Uno degli esercizi intellettuali più graditi a politici, economisti e giornalisti è rappresentato dalla proiezione futura delle tendenze attuali. Un gioco di società tanto suggestivo quanto futile, perché destinato ad essere invalidato dall’adozione di misure correttive, o dall’irrompere sulla scena di elementi imprevisti, tali da alterare il corso della storia. L’economista Glenn Hubbard, ex presidente del Council of Economic Advisors del presidente degli Stati Uniti, segnala l’insostenibilità fiscale dei cosiddetti entitlements del bilancio federale: quelle voci di spesa che in Italia, per consolidata tradizione bipartisan, siamo soliti definire “diritti acquisiti” dimenticando che, oltre ai diritti, in una comunità nazionale dovrebbero esistere anche “doveri acquisiti”, in primo luogo quello di non danneggiare le generazioni future, seppellendole sotto una montagna di debito. Scrive Hubbard, sul Wall Street Journal:

L’attuale modello sociale europeo si è dimostrato palesemente incapace di affrontare le moderne sfide della globalizzazione, ed ha lasciato l’Europa con enormi problemi: un insormontabile debito pubblico, una popolazione in rapido invecchiamento, 19 milioni di disoccupati, ed un tasso di disoccupazione giovanile del 18 per cento. Le cifre della disoccupazione possono essere tranquillamente raddoppiate per tenere conto della disoccupazione occultata. La realtà non detta è che la reale consistenza della disoccupazione europea si trova ai livelli della Depressione del 1932.
Tutto ciò accade mentre il tasso di crescita medio mondiale è superiore al 4 per cento, per effetto della crescita in doppia cifra (o prossima ad essa) di Cina e India, e della crescita degli Stati Uniti, pari anch’essa a circa il 4 per cento, per effetto della maggiore capacità a sfruttare le dinamiche della globalizzazione. L’Unione Europea cresce ad un passo di circa l’1.5 per cento. Perché questa avvilente performance, prodotta tra l’altro dal più grande mercato unico del pianeta, e in un’area che potrebbe godere della propria imponente dotazione infrastrutturale, di alti standard formativi e di etica del lavoro, di un clima favorevole e, non ultimo, dal grande potenziale creato dalla caduta della Cortina di Ferro?

Anni addietro, dopo l’oscura “Rivoluzione di Timisoara”, che condusse al rovesciamento ed alla eliminazione fisica del dittatore romeno Nicolae Ceausescu e di sua moglie, la Romania iniziò la propria lunga e lenta marcia verso la democrazia e l’Europa, inizialmente guidata da un governo tecnico presieduto da Petre Roman. I primi, timidi tentativi di far evolvere l’economia romena verso assetti di libero mercato, attraverso l’avvio di privatizzazioni, si scontrarono con la fortissima ostilità di larga parte della popolazione. Di quel periodo, ricordiamo ancor oggi nitidamente le parole di un manifestante, intervistato dalla televisione. Rispondendo al giornalista, che gli aveva chiesto cosa pensasse delle privatizzazioni, l’uomo rispose “Sono contrario, perché privatizzare ha lo stesso significato di privare“. Questa frase ci è tornata in mente in queste giornate di grandi proteste francesi contro il Contratto di Primo Impiego, dopo aver letto un lungo articolo dell’International Herald Tribune sull’incultura economica francese.

Con i giovani francesi impegnati a protestare contro il CPE, il contratto di primo impiego che dovrebbe consentire ai datori di lavoro di di licenziare lavoratori di età inferiore a 26 anni senza preavviso entro i primi due anni dall’assunzione, i sondaggi indicano che il pubblico francese è, in maggioranza, favorevole alle ragioni dei manifestanti. Questa resistenza alla rimozione delle protezioni di stato appare correlata ad una più ampia sfiducia: in un recente sondaggio globale, i francesi risultano i più scettici nei confronti del sistema di libero mercato rispetto ai cittadini di altri paesi.

Enrico Letta ha aperto un blog? Abbiamo robusti dubbi al riguardo. O meglio, diciamo che Enrico Letta ha aperto un sito personale, dove tenta di compiere una sua personalissima “operazione verità” sulla politica fiscale del futuribile governo unionista. Si tratta, quindi, di una sorta di “one-issue personal site”, con tutti gli elevati rischi di mortalità infantile che contraddistinguono simili iniziative. Preliminarmente, ci corre l’obbligo di fare i complimenti a Letta per aver scelto WordPress come piattaforma di blogging. Analizziamo allora i contenuti dei post, partendo dal più recente, che proclama stentoreo:

(…) 400 euro in più a fine anno per il singolo lavoratore e altrettanti per l’impresa. Questo il risultato che si otterrà dal taglio del 5% del costo del lavoro proposto dall’Unione, che da solo vale più di tutte le millantate riduzioni fiscali di Berlusconi. Vantaggi immediati per i lavoratori in busta paga e per le imprese, che vedranno sensibilmente ridotti i costi a carico del datore di lavoro. Uno strumento concreto per combattere l’attuale precarietà del mondo del lavoro.

Sul Corriere di oggi il professor Giavazzi prende decisamente posizione a favore dell’incremento della tassazione sui titoli di stato, ed aggiunge alcune argomentazioni a supporto di tale posizione. Alcune sono condivisibili, altre meno. Vediamole in dettaglio. Scrive Giavazzi:

L’attuale regime fiscale infatti favorisce i ricchi a scapito dei poveri e chi possiede per lo più titoli di Stato, rispetto alle imprese. Il 10% più ricco delle famiglie possiede il 40% di tutte le attività finanziarie; il 10% più povero l’1,2%. Quando lo Stato tassa i cittadini più poveri per pagare gli interessi sul debito pubblico preleva il 23% (l’aliquota minima sui redditi da lavoro) e lo trasferisce per lo più ai ricchi, i quali, sugli interessi che percepiscono, pagano solo il 12,5%.

Il sistema europeo di welfare, basato su salari minimi e redditi di sostituzione (il cui significato chiariremo tra poco), non riuscirà a sopravvivere alla globalizzazione. Servirà forse un altro decennio o giù di lì, ma alla fine il concetto verrà assimilato. Non c’è modo di contrastare l’onda d’urto della globalizzazione. L’unica domanda è se il welfare riuscirà a sopravvivere, in qualche forma riveduta e corretta, profondamente differente dal sistema che conosciamo oggi.

Nella magistrale analisi di Daniele. Solo alcune considerazioni aggiuntive: per una coalizione politicamente impregnata di idelogismo vetero-marxista e di finto multilateralismo, oltre che di autentico antiamericanismo ed assoluta ignoranza del basilare concetto di “interesse nazionale” (verosimilmente respinto perché assimilato ad un’antitesi dell’internazionalismo proletario), essere capaci solo di balbettare frasi fatte e frusti luoghi comuni onusiani non è una novità. La tanto sbandierata “marginalità” e subalternità agli Stati Uniti del nostro paese, addebitata al governo Berlusconi, è destinata ad essere sostituita da altrettanta marginalità e subalternità, questa volta incardinata nel cuore della Vecchia Europa in bancarotta da welfare e da politica estera, il famoso treno franco-tedesco, da tempo finito irrimediabilmente sul binario morto del declino.
Ma ha ragione Daniele: per soddisfare la sinistra antagonista, si crea un simulacro di politica estera e si vive felici.