Negli Stati Uniti, l’aumento di un quarto di punto del tasso sui Fed Funds (ora al 3.25 per cento), e la fraseologia utilizzata dalla Federal Reserve nel proprio statement sembrano suggerire che la banca centrale statunitense sia divenuta più ottimista circa l’espansione in atto. Come recita il comunicato finale, malgrado pressioni inflazionistiche potenziali che restano elevate, l’espansione “resta salda”, e le condizioni del mercato del lavoro continuano a migliorare gradualmente, pur in presenza di crescenti prezzi dell’energia. E’ inoltre reiterato che la restrizione monetaria potrà proseguire a “passo misurato”, e che la politica monetaria si mantiene “accommodative“, in presenza di aspettative inflazionistiche di lungo periodo che restano contenute. Il mercato ha mostrato di confermare la fiducia nella capacità della Fed di mantenere sotto controllo le spinte inflazionistiche, come dimostra la reazione successiva alla pubblicazione del comunicato, che del resto s’inscrive in un movimento di più lungo periodo caratterizzato da contemporaneo appiattimento della curva e discesa dei rendimenti nominali sulla parte lunga della stessa.

Hu Jintao Tra i dati macroeconomici cinesi pubblicati questa settimana, segnaliamo l’indice dei prezzi al consumo, cresciuto in maggio dell’1.8 per cento su base annua. Un dato che conferma il minimo degli ultimi 19 mesi, e rafforza le aspettative che la banca centrale cercherà di sostenere la crescita della spesa dei consumatori astenendosi dall’alzare i tassi, che restano fermi al 5.58 per cento sulla scadenza benchmark a un anno, dopo l’ultimo rialzo, effettuato lo scorso ottobre. Il vice premier cinese Wu Yi ha affermato che il governo è fiducioso di poter pilotare l’economia verso un soft landing, dopo il rallentamento della crescita degli investimenti nel settore dell’acciaio, cemento e metalli non ferrosi, ottenuto attraverso misure amministrative di razionamento del credito.

Nei giorni scorsi il ministro della Salute, Storace, ha disposto che le farmacie possano applicare sconti fino al 20 per cento sul prezzo massimo (bloccato per due anni) dei farmaci di fascia C, quelli non rimborsabili dal Servizio Sanitario Nazionale, e che tanto pesano sulle tasche degli italiani. Si tratta di una misura piuttosto bizzarra, nel senso che tenta di utilizzare dei finti meccanismi di mercato per ridurre i prezzi dei farmaci, ma di fatto cerca solo di indurre i titolari di farmacia a privarsi di parte del proprio margine di profitto, quello che si frappone tra i grossisti ed i consumatori finali. Una sorta di moral suasion de noantri, che non ci meraviglia, vista la “cultura” economica di Storace. Meno ancora ci meraviglia la reazione dei farmacisti: sdegnati per essere stati degradati a semplici “negozianti”, si preparano al più classico muro di gomma, spalleggiati dai numerosi liberisti alle vongole che albergano in Forza Italia, primo tra tutti il tesoriere Giacomo Leopardi, che incidentalmente è pure presidente della Federazione degli Ordini dei Farmacisti, una delle corporazioni medievali che stanno accompagnando il paese alla fossa.

L’iniziativa Patti Chiari è stata lanciata dall’Associazione Bancaria Italiana (ABI), per rispondere all’esigenza di trasparenza nei rapporti con la clientela bancaria, all’indomani dei gravi scandali delle obbligazioni Cirio, Parmalat ed Argentina. L’iniziativa è finalizzata anche a consentire ai risparmiatori un confronto con il costo dei servizi bancari offerti dalle banche aderenti. Tutto molto bello, avrebbe detto l’ottimo Bruno Pizzul. Però…

…Però questa farisaica operazione di ricostituzione di una verginità etica da parte del ventre molle dell’economia italiana si è subito infranta sugli scogli del mercato e del buon senso.

La firma apposta al rinnovo del contratto della pubblica amministrazione, nella tarda serata di ieri, sembra essere la riproposizione di un vecchio schema: gli aumenti li diamo subito, la ristrutturazione e riorganizzazione della pubblica amministrazione la rinviamo ad un momento successivo, che di solito tende ad essere differito sine die. E’ finita, quindi, che il governo ha concesso esattamente l’incremento del 5.01 per cento richiesto dalla Triplice; che si è impegnato a trovare le risorse aggiuntive rispetto a quanto inizialmente stanziato per il rinnovo (4.3 per cento) con la prossima legge finanziaria che, parecchi mesi prima della sua elaborazione, si trova già con nuovi impegni di spesa da coprire.

