In condizioni normali non amiamo citare questo tipo di classifiche, per il potenziale di banalizzazione mediatica e politico-parolaia che esse fatalmente implicano. Facciamo un’eccezione, visto che il tema è di stretta attualità. Il rapporto Doing Business della World Bank stila un indice sintetico di quanto risulta agevole (o meno) intraprendere e mantenere un’attività produttiva in un paese.

L’indice considera 155 paesi, ed utilizza una metodologia basata sulla media aritmetica delle posizioni espresse in percentile relativamente a dieci indicatori: tempi e costi di avvio dell’attività, regime delle licenze, rigidità del mercato del lavoro, tempi e costi di registrazione degli immobili commerciali, facilità di accesso al credito, protezione legale degli investitori, fiscalità, commercio estero (in termini di procedure burocratiche relative ad import ed export), tutela e protezione delle obbligazioni contrattuali (enforcing contracts), facilità di cessazione dell’attività.

Il Consiglio dei ministri ha autorizzato un secondo decreto flussi per il 2006 per regolarizzare la posizione dei lavoratori che avevano presentato in primavera la domanda. È stata, così, sanata la differenza fra le 520mila domande che erano state firmate dai datori di lavoro e presentate dagli stessi extracomunitari palesemente già in Italia e i 170mila permessi autorizzati dal Governo Berlusconi.
Secondo il ministro della Solidarietà Sociale, Ferrero, il nuovo decreto flussi porterà nelle casse dello Stato tra un miliardo e un miliardo e mezzo di euro sotto forma di pagamento di contributi da parte dei datori di lavoro, evitando a circa 350mila persone di lavorare in nero.
Con la riapertura delle quote 2006 è stato anche liberalizzato il mercato del lavoro per i cittadini dei Paesi neocomunitari, con opportunità di sviluppo per l’agricoltura, dove un lavoratore su dieci è immigrato, proveniente, in genere, dalla Polonia. Restano in essere molti problemi relativi alla gestione dei flussi migratori, in primo luogo la ricerca di un equilibrio tra risorse di welfare assorbite e reddito generato dagli immigrati, soprattutto relativamente ai meccanismi di ricongiungimento familiare. I flussi migratori riguardano, in via preponderante, lavoratori a bassa qualificazione professionale, che sono quelli che subiscono le maggiori pressioni al ribasso sui propri redditi, e tendono a diventare utilizzatori netti di risorse di welfare. Questa tendenza riflette la specializzazione prevalente nell’economia italiana: attività a basso valore aggiunto e bassa crescita di produttività, che necessita di una dinamica retributiva stabile o cedente per assorbire la crescente offerta di lavoro non qualificato. Ma esiste anche una quota di immigrazione, effettiva e potenziale, che riguarda soggetti ad elevata qualificazione professionale e che di solito è scarsamente indagata nelle analisi del mercato del lavoro.

La legge delega sui diritti televisivi del calcio, approvata oggi dal consiglio dei ministri, prevede il ritorno alla ”contrattazione collettiva” il cui scopo, secondo il ministro Melandri, è quello di ”garantire l’equilibrio competitivo dei soggetti partecipanti alle competizioni sportive”, ma che avrà evidenti ripercussioni anche sul mercato dell’emittenza televisiva, in quanto mirato a ”realizzare un sistema efficace e coerente di misure idonee a stabilire e a garantire la trasparenza e l’efficienza del mercato dei diritti di trasmissione comunicazione e messa a disposizione al pubblico, in sede radiotelevisiva e su altre reti di comunicazione elettronica, degli eventi sportivi, dei campionati di calcio e delle altre competizioni calcistiche professionistiche organizzate a livello nazionale”.

Molti economisti ritengono che sarebbe desiderabile un aumento del tasso di risparmio da parte degli americani. Vi sono parecchie ragioni per questa conclusione. Da una prospettiva microeconomica, un maggiore risparmio significherebbe essere meglio preparati per la pensione, obiettivo importante soprattutto perché la Social Security, il programma pubblico che fornisce il reddito del periodo di pensionamento, vedrà crescenti difficoltà finanziarie nei prossimi anni, in parallelo all’invecchiamento della popolazione. Da una prospettiva macroeconomica, un maggiore risparmio condurrebbe ad un aumento dell’offerta di fondi disponibili per finanziare gli investimenti; il modello di crescita di Solow mostra che un’accresciuta accumulazione di capitale implica un reddito più elevato. In un’economia aperta, un maggiore risparmio significa che un minor volume di investimenti sarebbero finanziati da fondi provenienti dall’estero, spingendo il saldo di bilancia commerciale (e delle partite correnti) da deficit a surplus. Il punto è: come indurre gli americani (e non solo loro) a risparmiare di più?

