Il sistema europeo di welfare, basato su salari minimi e redditi di sostituzione (il cui significato chiariremo tra poco), non riuscirà a sopravvivere alla globalizzazione. Servirà forse un altro decennio o giù di lì, ma alla fine il concetto verrà assimilato. Non c’è modo di contrastare l’onda d’urto della globalizzazione. L’unica domanda è se il welfare riuscirà a sopravvivere, in qualche forma riveduta e corretta, profondamente differente dal sistema che conosciamo oggi.

Nella magistrale analisi di Daniele. Solo alcune considerazioni aggiuntive: per una coalizione politicamente impregnata di idelogismo vetero-marxista e di finto multilateralismo, oltre che di autentico antiamericanismo ed assoluta ignoranza del basilare concetto di “interesse nazionale” (verosimilmente respinto perché assimilato ad un’antitesi dell’internazionalismo proletario), essere capaci solo di balbettare frasi fatte e frusti luoghi comuni onusiani non è una novità. La tanto sbandierata “marginalità” e subalternità agli Stati Uniti del nostro paese, addebitata al governo Berlusconi, è destinata ad essere sostituita da altrettanta marginalità e subalternità, questa volta incardinata nel cuore della Vecchia Europa in bancarotta da welfare e da politica estera, il famoso treno franco-tedesco, da tempo finito irrimediabilmente sul binario morto del declino.
Ma ha ragione Daniele: per soddisfare la sinistra antagonista, si crea un simulacro di politica estera e si vive felici.

Vaclav Klaus, presidente della Repubblica Ceca, si scaglia contro il totem illiberale dell’ultimo europeismo. In un recente discorso tenuto presso l’ambasciata del proprio paese in Lussemburgo, Klaus ha espresso concetti impressionanti, per portata culturale ed ampiezza della riflessione filosofica, che squarciano il velo di euroconformismo ipocrita tanto caro alle cariatidi della Vecchia Europa, Romano Prodi su tutti. Il presidente ceco ha espresso seri dubbi circa il futuro “sempre più unificato” dell’Unione Europea. E colpisce il fatto che questi dubbi siano condivisi dai leader di quella che fu la dissidenza dell’Est Europa, come Vladimir Buchowsky, che tempo fa a Bruxelles ha ammonito contro la trasformazione dell’Europa in una nuova Unione Sovietica, la EURSS, il superstato totalitario.

Per la maggior parte del Ventesimo secolo, la principale imposta federale sui privati negli Stati Uniti è stata quella sul reddito, sia da lavoro (salari e stipendi) che da capitale (interessi, dividendi e capital gains). Ma un numero crescente di economisti e politici sono giunti alla conclusione che gli Stati Uniti dovrebbero sostituire (in tutto o in parte) l’imposta sul reddito con una imposta sui consumi. Malgrado il dibattito sia stato finora in prevalenza basato sull’opportunità, per gli Stati Uniti, di introdurre un’imposta sul valore aggiunto del tipo di quelle in vigore in Europa, essa non rappresenta il tipo di imposizione a cui pensano i sostenitori della tassa sui consumi, che ipotizzano invece una imposta sui consumi (significativamente nota anche come imposta sul reddito consumato) applicata su ciò che viene speso, anziché su ciò che viene guadagnato. Si può quindi pensare alla consumption tax come ad un’imposta sul reddito che consente deduzioni illimitate per i risparmi e che quindi tassa tutti i prelievi dal risparmio, proprio come avviene con i conti previdenziali individuali (Individual Retirement Accounts, IRA) o con i piani di risparmio 401(k).

E’ noto che medici, dentisti ed avvocati devono essere iscritti ad un albo professionale per poter esercitare la propria professione. Ma che si può dire riguardo ai tassisti? Oppure (negli Stati Uniti) a bibliotecari, proiezionisti cinematografici, fisioterapisti, manicure? Nel suo nuovo libro, “Licensing Occupations: Ensuring Quality or Restricting Competition?”(Upjohn Institute, 2006) Morris M. Kleiner, economista della University of Minnesota, si domanda se l’occupazione su licenza, nata alle origini per proteggere i consumatori garantendo standard elevati di expertise professionale non si sia spinta troppo oltre, determinando restrizioni all’offerta di lavoratori in varie professioni. Con il risultato che i servizi forniti da lavoratori iscritti ad albi professionali sono più costosi senza peraltro (come vedremo) che la qualità ne sia significativamente migliorata. Il professor Kleiner stima su basi conservative che, nell’anno 2000, circa il 20 per cento dei lavoratori statunitensi erano occupati in una professione che richiede una licenza statale. Ciò rappresenta il risultato della forte espansione del settore dei servizi, dove il licensing è prevalente, e dal fatto che sempre più professioni hanno iniziato a richiedere l’iscrizione ad albi professionali, con percentuali che variano dal 30 per cento della California al 6 per cento del Mississippi per le sole licenze statali.

Secondo la People’s Bank of China, alla fine del 2005 la consistenza dei depositi bancari riconducibili ai privati (cioè il risparmio delle famiglie) ha raggiunto il record di 14 trilioni di yuan (circa 1.72 trilioni di dollari). Questo dato indica che, nel complesso, i cinesi sono certamente divenuti più ricchi. Ma il rapido accumulo di depositi evidenzia anche la riluttanza a spendere, come confermato anche dal fatto che il tasso di consumo è in calo per il quinto anno consecutivo. Troppi depositi creano fondi improduttivi, e se le banche non trovano modi alternativi per riassorbire l’eccesso di risparmio, l’esito sarà un aumento di pressioni e squilibri nell’economia. Nel 2005, i prestiti erogati dal sistema bancario cinese sono stati pari ad un misero 53 per cento della raccolta di depositi, contro il 91 per cento di un decennio fa, quando evidentemente il denaro fluiva in modo più armonico in un sistema produttivo che non aveva ancora iniziato il proprio “Grande Balzo in avanti” economico.

La vicenda Enel-Suez, o meglio Italia-Francia, sta scatenando una ridda di dichiarazioni, proclami e idiozie assortite, tutte rigorosamente bipartisan, che rientrano a pieno titolo nell’impotente logorrea nazional-popolare. Per riassumere: a nostro giudizio, il governo francese ha agito da broker, esercitando una “moral suasion” (eufemisticamente parlando) per indurre una società privata quale è Suez, a fondersi con una pubblica, quale è Gaz de France, attualmente controllata all’80 per cento dallo Stato francese. E’ poi innegabile che, se Enel avesse proceduto a depositare il prospetto dell’Opa su Electrabel (controllata belga di Suez e casus belli dell’intera vicenda) anziché annunciare alla stampa le proprie intenzioni, il numero di gradi di libertà di Palais Matignon sarebbe stato fortemente ridotto. Nei fatti, appare altrettanto ineccepibile la presa di posizione del Commissario Ue alla Concorrenza, Charlie McCreevy che ieri, per bocca del proprio portavoce, ha dapprima detto che non ravvisa violazione alla normativa europea sulla libera circolazione dei capitali, e successivamente ha precisato che il comportamento francese è contrario allo spirito (sic) che dovrebbe guidare la liberalizzazione dei mercati europei.