Su LaVoce.info appare un solenne ed inacidito “appello” della redazione al ministro dell’Economia, Siniscalco. Più che di un appello, si tratta di un esplicito invito a dimettersi. Fin qui, non si tratta di un avvenimento destinato a lasciare profonde tracce nelle nostre esistenze. In Italia, per tradizione ancestrale, l’iniziazione alle tecniche dialettiche e retoriche avviene di norma chiedendo le dimissioni di qualcuno, come insegna l’unità primigenia di socializzazione politica del nostro paese, il condominio, dove abitualmente si svolge il rito di passaggio della richiesta di dimissioni dell’amministratore. Quello che tuttavia colpisce è il tono dell’”appello”, molto simile ad un anatema, e le argomentazioni utilizzate. Si parte con un incipit da Fine dei Tempi:

Si riapre pericolosamente lo spread fra Btp e Bund e, con la decisione Eurostat, il rapporto fra debito pubblico e Pil torna ad aumentare dopo 10 anni. Ci vorrebbero mani salde alla conduzione della politica economica. Ma non c’è spazio per i tecnici in questo governo. E non c’è controllo democratico su chi davvero decide. Inquietante.

E si sviluppa il tema, peraltro con scarsa coerenza:

Mentre in quel di Bologna (gran bella città, con un sindaco piuttosto in gamba…), tra fumo (soprattutto quello), clangore e sferragliamenti vari, ferve l’attività della Fabbrica del Programma, un altro illustre bolognese, presidente di Confindustria e Fiat tratteggia, in un’intervista a Repubblica, il programma degli imprenditori per il governo che verrà. E lo fa partendo da alcune premesse ampiamente condivisibili. Dapprima criticando un governo sedicente liberale e liberista, che ha fatto sparire nottetempo dal leggendario “pacchetto competitività” (che meglio sarebbe definire pacco), una riforma delle libere professioni peraltro già ampiamente annacquata:

Finalmente, dopo mesi di pervicace e surreale ottimismo, il premier prende atto che qualcosa non funziona nel profondo dell’economia italiana. Attendiamo gli sviluppi operativi, con l’abituale disincanto. Nel frattempo, pare che il consiglio dei ministri di ieri abbia rappresentato qualcosa di molto simile ad un gruppo di autocoscienza, con la malintesa “socialità” (leggasi ciclo elettorale di spesa) dei Baccini e degli Alemanno finalmente silenziata. E’ un buon viatico. Non ha tutti i torti il governatore della Banca d’Italia quando afferma che, per individuare un trend, occorrono non meno di tre trimestri, anche se queste regolette numeriche di solito servono a opinionisti e polemisti da osteria (figure che spesso tendono a coincidere) per riprodurre gli abituali schemi biscardiani sui quali il paese da sempre galleggia.

L’economia tedesca cresce nel primo trimestre 2005 al passo più rapido dal primo trimestre 2001. Il prodotto interno lordo, corretto per la stagionalità ed il numero di giorni lavorati (2 in meno nel trimestre) aumenta dell’1 per cento sul quarto trimestre 2004, quando aveva registrato una riduzione dello 0.1 per cento, e contro attese per un incremento dello 0.5 per cento. Senza considerare gli effetti di calendario, non si registra variazione. La crescita è stata guidata da un recupero dell’export e da una flessione dell’import, mentre la domanda domestica ha segnato una contrazione rispetto all’ultimo trimestre 2004. Il presidente della Bundesbank, Axel Weber, ritiene che la crescita sia destinata ad indebolirsi nel secondo e terzo trimestre. Una più lenta crescita salariale (lo scorso anno i salari orari dei lavoratori manifatturieri sono cresciuti dell’1.9 per cento, uno dei minori tassi d’incremento tra i 30 paesi dell’Ocse) ed un tasso d’inflazione sotto la media dell’Unione Europea hanno contribuito a sostenere la competitività delle aziende tedesche. All’inizio della settimana i sei principali istituti pubblici di analisi economica hanno ridotto la propria previsione di crescita per l’economia tedesca nel 2005 dall’1.5 allo 0.7 per cento.