Nel 1937, durante la Grande Depressione, un piccolo gruppo di dirigenti d’azienda si riunì a New York per discutere come monitorare l’attività fiscale del governo, e trasmettere in modo comprensibile tali informazioni all’opinione pubblica. Nel decennio precedente, dapprima sotto Herbert Hoover poi sotto Franklin D. Roosevelt, la spesa pubblica federale era cresciuta del 170 per cento; nei precedenti cinque anni il gettito fiscale era aumentato del 198 per cento. Essi decisero, quindi, di lanciare un’organizzazione che, attraverso ricerca ed analisi, potesse informare ed educare i cittadini per mezzo di dati affidabili sul finanziamento della spesa governativa.

Nacque così la Tax Foundation, un’organizzazione nonpartisan, che da ormai settant’anni tenta di informare e formare i contribuenti americani sui princìpi di una solida politica fiscale e sulla dimensione dell’onere tributario sopportato dai cittadini a tutti i livelli di governo, sulla base della convinzione che la disseminazione di informazioni e conoscenze di base riguardo il finanziamento dello stato sia il fondamento di politiche comprese e condivise in una società libera.

Tra le misure contenute nel secondo pacchetto Bersani sulle liberalizzazioni, una prevede che l’acquirente della prima casa possa chiedere l’estinzione anticipata o parziale del mutuo (a condizione siano trascorsi tre anni) senza pagare la penale. In astratto, sembra un provvedimento utile a consentire ai mutuatari di rinegoziare il proprio debito alle migliori condizioni correnti di mercato. Nella sostanza, tuttavia, le banche saranno comunque in grado di non subìre decurtazioni della propria redditività.

Per comprenderne il motivo, occorre spiegare che quella dell’estinzione anticipata del mutuo rappresenta un’opzione del debitore. Nello specifico, si tratta di un’opzione put acquistata dal debitore e venduta dal creditore. Il compratore di un’opzione put ha la facoltà, ma non l’obbligo, di consegnare al venditore della stessa una data quantità di uno strumento finanziario ad un certo momento e ad un certo prezzo.

Intervenendo all’annuale congresso delle associazioni degli operatori finanziari italiani il governatore della Banca d’Italia, Mario Draghi, ha tentato di spiegare ai politici che l’attuale ripresa italiana è puramente congiunturale, considerazione che suggerisce che nulla di sostanziale è stato fatto, ad oggi, per rilanciare in modo strutturale la crescita della produttività, e che di fatto l’Italia conferma la propria caratteristica di paese strutturalmente ritardato nella congiuntura internazionale: nelle fasi espansive cresce meno dei competitori, mentre in quelle di rallentamento tende a ristagnare in modo protratto. Sostiene infatti Draghi:

L’economia italiana continua a trarre vantaggio dal buon andamento del ciclo europeo e mondiale, benché il suo tasso di crescita resti inferiore alla media europea. Nel 2006, secondo le stime disponibili, l’aumento del prodotto è stato poco inferiore al 2 per cento. Dal punto di vista congiunturale il miglioramento rispetto agli anni precedenti è evidente. Ma non basta: è necessario che alla crescita, finora per lo più indotta dal buon andamento delle economie europee e di quella tedesca in particolare, si sostituisca via via una crescita interna. Ciò richiede che si avvii un processo di aumento duraturo della produttività totale dei fattori, che ristagna dalla metà degli anni novanta. Occorre liberare le risorse materiali e soprattutto di capitale umano, in particolare quelle dei giovani, di cui il nostro Paese dispone in abbondanza. Emergono segnali positivi soprattutto nelle imprese più esposte alla concorrenza internazionale, ma è ancora difficile discernere con sicurezza l’effetto di cambiamenti di natura strutturale da quello dei fattori abitualmente osservati nelle fasi di ripresa del ciclo.

Un anno fa, il 30 gennaio 2006, sul sito de lavoce.info, compariva un articolo a firma del professor Nouriel Roubini, docente di Economics and International Business alla Stern School of Business della New York University, in cui l’autore vaticinava l’assai tangibile rischio di una più o meno imminente deriva argentina per l’Italia. Posizione legittima, se solo fosse stata supportata da argomentazioni altrettanto robuste. Invece, Roubini (piuttosto irritato per essere stato strapazzato in modo assai poco urbano qualche giorno prima da Giulio Tremonti a Davos) arrivava a ipotizzare la probabile uscita dell’Italia dall’euro, definendo il Bel Paese addirittura affetto da stagdeflazione, cioè da stagnazione (verissimo) e deflazione (ma quando mai?).

Il rischio dell’argentinizzazione dell’italia (cambio fisso e perdita di competitività, crescenti deficit di bilancio pubblico e delle partite correnti) esisteva ed esiste tuttora, in linea teorica, ma non propriamente nei termini e con il timing previsto da Roubini. Ma un anno fa era assai facile trovare ampia risonanza e consenso mediatici con argomentazioni strillate come questa, come dimostra anche la piccola canea di tifosi prodiani che si scatenarono sul blog in inglese di Roubini, affermando che il destino argentino dell’Italia era cosa già compiuta, visto il ruolo giocato dall’allora governo italiano di “fanfaroni mafiosi“. Inutilmente (come potete leggere nei commenti del 31 gennaio 2006 al post su lavoce) cercammo di convincere il professor Roubini della frettolosità e superficialità della sua analisi; la sua risposta non rispose alcunché alle nostre obiezioni di merito e metodo, corredate da valutazioni di mercato dei capitali che quotidianamente ci scorrevano sotto gli occhi, e non indicavano nessun collasso italiano, né a breve né a medio termine.

