di Mario Seminerio – ©LiberoMercato

Martedì scorso, sul Financial Times, è comparso un editoriale di Martin Wolf piuttosto preoccupato e critico nei confronti dei primi passi dell’Amministrazione Obama. Wolf si chiedeva: la presidenza Obama ha già fallito? Il sospetto si irrobustisce, osservando le prime decisioni “operative” o presunte tali del presidente: l’annuncio – con annessa faccia feroce – del tetto alle retribuzioni dei manager apicali delle banche che richiederanno assistenza alle casse federali, ed il nuovo, ennesimo salvataggio annunciato dal Segretario al Tesoro, Timothy Geithner, nella giornata di martedì. Andiamo con ordine.

Nell’imminenza della visita a Pechino di Hillary Clinton, si levano le voci di quanti, in Cina, vorrebbero mettere sotto tutela le politiche fiscali e di debito pubblico degli Stati Uniti. Yu Yongding, ex consigliere della banca centrale cinese, ed attualmente alla guida del World Economics and Politics Institute presso l’Accademia di Scienze Sociali, ha dichiarato che gli Stati Uniti dovrebbero rassicurare la Cina che il valore dei Treasuries da essa detenuti (pari a 682 miliardi di dollari) non subirà significative erosioni, il che significa invitare gli Usa a non essere troppo spregiudicati nel deficit spending. La presa di posizione sembra la risposta alla intempestiva uscita di Obama (via Geithner), che ha additato la Cina come currency manipulator.

La contrarietà della Lombardia al monopolio di Cai sulla tratta aerea fra Milano e Roma è ormai acquisita, ma oggi il governatore Roberto Formigoni è andato oltre, proponendo di mettere a gara la tratta se la società andrà avanti con il piano che prevede di ridurre Linate alla sola navetta per la capitale, aumentando solo simbolicamente i collegamenti con Malpensa.

Per la serie “val più un’immagine”, ecco il confronto storico delle perdite nette cumulative di occupazione in tutte le recessioni statunitensi del Dopoguerra, in percentuale dell’occupazione di picco (che non necessariamente coincide con l’inizio delle recessioni, così come datate dal National Bureau of Economic Analysis). E’ interessante notare che le due ultime recessioni sono state jobless recovery, nelle quali cioè il gap di occupazione, per quanto non drammatico come l’attuale, è stato colmato solo molto lentamente rispetto al passato.

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Il dato ufficiale della disoccupazione statunitense, pari al 7,6 per cento in gennaio, si raffronta ad un valore del 4,9 per cento lo stesso mese dell’anno precedente. Si tratta del maggior incremento annuale della disoccupazione dal 1975. Per quanti pensano che in fondo si tratti di un numero ancora nel complesso modesto, anche in prospettiva storica, può essere utile considerare la più ampia misura di disoccupazione, la cosiddetta U-6, che a gennaio ha toccato il 13,9 per cento, da 13,5 per cento di dicembre. Questo dato, che considera le persone che hanno smesso di cercare lavoro o che non riescono a trovare un impiego a tempo pieno, è il peggiore dall’inizio delle rilevazioni di questa serie, nel 1994.