Quanto è trendy citare l’Index of Economic Freedom, molto più che parlare di calcio e previsioni del tempo. E quanto è trendy dare la colpa al governo Berlusconi per averci allineato a Trinidad e Tobago, come i grilli parlanti non perdono occasione per rimarcare, con lieve venatura razzista (verso Trinidad e Tobago, ovviamente).
Leggendo il rapporto della Heritage Foundation sul nostro paese, che siamo certi Rutelli sfoggia sul campo da golf come un diadema di Bulgari, scopriamo alcuni interessanti dettagli.

Nei flussi di immigrazione internazionale si è ormai affermata una chiara tendenza. Gli Stati Uniti attraggono il 54 per cento dei lavoratori a maggiore qualificazione, mentre l’Unione Europea attrae l’84 per cento dei lavoratori privi di specializzazione. Come abbiamo già evidenziato, nel lungo periodo ciò è un male per l’Europa, perché i lavoratori privi di specializzazione tendono a drenare risorse di welfare, mentre i lavoratori qualificati tendono a contribuire alla produzione di gettito fiscale.
Per contrastare questa tendenza, il commissario alla Giustizia ed Immigrazione, Franco Frattini, e quello all’Occupazione, Vladimir Spidla hanno presentato, alla fine dello scorso dicembre, un progetto di direttiva mirata ad armonizzare la politica dell’immigrazione.

Tra pochi giorni Alan Greenspan lascerà la Federal Reserve, che ha guidato negli ultimi 18 anni, durante i quali è stato indiscutibilmente l’uomo più potente del pianeta, almeno in ambito economico: i comunicati del Federal Open Market Committee, al termine della periodica riunione di determinazione dei tassi d’interesse, sono stati analizzati e scandagliati, sul piano sostanziale e linguistico, talvolta con effetti surreali. Bastava la presenza o l’assenza della parola “accommodative” a definire l’orientamento di politica monetaria, o dell’espressione “measured pace” ad indicare la velocità di crociera della restrizione monetaria, per mandare in panico i mercati finanziari, o per scatenare un loro rally. Ma fu vera gloria?

In Europa esistono due modelli prevalenti di finanziamento della sanità: quelli a “singolo pagatore”, in cui la spesa sanitaria è sostenuta ed organizzata dallo stato, con fondi provenienti dalle imposte sul reddito (Regno Unito e Svezia), e quelli detti di assicurazione sociale o fondo malattie (Germania e Francia), nei quali la sanità è finanziata attraverso premi obbligatori calcolati in percentuale delle retribuzioni. In qualunque modo sia organizzata, la spesa sanitaria europea ha visto un costante incremento negli ultimi quattro decenni. I paesi europei contribuiscono più degli Stati Uniti ad integrare l’esborso dei cittadini, ma ciò avviene al prezzo di spostare sistematicamente l’onere del riequilibrio sulla generazione successiva, oppure razionando la sanità per i soggetti più anziani o frenando l’introduzione di utili innovazioni. Il risultato è che l’accesso dei pazienti a servizi sanitari costosi sta venendo ristretto ovunque. Gli unici a sfuggire a questa situazione sono i pazienti assicurati privatamente. Di solito, i pazienti ricorrono a integrazioni assicurative private per poter fruire di prestazioni che non sono (o non sono più) erogate dai sistemi sanitari pubblici, e ciò finisce col creare un sistema sperequato, dei due terzi, dove c’è chi può permettersi di pagare due volte per la salute (con le tasse e con l’assicurazione privata) e chi non può, e resta intrappolato nel sistema ufficiale.

L’inchiesta di copertina di questa settimana de l’Espresso è dedicata alle gravi difficoltà in cui si trovano le ferrovie italiane. Problemi relativi alla riduzione del numero di carrozze, alla estemporanea soppressione di convogli, ai persistenti disservizi legati a quella che appare una caduta libera degli standard qualitativi. A ciò si deve aggiungere la ricomparsa di un profondo rosso di bilancio e di serie tensioni di cassa, legate anche all’ambizioso programma di investimenti in ammodernamento e sicurezza. La costante riduzione dei trasferimenti da parte dello Stato, unita al blocco delle tariffe, voluto nel 2001 da Tremonti, stanno rivelandosi una miscela esplosiva per le ferrovie, che non rischiano una crisi di liquidità simile a quella di Alitalia, ma che stanno tornando a pesare sulle tasche dei contribuenti in modo inaccettabile. E qui sorge l’equivoco: i pendolari si lamentano per la pessima qualità del servizio, le Regioni minacciano di disdettare gli accordi in base ai quali esse corrispondono un contributo chilometrico per sussidiare le tratte locali, eppure le tariffe restano bloccate, per garantire quella malintesa socialità che serve solo a scavare voragini nei conti pubblici, senza migliorare il welfare della popolazione.

Le dimissioni di Antonio Fazio hanno immediatamente innescato il solito giochino scemo di società che tanto va di moda presso larga parte della stampa italiana: chi sarà il successore? Peccato che il punto non sia quello. Ciò che occorre, ora, è una modifica a quel morticino che pomposamente è stato definito “legge di tutela del risparmio”, per stabilire alcune linee di principio.

In primo luogo, la fine dell’autocrazia del governatore. Occorre introdurre criteri di collegialità nell’assunzione delle decisioni, con il governatore visto nel ruolo di primus inter pares, e non di autocrate che decide in splendida solitudine. In conseguenza di ciò, occorre introdurre il criterio dell’accountability: il soggetto decisore di Bankitalia deve motivare e rendere conto del proprio operato. Finora, è sempre accaduto che il governatore non motivasse le proprie decisioni, anche quelle relative a progetti di aggregazione tra banche italiane. Ricordate, anni addietro, il tentativo di Unicredito di acquisire l’allora Comit? Bocciato senza motivazioni, secondo un criterio che ricorda molto le monarchie assolute di qualche secolo fa, o le “spiegazioni” che Virgilio forniva alla curiosità di Dante: “Vuolsi così colà ove si puote ciò che si vuole, e più non dimandare.”