Il consiglio dei ministri di venerdi 1 dicembre ha approvato due provvedimenti che potenzialmente rappresentano altrettante svolte epocali per il nostro paese. Con il primo, è stata decisa la presentazione di un disegno di legge delega relativo al “riordino dell’accesso alle professioni intellettuali, alla riorganizzazione degli ordini, albi e collegi professionali, al riconoscimento delle associazioni professionali, alla disciplina delle società professionali e al raccordo di tali disposizioni con la normativa dell’istruzione secondaria superiore e universitaria.” Un disegno di legge delega è, per sua natura, un parto della fantasia. Dapprima il governo necessita dell’ottenimento della delega stessa dal parlamento, ed in seguito procede ad emettere i relativi decreti attuativi. Nessuna meraviglia, quindi, che l’annuncio delle linee-guida sia alquanto accattivante:

Sono trascorsi vent’anni da quando il presidente Reagan ha promulgato il Tax Reform Act del 1986, uno sforzo bipartisan per semplificare la legislazione fiscale statunitense. Da allora, ogni anno, il legislatore ha introdotto una media di 750 nuovi provvedimenti di esenzione, deduzione ed altri loopholes fiscali, per un totale di 15.000 deroghe ed eccezioni al Tax Code. Per effetto di ciò, la legislazione è divenuta sempre più onerosa, inefficiente, distorsiva del corretto funzionamento dei mercati e maggiormente incline a favorire comportamenti evasivi. Per il Congresso è tempo di procedere ad una profonda revisione del Tax Code, per semplificare la legislazione fiscale ed ampliare la base imponibile, prerequisito alla successiva riduzione delle aliquote nominali a gettito complessivo invariato.

“In Italia l’aggiustamento è interamente legato a nuove tasse, con nessun serio tentativo* di tagliare la spesa”. E’ quanto si legge nell’Economic Outlook dell’Ocse in merito alle modalità con cui l’Italia punta a riaggiustare i conti pubblici nel 2007.
Secondo l’ Organizzazione, la Finanziaria per il prossimo anno è troppo imperniata intorno all’aumento dell’imposizione fiscale, “che avrà un effetto depressivo sulla crescita dei consumi”.

Nei giorni scorsi l’Istat ha pubblicato i dati relativi al commercio estero italiano nel mese di settembre. La circostanza ha offerto a Emma Bonino l’opportunità per dettare alle agenzie un comunicato dai toni trionfalistici ed al solito autocelebrativi:

“I dati di settembre sull’interscambio commerciale con i Paesi Europei contengono nuovi elementi positivi di discontinuità, che evidenziano il cambio di passo attuato da questo governo nella politica commerciale“. E’ quanto afferma Emma Bonino, ministro per il Commercio internazionale e per le politiche europee, commentando i dati sulla bilancia commerciale diffusi dall’Istat. “Per la prima volta, a settembre, non succedeva da oltre un anno”, sottolinea una nota, “le esportazioni (+6,6%) sono cresciute piu’ delle importazioni (+5,5%): una inversione di tendenza che può essere di buon auspicio per chiudere l’anno con un incremento significativo di presenza del made in Italy sui mercati internazionali”.
Il secondo aspetto positivo, continua il ministro, “è il decremento del deficit della bilancia commerciale : da 180 a 15 milioni di Euro, nonostante il passivo energetico che continua ad essere il nostro principale problema. Infine, una forte impennata delle nostre esportazioni verso la Germania (+9,4%).Un vero e proprio boom, ovviamente trainato dalla ripresa dei consumi interni ma anche dall’attenzione che portiamo ad un mercato che è per noi fondamentale, e ad un Paese che è il nostro principale partner commerciale.”

Il ministro, nella propria pulsione autoincensatoria, dimentica o sottace alcuni elementi di interpretazione meno propagandistica dei dati.

