E’ noto che medici, dentisti ed avvocati devono essere iscritti ad un albo professionale per poter esercitare la propria professione. Ma che si può dire riguardo ai tassisti? Oppure (negli Stati Uniti) a bibliotecari, proiezionisti cinematografici, fisioterapisti, manicure? Nel suo nuovo libro, “Licensing Occupations: Ensuring Quality or Restricting Competition?”(Upjohn Institute, 2006) Morris M. Kleiner, economista della University of Minnesota, si domanda se l’occupazione su licenza, nata alle origini per proteggere i consumatori garantendo standard elevati di expertise professionale non si sia spinta troppo oltre, determinando restrizioni all’offerta di lavoratori in varie professioni. Con il risultato che i servizi forniti da lavoratori iscritti ad albi professionali sono più costosi senza peraltro (come vedremo) che la qualità ne sia significativamente migliorata. Il professor Kleiner stima su basi conservative che, nell’anno 2000, circa il 20 per cento dei lavoratori statunitensi erano occupati in una professione che richiede una licenza statale. Ciò rappresenta il risultato della forte espansione del settore dei servizi, dove il licensing è prevalente, e dal fatto che sempre più professioni hanno iniziato a richiedere l’iscrizione ad albi professionali, con percentuali che variano dal 30 per cento della California al 6 per cento del Mississippi per le sole licenze statali.

Secondo la People’s Bank of China, alla fine del 2005 la consistenza dei depositi bancari riconducibili ai privati (cioè il risparmio delle famiglie) ha raggiunto il record di 14 trilioni di yuan (circa 1.72 trilioni di dollari). Questo dato indica che, nel complesso, i cinesi sono certamente divenuti più ricchi. Ma il rapido accumulo di depositi evidenzia anche la riluttanza a spendere, come confermato anche dal fatto che il tasso di consumo è in calo per il quinto anno consecutivo. Troppi depositi creano fondi improduttivi, e se le banche non trovano modi alternativi per riassorbire l’eccesso di risparmio, l’esito sarà un aumento di pressioni e squilibri nell’economia. Nel 2005, i prestiti erogati dal sistema bancario cinese sono stati pari ad un misero 53 per cento della raccolta di depositi, contro il 91 per cento di un decennio fa, quando evidentemente il denaro fluiva in modo più armonico in un sistema produttivo che non aveva ancora iniziato il proprio “Grande Balzo in avanti” economico.

La vicenda Enel-Suez, o meglio Italia-Francia, sta scatenando una ridda di dichiarazioni, proclami e idiozie assortite, tutte rigorosamente bipartisan, che rientrano a pieno titolo nell’impotente logorrea nazional-popolare. Per riassumere: a nostro giudizio, il governo francese ha agito da broker, esercitando una “moral suasion” (eufemisticamente parlando) per indurre una società privata quale è Suez, a fondersi con una pubblica, quale è Gaz de France, attualmente controllata all’80 per cento dallo Stato francese. E’ poi innegabile che, se Enel avesse proceduto a depositare il prospetto dell’Opa su Electrabel (controllata belga di Suez e casus belli dell’intera vicenda) anziché annunciare alla stampa le proprie intenzioni, il numero di gradi di libertà di Palais Matignon sarebbe stato fortemente ridotto. Nei fatti, appare altrettanto ineccepibile la presa di posizione del Commissario Ue alla Concorrenza, Charlie McCreevy che ieri, per bocca del proprio portavoce, ha dapprima detto che non ravvisa violazione alla normativa europea sulla libera circolazione dei capitali, e successivamente ha precisato che il comportamento francese è contrario allo spirito (sic) che dovrebbe guidare la liberalizzazione dei mercati europei.

In economia, un’esternalità si verifica quando una decisione causa costi o benefici a soggetti diversi dalla persona che ha assunto quella decisione. In conseguenza di ciò, in un mercato competitivo il bene interessato da esternalità verrà consumato troppo o troppo poco. Se le mie azioni forniscono benefici ad altre persone, ed io non sono in grado di farmi pagare per essi, il mio incentivo ad intraprenderle viene meno. Analogamente, se le mie azioni impongono ad altre persone dei costi, dei quali non sono chiamato a rispondere attraverso il pagamento di un indennizzo, mi troverò incentivato a compierli. Questa è la motivazione teorica in base alla quale il governo sussidia o impone la produzione di esternalità positive, attraverso la tassazione, con l’obiettivo di migliorare il benessere della collettività.

Sul New Perspectives Quarterly una interessante intervista a Milton Friedman su benefici e rischi dell’euro.
Il premio Nobel per l’economia ha le idee molto chiare sul nocciolo duro della Vecchia Europa:

NPQ | The so-called “old Europe” of France, Germany and Italy has been stagnating with high levels of unemployment. Germany—one of the last bastions of the Cold War Keynesian welfare state—now has a conservative leader, Angela Merkel.What should be done to get Germany, and by extension old Europe, back on track?

Friedman | They all ought to imitate Margaret Thatcher and Ronald Reagan; free markets in short.

Friedman attribuisce il merito dell’apparente sconfitta dell’inflazione all’azione delle banche centrali, segnatamente della Fed.

Analizzando la distribuzione del reddito ante-imposte delle famiglie americane si scopre che, oggi, l’1 per cento più ricco possiede il 14 per cento del reddito totale, mentre nel 1980 il primo percentile controllava solo l’8 per cento del reddito complessivo. Questa è, abitualmente, una delle constatazioni che offrono ampio spazio di polemica politica, con le accuse di egoismo (o più propriamente di darwinismo sociale) che vengono abitualmente mosse alla struttura socioeconomica degli Stati Uniti. Esiste, tuttavia, anche una interpretazione alternativa di questo fenomeno, fondata su mutamenti demografici, tecnologici e di stili di vita, che non conduce necessariamente a validare le accuse di “distruzione della classe media” abitualmente rivolte a liberismo e globalizzazione.