Gli Stati Uniti hanno perso in dicembre 524.000 impieghi netti, facendo del 2008 la peggiore annata per l’occupazione dalla fine della Seconda Guerra Mondiale. Il calo di occupazione è in linea con le stime di consenso e segue un calo di 584.000 unità in novembre, rivisto dalla stima iniziale di 533.000. La perdita totale di occupazione nel 2008 ammonta a 2,589 milioni di posti. Il tasso di disoccupazione cresce dal 6,8 al 7,2 per cento, contro attese per un livello del 7 per cento. Le prospettive per il 2009 non appaiono migliori, come confermato anche dalle ultime evidenze aneddotiche, che segnalano revisioni al ribasso degli utili attesi per retailers quali Wal-Mart e Macy’s, e dopo che imprese manifatturiere hanno annunciato tagli di produzione ed organici.

Le misure di sostegno e stimolo fiscale devono essere “tempestive, mirate e transitorie“, si diceva qualche mese addietro, e sembra trascorsa un’era geologica. La profondità della crisi attuale ha indotto gli economisti del Fondo Monetario Internazionale a rivedere ed ampliare la classificazione delle caratteristiche dello stimolo ottimale, da ottenere con un’azione “tempestiva, consistente, duratura, diversificata, contingente, collettiva e sostenibile“. Ebbene, pare proprio che il requisito di tempestività non sia inerente all’azione del governo italiano.

Nella giornata surreale in cui Letizia Moratti, l’aspirante dea ex machina di Expo2015, ci informa che non si attendeva 40 centimetri di neve ma solo 25, e che Milano ha donato parte delle proprie scorte di sale (incluso quello nella sua zucca) a Torino, i leghisti parlano a Cai-Alitalia affinché Berlusconi intenda. Di assoluto rilievo il messaggio di Roberto Calderoli, che si traveste da John Wayne e manda a dire a Colaninno che

“Il tesoretto di Cai è la navetta Roma-Milano. Senza gli slot su quella tratta la nuova Alitalia può interessare al massimo a qualche compagnia siamese”.

Nessuna minaccia, s’intende (per carità) ma

“Cai è ormai una compagnia privata e può fare anche scelte diverse da quelle che suggerisce il governo. Certo, in questo caso è chiaro che scelte diverse le faranno anche altri”.

di Mario Seminerio – © LiberoMercato
Nelle ultime settimane il cambio della valuta cinese contro dollaro ha evidenziato il sostanziale arresto del movimento di rivalutazione dello yuan che durava da circa due anni. Ciò si è verificato in parallelo alla pubblicazione di dati macroeconomici cinesi che hanno segnalato un progressivo e marcato deterioramento di manifattura, export ed investimenti. Ciò solleva interrogativi circa l’emergere di comportamenti che potremmo definire protezionistici in senso lato, tra i quali figura la gestione del cambio. Una conseguenza della crisi finanziaria sono i deflussi di capitale dai paesi emergenti che nelle scorse settimane, al culmine della crisi, hanno contribuito all’apprezzamento del dollaro. Poiché deflussi di capitale, per essere sostenibili, necessitano di surplus commerciali, si comprende agevolmente il desiderio dei paesi emergenti di attutire lo shock cercando di aumentare il proprio export. Ovviamente, se un crescente numero di paesi tenta di puntellare il proprio Pil attraverso le esportazioni, gli squilibri mondiali sono destinati ad aggravarsi, e con essi il rischio di crescenti pulsioni protezionistiche.