Probabile svolta nel mondo della telefonia mobile italiana: con un comunicato apparso oggi anche sul proprio sito, Vodafone ha annunciato di essere disponibile a concludere entro il prossimo 31 marzo un accordo

“giuridicamente vincolante, preparatorio o definitivo, avente ad oggetto la fornitura di servizi di accesso wholesale alla propria rete di comunicazione mobile presente in Italia, tale da permettere all’Operatore di sviluppare una propria e autonoma offerta commerciale di servizi di comunicazione mobile alla clientela finale”.

Segue l’indicazione delle condizioni, che potrete leggere in dettaglio su Punto Informatico.

Paese davvero bizzarro, l’Italia. Il presidente dell’Autorità Garante per la Concorrenza ed il Mercato (per gli amici, Antitrust) si è permesso, nei giorni scorsi, di sollevare dubbi su quella norma del disegno di legge Gentiloni sul riassetto del sistema dell’emittenza e la transizione al digitale, che prevede l’imposizione di un tetto massimo del 45 per cento per la raccolta pubblicitaria di un singolo operatore. Le motivazioni di Catricalà sono piuttosto lineari: per il presidente dell’Antitrust non sarebbe opportuno, dal punto di vista dell’efficienza del mercato, una definizione per legge della posizione dominante, perchè ciò dovrebbe essere frutto di un’istruttoria caso per caso, che spetta all’autorità competente sulla base di una molteplicità di informazioni sulle condizioni del mercato, e non solo delle quote detenute dalle imprese. Per Catricalà, meglio sarebbe tornare nell’alveo della Legge Maccanico, che poneva un tetto ai ricavi degli operatori televisivi pari al 30 per cento ma relativi ad una base di calcolo ben più ampia, che comprendeva pubblicità, canone Rai, convenzioni e abbonamenti della pay-tv. Una legge che salvaguardava lo sviluppo interno delle aziende e le esigenze di pluralismo.

di Antonio Mele*

Paese che vai, governo socialista ed incompetente che trovi.

Ieri in una intervista sul Corriere il presidente dell’Antitrust Catricalà si augurava che le “[…] tariffe telefoniche, che un po’ saliranno, non aumentino così tanto da sminuire il vantaggio” della cancellazione del costo di ricarica appena approvato dal governo nel pacchetto Bersani. Ora spieghiamo al signor Catricalà perché le sue speranze sono mal riposte.

Ci è stata segnalata la piccola ed inacidita replica del giovane e brillante columnist del Foglio al nostro post, in cui lo abbiamo pizzicato a scrivere sciocchezze sulla mirabolante crescita dei salari reali (come lui stesso li ha definiti) negli Stati Uniti, addirittura pari al 10 per cento nel periodo 2003-2006. Rocca cita i dati della Casa Bianca, che sostengono:

Real After-Tax Income Per Person Has Risen By 9.6 Percent $2,840 Since The President Took Office.

Sfortunatamente per lui, Rocca parla di cose che non conosce, tecnica in cui è indiscutibilmente maestro, a giudicare dalle sue dotte tranvate sulla politica estera statunitense. A suo beneficio, ed a beneficio dei lettori, vediamo di riportare i dati alla loro essenza e veridicità.

Il presidente Bush ha presentato un piano di modifiche alla legislazione fiscale per incoraggiare gli americani ad acquistare un’assicurazione sanitaria. Oggi, 46 milioni di cittadini statunitensi sono del tutto privi di copertura sanitaria, e ogni anno ciò pesa sui conti federali per circa 45 miliardi di dollari di cure mediche erogate. Il bivio a cui si trovano di fronte presidenza e Congresso è relativo a come aumentare la copertura sanitaria riducendo l’esborso pubblico. Per ottenere ciò vi sono essenzialmente due modi: fornire programmi pubblici o enfatizzare la copertura sanitaria privata. La seconda opzione è quella prescelta da Bush, che vuole evitare di creare l’ennesimo entitlement di spesa o aumentare le tasse.

La proposta di Bush prevede il ricorso ad incentivi fiscali per consentire l’acquisto di polizze sanitarie a chi non fruisce di copertura sanitaria aziendale, simili alle deduzioni utilizzate dai proprietari di casa per l’interesse pagato sui mutui ipotecari. Il programma non avrebbe tuttavia impatto sui conti federali perchè le agevolazioni fiscali sarebbero finanziate dall’introduzione di un tetto all’esenzione fiscale di cui attualmente godono i datori di lavoro che sottoscrivono una polizza sanitaria come fringe benefit per i propri dipendenti, oggi integralmente deducibile dall’imponibile di azienda e lavoratore.