Mario Draghi Durante l’audizione sul Dpef davanti alle commissioni riunite Camera e Senato, il governatore della Banca d’italia, Mario Draghi, ha tracciato alcune direttrici di politica economica a cui il governo dovrebbe ispirarsi per dare contenuto alla cornice teorica del documento di programmazione presentato nei giorni scorsi. In dettaglio, Draghi chiede al governo la prosecuzione del processo di liberalizzazione, ed al contempo un recupero di efficienza ed efficacia dell’azione della pubblica amministrazione, ponendo fine agli sprechi che la caratterizzano. Ma la portata delle indicazioni strategiche è molto ampia, e finisce col toccare direttamente il nucleo del programma economico dell’Unione.

Durante l’audizione alla Commissione Cultura della Camera il commissario straordinario della Figc, Guido Rossi, ha tra l’altro affermato di essere contrario alla quotazione in borsa delle società calcistiche:

“Non andava fatta, è stata una trappola. Si può quotare solo un patrimonio, come è lo stadio per il Manchester United o altre squadre inglesi. In Italia nessuno è in questa condizione”.

Rossi si è poi detto favorevole alla vendita collettiva dei diritti televisivi.E’ una posizione interessante, perché parzialmente in contrasto con l’orientamento dell’Antitrust, che nei giorni scorsi si è detto contrario alla regolamentazione per legge della vendita collettiva dei diritti, gettando una secchiata di acqua fredda sulle velleità dirigistiche della ministra Melandri che, dopo aver cantato a squarciagola l’inno di Mameli, si accingeva a scrivere col collega Gentiloni una bella legge “organica e di sistema”, di quelle che tanto piacciono alla sinistra. Secondo l’Antitrust, per contro, sarebbe auspicabile una sorta di autoregolamentazione interna alla Lega calcio, oltre all’adozione di uno dei modelli convenzionali europei, quale ad esempio quello inglese. E qui arriviamo all’altro tema toccato da Guido Rossi, quello della quotazione di borsa delle società di calcio. La frase utilizzata dal commissario straordinario della Figc, secondo il quale si può quotare solo il patrimonio, ci sembra scarsamente comprensibile, nel senso che sarebbe meglio quotare reddito e (soprattutto) flussi di cassa, poiché il patrimonio non necessariamente può essere produttivo del primo e dei secondi. Ma è certamente vero che le società calcistiche italiane quotate hanno fallito nell’opera di diversificazione delle proprie fonti di reddito, non disponendo di propri impianti utilizzabili per eventi di intrattenimento collettivo (sportivo e non), e non avendo perseguito in modo convincente la strada dello sviluppo del merchandising (peraltro minato alla radice da una contraffazione capillare ed ubiqua).

Forse ha ragione chi definisce il Dpef un libro dei sogni, un “vorrei ma non posso”, la lista dei provvedimenti di spesa che il governo (qualsiasi governo) ambirebbe ad introdurre, ma che la ristrettezza delle risorse finanziarie impedisce di realizzare. Per due mesi, questo documento propedeutico e pleonastico alla legge Finanziaria, e che reca in sé il dna della velleitaria pianificazione quinquennale, bloccherà i lavori parlamentari e le prime pagine dei giornali, consentendo a politici, sindacati, imprenditori e opinion maker di avere il proprio quarto d’ora di popolarità, soprattutto quella che deriva da veti e niet. Anche il Dpef 2007-2011 presentato ieri dal governo Prodi è destinato a non sottrarsi alla tradizione, come dimostra la mancata partecipazione al voto in consiglio dei ministri da parte del ministro del Prc, Ferrero, e le susseguenti richieste di “cabine di regia” da parte della sinistra radicale e dei sindacati. Difficile analizzare qualcosa che di fatto non rappresenta neppure una cornice dei provvedimenti che vedranno la luce nei prossimi mesi. Partiamo dagli elementi positivi del documento.