(Nota per i lettori: questo post ha ottenuto la dispensa dei corsivisti de Linkiesta al nostro proponimento di fare una pausa di riflessione nelle pubblicazioni. In segno di gratitudine, anche questa avvertenza è pertanto pubblicata in altrettanto corsivo. Addavenì, il Pulitzer)

E’ una sequela di reazioni da embolo in libera uscita per la carotide, quella che da ieri pomeriggio grandina sulle agenzie di stampa per mano pressoché unica di esponenti del Pdl, dopo aver scoperto un assai sensibile “suggerimento” al nostro paese da parte del Fondo Monetario Internazionale, al termine della periodica missione di ricognizione sullo stato dell’economia. La cosa buffa è che il rapporto è pieno di banalità “sostanziali”, nel senso di cose che sappiamo di dover fare da alcuni lustri, soprattutto da prima che ci arrivasse in testa la bomba teutonica. Eppure, l’unico punto di questo rapporto in larga parte fotocopiato (perché siamo pessimi scolaretti, sulle cose che contano) è questo stucchevole punto sull’imposizione fiscale sulla prima casa, che è ormai diventata l’arma di distrazione di massa definitiva, prima che qualcuno spenga la luce e butti la chiave.

di Mario Seminerio – Il Fatto Quotidiano

Le dichiarazioni davanti al parlamento europeo del presidente della Commissione Ue, José Manuel Barroso, sulla possibilità di allungare il percorso verso il pareggio di bilancio strutturale (cioè corretto per la fase del ciclo economico) in caso di realizzazione di investimenti co-finanziati dalla Ue in precise aree di spesa, hanno suscitato entusiasmo tra quasi tutti gli esponenti del nostro esecutivo, premier in testa.

Da oggi in Argentina è disponibile un nuovo strumento di pagamento, che nelle intenzioni del fantasioso governo di Buenos Aires dovrebbe collocarsi a metà tra il bistrattato peso domestico e l’agognato dollaro. Si chiama cedin, che sta per Certificato di deposito per investimenti, e viene emesso a fronte di conferimento di dollari, detenuti all’estero o in patria senza essere dichiarati. In pratica, è uno strumento di sanatoria sui capitali denominati in dollari, nel disperato tentativo di innalzare il livello di riserve ufficiali del paese che, a poco più di 37 miliardi, sta diventando pericolosamente basso, malgrado le misure tra il draconiano ed il grottesco sinora adottate dal governo di Cristina Kirchner per evitare l’inesorabile perdita di riserve. Come finirà? Come spesso finiscono le cose in Argentina, in farsa.

Nei giorni scorsi Davide Serra, fondatore e partner del fondo Algebris, basato a Londra, ha rilasciato una intervista a Stefano Feltri. In essa vi sono spunti interessanti ed altri piuttosto bizzarri, per usare un understatement. L’intervista in sé non sarebbe neppure rilevante, se Serra non fosse accreditato di essere il più mediaticamente visibile e sovraesposto advisor di Matteo Renzi, in queste settimane impegnato in una estenuante (e del tutto irrilevante, per i poveri sudditi) guerra di trincea procedurale con i vertici del Partito democratico, in attesa del congresso fantasma. E’ quindi utile analizzare il pensiero di Serra in materia di politica economica, non perché Renzi sia destinato a replicarlo pedissequamente, quanto per farsi un’idea di massima.

Su lavoce.info, Tito Boeri fa un rapido calcolo, del tipo back of the envelope (come dicono gli anglosassoni) e giunge a determinare un potenziale numero di posti di lavoro creabili per effetto del pacchetto di misure annunciate martedì dall’esecutivo. E’ un numero che deve essere letto come massimo teorico, date le risorse mobilizzabili, comunitarie e domestiche, ed è di poco inferiore alle trentamila unità, e non ai centomila o duecentomila posti di cui abbiamo letto e sentito in questi giorni, da fonte governativa.