Le elezioni tedesche consegnano all’Europa un paese bloccato a metà del guado, timoroso di abbandonare gli antichi e non più sostenibili privilegi di welfare, ma assediato dalla concorrenza fiscale dei paesi di nuovo ingresso nell’Unione Europea. Quello che è evidente è che la Germania non potrà permettersi una stagnazione in stile italiano ma, soprattutto, questo esito elettorale certifica che la politica tende a subire gli eventi, anziché guidarli e determinarli. Alcuni dati economici sono piuttosto illuminanti: secondo un report pubblicato il 9 agosto dall’istituto di ricerca economica IW, con un costo medio del lavoro di 27,60 euro l’ora il lavoratore tedesco costa almeno sei volte quello ungherese o polacco, e 22 volte più di quello cinese, senza che la sua produttività sia proporzionalmente più elevata.

Secondo alcune recenti evidenze di ricerca, l’immigrazione professionalmente qualificata eserciterebbe effetti positivi sull’economia statunitense, mentre quella di soggetti dequalificati influirebbe negativamente. In particolare, gli immigrati appartenenti alla prima categoria andrebbero a ricoprire ruoli professionali di difficile reperibilità sul mercato del lavoro interno, contribuirebbero ad un utilizzo più efficiente della base di capitale e alla crescita di produzione e reddito e pagherebbero in tasse più di quanto ottenuto in termini di benefici pubblici. I lavoratori immigrati non qualificati, per contro, riducono occupazione e retribuzioni dei lavoratori nativi del paese, contribuiscono ad alzare i prezzi di case ed affitti nelle fasce di reddito più basse, tendono ad inviare in patria la quasi totalità dei propri guadagni, anziché spenderli sul mercato domestico, e pagano in tasse (qualora siano regolari) mediamente meno di quanto ricevono in sussidi pubblici.

Il titolo di questo post, oltre a non rappresentare fedelmente il nostro pensiero, è volutamente provocatorio. Lo utilizziamo per gettare un sasso nella piccionaia delle adesioni entusiastiche, e spesso acritiche, con cui il tema della tassazione proporzionale del reddito personale viene accolto in questo periodo da quella parte di opinione pubblica che si definisce di orientamento liberale, liberista o più genericamente antistatalista.
E’ d’obbligo una premessa, per meglio inquadrare il contesto originario in cui la flat-tax è stata proposta per la prima volta, anni addietro, da Steve Forbes. Non ci soffermeremo sulle qualità attribuite a questo tipo di tassazione, che avremo comunque modo di analizzare tra poco, per evidenziare che non sempre di qualità si tratta. Vogliamo sottolineare che la proposta di Forbes era esplicitamente mirata alla tassazione del reddito da parte del governo federale. Ciò, se da un lato è coerente con la dottrina conservatrice dello “stato minimo”, quella che prevede il taglio della spesa pubblica durante le espansioni e la riduzione della tassazione durante le recessioni, è tuttavia soprattutto funzionale all’ideologia federalista, che mira a ricondurre la tassazione il più vicino possibile alle comunità locali, in modo che ad esse sia effettivamente demandata la scelta del sistema fiscale.

Ieri l’Istat ha pubblicato il dato preliminare relativo all’inflazione italiana in agosto. I prezzi al consumo, dato nazionale per l’intera collettività (NIC) crescono del 2 per cento su base annua, contro il 2.1 per cento di luglio. Pubblicata anche la variazione dell’indice dei prezzi alla produzione, in rialzo del 3.6 per cento annuale. Anche questo mese non siamo sfuggiti all’abituale teatrino: se l’inflazione rallenta, ecco sindacati e associazioni di consumatori che si stracciano le vesti, sostenendo che ciò avverrebbe perché i consumi sono fermi; se l’inflazione accelera, anche di un decimo di punto percentuale, ecco l’invito perentorio al governo a “fare qualcosa, perché la popolazione è allo stremo”. Nessun dubbio circa la possibilità che non si tratti di una tendenza ma più semplicemente di rumore statistico di fondo: comunque la si giri, è sempre carestia biblica. Interessante, a nostro giudizio, questo commento del segretario di Adiconsum:

In un recente articolo Kevin Hassett, direttore degli studi di politica economica dell’American Enterprise Institute ed ex-consigliere economico del candidato repubblicano John McCain alle presidenziali del 2000, analizza le circostanze che in anni recenti hanno condotto al dominio repubblicano sulla scena politica americana, a confronto con l’elaborazione culturale e programmatica che i Democratici (non) sono riusciti a compiere. I Repubblicani sono diventati, nel bene e nel male, il partito delle idee, i Democratici quello della reazione. I primi stabiliscono l’agenda, politica e culturale, i secondi passano il tempo a demonizzarla agli occhi degli elettori. Forse anche per contrastare questo declino culturale e progettuale, alcuni facoltosi liberals (circa ottanta, come segnalato dal Washington Post) hanno deciso di contribuire per almeno un milione di dollari a testa, allo scopo di finanziare una rete di think tanks attraverso un’organizzazione nota come Democracy Alliance, con lo scopo di rivitalizzare l’intellighenzia di sinistra. Ma il loro tentativo sembra destinato a fallire dall’origine.

Nei giorni scorsi, Unipol ha depositato in Consob il prospetto relativo alla propria offerta pubblica d’acquisto su Bnl. Abbiamo letto, durante tutto il mese di agosto, le sdegnate dichiarazioni di Fassino, che ha replicato stizzito agli “alleati” (dagli amici mi guardi iddio…) che rimproveravano ai diessini l’eccessiva spregiudicatezza e disinvoltura negli affari economici, e la contiguità ad alcuni ambienti affaristici. Il rimbrotto era originariamente partito da Arturo Parisi, braccio destro e longa manus di Prodi nella Margherita e, secondo osservatori come Emanuele Macaluso, rappresentava una sorta di pubblica manifestazione di dissenso per la gestione delle nomine ai vertici Rai. In particolare, secondo Macaluso, Claudio Petruccioli, pur ulivista della prima ora, non rientrava nel novero dei famigli di Prodi, e questo avrebbe profondamente irritato il “bambino della politica”, che avrebbe mandato avanti Parisi, in una singolare sequenza di messaggi criptati (che altri, e non noi, definirebbero paramafiosi). Tornando a Fassino, egli ha rivendicato il diritto della cooperazione a “fare impresa” ed entrare in un settore, come quello creditizio, che a suo giudizio è pertinente ed attinente all’oggetto sociale dell’azienda bolognese.

A metà settembre il governo italiano dovrà fornire risposte al Commissario Ue alla concorrenza, McCreevy, in merito a due procedure di messa in mora con le quali l’Unione Europea sta meritoriamente tentando di assestare una picconata al sistema dei tariffari minimi obbligatori di avvocati, architetti ed ingegneri italiani, nell’inane sforzo di aumentare il grado di concorrenza nel mercato dei professionisti di questo disgraziato paese.
Secondo McCreevy, la normativa italiana in materia sarebbe in violazione dell’articolo 49 dei trattati Ue, che tutela la libera prestazione dei servizi in Europa. Nel caso di ingegneri ed architetti si ipotizza anche la violazione dell’articolo 43, che tutela la libertà di stabilimento.
Nel caso degli avvocati, Mc Creevy osserva che i tariffari italiani sulle attività stragiudiziali (previsti dalla legge 794/ 1942 e dalla 31/ 1982) costituiscono “un ostacolo alla libera prestazione di servizi rispetto sia al destinatario del servizio (il cliente) che al prestatore (l’avvocato)”.