Il ticket sul pronto soccorso non aumenta, ma “in realtà diminuisce del 35% mentre crescono le esenzioni”: il ministero della Salute precisa così in una nota il contenuto dell’emendamento presentato in Finanziaria sul ticket sulle prestazioni di pronto soccorso.
Prima dell’emendamento presentato ieri alla Camera le quote a carico dei non esenti erano così composte: 23 euro per le prestazioni non urgenti (il cosiddetto codice bianco) e 41 euro per le altre tipologie di prestazioni non urgenti (il codice verde, con esclusione dei traumi e degli avvelenamenti).

Una vittoria dei Democratici nelle elezioni di Midterm può contribuire a ridurre il deficit federale? Secondo alcuni osservatori ciò potrebbe effettivamente accadere. Per William Niskanen, presidente del Cato Institute ed ex presidente del Council of Economic Advisers durante la presidenza Reagan, il “governo diviso” servirebbe a bilanciare gli eccessi, soprattutto quelli di prodigalità fiscale. Quale evidenza storica, Niskanen cita gli unici due periodi di restrizione fiscale vissuti dagli Stati Uniti nel secondo Dopoguerra: gli ultimi sei anni della presidenza Eisenhower e gli altrettanti della presidenza Clinton, due casi di Congresso controllato dall’opposizione. Durante i periodi di “governo diviso” il tasso di crescita medio annuo della spesa pubblica è stato dell’1.73 per cento. Per contro, durante i periodi di “governo unificato” (presidenza e Congresso appartenenti allo stesso partito) la spesa media annuale è aumentata del 5.26 per cento. Niskanen rileva poi che anche le avventure militari degli Stati Uniti dell’ultimo mezzo secolo sono iniziate in regime di governo unificato. Più in generale, le elezioni di Midterm sembrerebbero quindi  essere utilizzate dall’elettorato come occasione per moderare quelli che vengono percepiti come eccessi del governo unificato, e per costringere la classe politica a riforme bipartisan.

Non potete avere entrambe. A meno di ritenere gli italiani dei minus habens, considerazione che potrebbe peraltro avere un qualche fondamento. La tesi secondo la quale la proprietà italiana della grande distribuzione food sarebbe garanzia di mantenimento in vita della produzione italiana, soprattutto nel settore agroalimentare, è una mistificazione ed un falso. Che le Coop abbiano mire su Esselunga, ora che il vecchio (lo diciamo con deferenza e rispetto per la sua storia imprenditoriale) Bernardo Caprotti sembra intenzionato a godersi il meritato riposo, è lecito e legittimo. Basta pagare un euro in più del migliore offerente, di qualsiasi nazionalità esso sia. Assai meno lecito e legittimo sarebbe utilizzare indebite pressioni politico-amministrative, contando su rapporti sinergici con l’attuale governo, per acquisire una posizione dominante nella GDO, segnatamente nel food, che con la sopravvivenza dei produttori agricoli italiani (che restano, in un elevato numero di casi, troppo piccoli e con strutture di costo assai poco efficienti) c’entra come i cavoli a merenda, per restare in tema.

In un sistema puramente proporzionale di imposte sul reddito, la quota pagata da ogni contribuente (o gruppo di contribuenti) dovrebbe essere uguale alla sua quota di reddito sul totale. Ad esempio, un gruppo che guadagni il 10 per cento del reddito totale dovrebbe anche pagare il 10 per cento del totale delle tasse. In un sistema progressivo, per contro, un gruppo di contribuenti ad elevato reddito dovrebbe generare una maggiore quota d’imposte sul gettito totale. Partendo da questa definizione di progressività (che peraltro non è l’unica) è possibile misurarne l’evoluzione nel corso del tempo guardando al rapporto tra la quota di gettito e quella di reddito prodotte da un dato gruppo di contribuenti.

I nuovi dati sulle imposte personali sul reddito, pubblicate dall’Internal Revenue Service statunitense (IRS) e riferite all’anno d’imposta 2004 mostrano che la legislazione fiscale del paese, dopo i tagli di Bush, è divenuta più progressiva di quanto non fosse nell’anno 2000. Una progressività che appare come il risultato delle dinamiche economiche prodotte dagli incentivi all’offerta indotti da riduzione di livello ed appiattimento della curva delle aliquote.

I 16 laender tedeschi avrebbero raggiunto un accordo per introdurre dal prossimo 1 gennaio un canone mensile di 5.52 euro su computer e telefoni cellulari che possono ricevere trasmissioni radiotelevisive via internet. il nuovo balzello graverà su ogni famiglia o azienda che attualmente non corrisponde già il canone radiotelevisivo tradizionale.

La mossa tedesca si aggiunge a quelle già prese da Regno Unito e Svezia, mentre anche altri paesi stanno meditando iniziative simili. Attualmente, in molti paesi europei esiste l’obbligo di pagamento del canone radiotelevisivo, istituito decenni addietro per finanziare il servizio pubblico. Il gettito raccolto attraverso il canone può essere sostanziale: in Germania, esso è pari a 17 euro mensili e raccoglie annualmente circa 7 miliardi di euro per finanziare i canali pubblici ARD e ZDF; nel Regno Unito ogni famiglia con un apparecchio televisivo deve pagare un canone annuo di 131.50 sterline, per un gettito complessivo di circa 3 miliardi di sterline, che vengono assegnati alla Bbc.

Una Finanziaria giusta e seria, come ripete ormai ossessivamente ogni giorno Romano Prodi, spingendosi a valutazioni bizzarre, del tipo “scontenta tutti, quindi va bene, va bene”, reiterato quasi a voler convincere se stesso prima che gli interlocutori. Proviamo allora a cimentarci in un passatempo: segnaliamo le critiche e le perplessità che la manovra ha suscitato in qualificati osservatori esterni a governo e maggioranza. Ha cominciato Mario Draghi, da Via Nazionale, rimarcando soprattutto l’assoluta inazione sul versante delle spese:

“E’ essenziale realizzare con rapidità le riforme necessarie nei principali comparti di spesa: un loro rinvio potrebbe solo rendere più oneroso l’aggiustamento”. (…) ”La manovra lascia sostanzialmente invariate nel 2007 le spese correnti”: [il peggioramento dei saldi] “è largamente dovuto alla dinamica della spesa corrente”, [ed era] “necessario intervenire, con misure di carattere strutturale su tutti i principali comparti”.

Ed ovviamente, se la struttura di spesa non viene minimamente incisa, come far quadrare i conti? Con aumenti delle tasse, ovviamente a carico degli odiati ricchi. Ancora Draghi:

Scavando in quell’inesauribile miniera di trucchi contabili ed ideologismo becero che è la legge Finanziaria 2007, si scoprono alcune autentiche perle, degne di quella che l’attuale maggioranza definiva la contabilità creativa di Tremonti.

Ad esempio, riguardo il trasferimento all’Inps del tfr inoptato, cioè del risparmio forzoso dei lavoratori che non sarà destinato alla previdenza complementare, si apprende che Confindustria si dice “soddisfatta”, per bocca del proprio direttore generale, Maurizio Beretta (un ex giornalista della redazione Economia del Tg1) dell’accordo, perché fondato sulla “transitorietà” del trasferimento all’Inps dei fondi sottratti alla disponibilità delle imprese con oltre 50 dipendenti. Alla fine del prossimo anno è prevista infatti la revisione del protocollo d’intesa, e Confindustria non fa mistero di attendersi l’eliminazione del provvedimento ed il rientro dei fondi in azienda.