La maggior parte delle analisi di politica economica si basano su quelle che gli economisti chiamano “assunzioni statiche”. In altri termini, il sentiero futuro di variabili macroeconomiche quali stock di capitale e prodotto interno lordo è assunto invariante, indipendentemente dalle scelte di politica fiscale. Questo approccio non è realistico, ma ha rappresentato la tradizione dell’analisi fiscale soprattutto perché risulta semplice e conveniente. Nel budget per il 2007, il presidente Bush ha richiesto allo staff del Tesoro di sviluppare un’analisi dinamica della politica fiscale, utilizzando un modello che non considera gli effetti di breve periodo della tassazione sul ciclo economico, ma che si focalizza invece sugli effetti di lungo periodo sulla crescita economica, in termini di incentivi a lavorare, investire, risparmiare ed allocare capitale tra impieghi alternativi. Il rapporto del Tesoro descrive ciò che accadrebbe all’economia statunitense se gli sgravi fiscali degli ultimi anni venissero resi permanenti, confrontandoli con lo scenario alternativo del ripristino delle aliquote in vigore fino al 2000. Specificamente, il rapporto analizza gli effetti di minori tasse su dividendi e capital gains e quelli di minori imposte sul reddito. Dall’analisi si traggono tre lezioni fondamentali:

Un tizio che dichiara di essere editore di una newsletter azionaria affitta una casella postale a un indirizzo di comodo, si inventa roboanti qualifiche accademiche e/o professionali e spedisce delle lettere a potenziali abbonati, magnificando di essere in possesso di un miracoloso software per la selezione dei titoli azionari, basato su complessi algoritmi di screening dell’universo investibile, oltre che su una pluriennale esperienza di investimento, un eccellente track-record e (cosa che non guasta mai) delle buone connessioni nel mondo della gestione di portafogli e della finanza più in generale.

Supponete di essere uno dei destinatari di queste lettere e di ricevere per sei settimane consecutive delle previsioni esatte su un determinato indice azionario. Vi abbonereste alla newsletter? E cosa fareste se riceveste dieci previsioni esatte di fila?

Il concetto di ecotassa sui prodotti importati è ricomparso alla conferenza dell’Onu sul cambiamento climatico di Nairobi, conclusasi venerdi 17. La ministra francese dell’Ambiente, Nelly Olin, ha annunciato che la Francia applicherà, dal 2012 (sic), una ecotassa sui prodotti industriali importati da paesi che non hanno sottoscritto il Trattato di Kyoto. In astratto, l’ecotassa è un meccanismo interessante per prezzare ed internalizzare i costi ambientali di un prodotto, ma è anche contestata perché vista come una barriera commerciale camuffata. E’ altamente probabile che gli Stati Uniti porterebbero la disputa davanti alla WTO, denunciando la Francia per condotta protezionistica. Resta da chiedersi perché attendere il 2012 per avviare una simile “meritoria” azione di tutela ambientale. Sorge il legittimo sospetto che si tratti dell’ennesima rodomontata francese in chiave antiamericana. Nulla di nuovo sotto il sole parigino. Nel frattempo, poiché le ecotasse sembrano essere divenute l’ultimo gadget di governi e agit-prop il redivivo Al Gore, produttore di un film-documentario sull'”imminente” catastrofe ambientale del pianeta Terra, suggerisce di introdurre una carbon-tax il cui gettito servirebbe a ridurre i contributi sociali sulla busta-paga (il famigerato cuneo fiscale), mantenendo invariata la pressione fiscale complessiva.

Nel 1996 il governo Prodi (ministro del Tesoro era Carlo Azeglio Ciampi) avviò un’imponente azione di riduzione del deficit di bilancio, per rientrare nei parametri di convergenza all’euro previsti dal Trattato di Maastricht. La manovra ebbe successo, e permise al nostro Paese di entrare nella moneta unica. Anche allora, non senza fondamento, la retorica d’ordinanza fu quella emergenziale. Prodi era appena tornato dalla Spagna, dove aveva inutilmente tentato di convincere l’allora primo ministro Aznar a formare un fronte comune per ottenere un differimento dei tempi d’ingresso dei due paesi nell’euro, ottenendone un secco rifiuto. Da quel momento iniziò una disperata corsa contro il tempo, gestita dal governo italiano attraverso aumenti di tassazione e blocco temporaneo di spesa pubblica. Oggi che la mitologia imperante narra di quell’epica come di un momento dirimente della storia patria, e narra altresì della legislatura 2001-2006 come di un momento di lassismo e dissipatezza nella gestione della spesa pubblica, può essere utile leggere quanto scritto da Alberto Alesina e Francesco Giavazzi nel loro ultimo libro, Goodbye Europa: