivoglia vincolo esterno. Panebianco giunge a paventare rischi di involuzioni antidemocratiche se l’Italia dovesse tornare alla lira, cioè uscire dall’altamente imperfetto sistema di vincoli imposti dalla moneta unica, ferma restando l’esigenza di andare verso l’unione politica. Martino, tirato in causa con Paolo Savona quale sostenitore del ritorno alla lira ed al periodo delle svalutazioni competitive, si adonta non poco.

L’ufficio studi di Deutsche Bank, in una recente pubblicazione, ha stimato l’impatto sul Pil dei paesi dell’Eurozona di determinate variazioni del saldo strutturale di bilancio pubblico (cioè corretto per il ciclo economico), ottenendo quindi alcune stime dei moltiplicatori, che oscillano dal minimo di 0,3 al massimo di 0,7 per Spagna, Francia e Italia. In particolare, per il nostro paese, ad una correzione del saldo strutturale di ben il 2,2 per cento nel 2012, farebbe seguito una contrazione del Pil dell’1,5 per cento.

In questi giorni si è sviluppata una polemica piuttosto velenosa tra fautori della “svalutazione interna” e sostenitori dell’aggiustamento “tradizionale” degli squilibri, cioè attraverso svalutazione del cambio. I due paesi “campioni” dei due schemi sono rispettivamente Lettonia e Islanda. La prima ha tenuto duro sul cambio della propria valuta contro euro, è passata attraverso un crollo del Pil di proporzioni bibliche ed ora sta ripartendo, mandando in visibilio gli austerici. L’Islanda, invece, entusiasma quanti sostengono, piuttosto confusamente, le virtù della “disobbedienza fiscale” e dell’eterodossia macroeconomica, quella (ad esempio) dei controlli sui cambi. In entrambi i casi, appare assai difficile trarre inferenze valide per tutti i paesi coinvolti.

In Italia pare stia prendendo piede una curiosa corrente di pensiero, secondo la quale la Germania negli ultimi anni avrebbe tagliato la spesa pubblica. Ciò è vero solo in termini relativi sul Pil, però, perché in valore assoluto la spesa pubblica complessiva tedesca nell’ultimo decennio è aumentata praticamente ogni anno.