La firma apposta al rinnovo del contratto della pubblica amministrazione, nella tarda serata di ieri, sembra essere la riproposizione di un vecchio schema: gli aumenti li diamo subito, la ristrutturazione e riorganizzazione della pubblica amministrazione la rinviamo ad un momento successivo, che di solito tende ad essere differito sine die. E’ finita, quindi, che il governo ha concesso esattamente l’incremento del 5.01 per cento richiesto dalla Triplice; che si è impegnato a trovare le risorse aggiuntive rispetto a quanto inizialmente stanziato per il rinnovo (4.3 per cento) con la prossima legge finanziaria che, parecchi mesi prima della sua elaborazione, si trova già con nuovi impegni di spesa da coprire.

Su LaVoce.info appare un solenne ed inacidito “appello” della redazione al ministro dell’Economia, Siniscalco. Più che di un appello, si tratta di un esplicito invito a dimettersi. Fin qui, non si tratta di un avvenimento destinato a lasciare profonde tracce nelle nostre esistenze. In Italia, per tradizione ancestrale, l’iniziazione alle tecniche dialettiche e retoriche avviene di norma chiedendo le dimissioni di qualcuno, come insegna l’unità primigenia di socializzazione politica del nostro paese, il condominio, dove abitualmente si svolge il rito di passaggio della richiesta di dimissioni dell’amministratore. Quello che tuttavia colpisce è il tono dell’”appello”, molto simile ad un anatema, e le argomentazioni utilizzate. Si parte con un incipit da Fine dei Tempi:

Si riapre pericolosamente lo spread fra Btp e Bund e, con la decisione Eurostat, il rapporto fra debito pubblico e Pil torna ad aumentare dopo 10 anni. Ci vorrebbero mani salde alla conduzione della politica economica. Ma non c’è spazio per i tecnici in questo governo. E non c’è controllo democratico su chi davvero decide. Inquietante.

E si sviluppa il tema, peraltro con scarsa coerenza:

Mentre in quel di Bologna (gran bella città, con un sindaco piuttosto in gamba…), tra fumo (soprattutto quello), clangore e sferragliamenti vari, ferve l’attività della Fabbrica del Programma, un altro illustre bolognese, presidente di Confindustria e Fiat tratteggia, in un’intervista a Repubblica, il programma degli imprenditori per il governo che verrà. E lo fa partendo da alcune premesse ampiamente condivisibili. Dapprima criticando un governo sedicente liberale e liberista, che ha fatto sparire nottetempo dal leggendario “pacchetto competitività” (che meglio sarebbe definire pacco), una riforma delle libere professioni peraltro già ampiamente annacquata:

Finalmente, dopo mesi di pervicace e surreale ottimismo, il premier prende atto che qualcosa non funziona nel profondo dell’economia italiana. Attendiamo gli sviluppi operativi, con l’abituale disincanto. Nel frattempo, pare che il consiglio dei ministri di ieri abbia rappresentato qualcosa di molto simile ad un gruppo di autocoscienza, con la malintesa “socialità” (leggasi ciclo elettorale di spesa) dei Baccini e degli Alemanno finalmente silenziata. E’ un buon viatico. Non ha tutti i torti il governatore della Banca d’Italia quando afferma che, per individuare un trend, occorrono non meno di tre trimestri, anche se queste regolette numeriche di solito servono a opinionisti e polemisti da osteria (figure che spesso tendono a coincidere) per riprodurre gli abituali schemi biscardiani sui quali il paese da sempre galleggia.

L’economia tedesca cresce nel primo trimestre 2005 al passo più rapido dal primo trimestre 2001. Il prodotto interno lordo, corretto per la stagionalità ed il numero di giorni lavorati (2 in meno nel trimestre) aumenta dell’1 per cento sul quarto trimestre 2004, quando aveva registrato una riduzione dello 0.1 per cento, e contro attese per un incremento dello 0.5 per cento. Senza considerare gli effetti di calendario, non si registra variazione. La crescita è stata guidata da un recupero dell’export e da una flessione dell’import, mentre la domanda domestica ha segnato una contrazione rispetto all’ultimo trimestre 2004. Il presidente della Bundesbank, Axel Weber, ritiene che la crescita sia destinata ad indebolirsi nel secondo e terzo trimestre. Una più lenta crescita salariale (lo scorso anno i salari orari dei lavoratori manifatturieri sono cresciuti dell’1.9 per cento, uno dei minori tassi d’incremento tra i 30 paesi dell’Ocse) ed un tasso d’inflazione sotto la media dell’Unione Europea hanno contribuito a sostenere la competitività delle aziende tedesche. All’inizio della settimana i sei principali istituti pubblici di analisi economica hanno ridotto la propria previsione di crescita per l’economia tedesca nel 2005 dall’1.5 allo 0.7 per cento.

Silvio Berlusconi ama definirsi liberale e liberista. Da questa collocazione ideologica sembra talvolta far discendere il corollario secondo il quale nessuna attività governativa dovrebbe interferire nelle scelte degli agenti economici. Posizione genericamente condivisibile, se non fosse che Berlusconi sembra ignorare che liberalismo e liberismo devono incidere a monte delle decisioni economiche, e non a valle. In altri termini, è corretto sostenere che un governo non deve controllare i prezzi, ma è piuttosto bizzarro affidarsi al buon senso e all’oculatezza di casalinghe e casalinghi per far trionfare il mercato soprattutto quando, come spesso accade in Italia, un mercato non è mai esistito. Perché compito primario del legislatore (e quindi anche e soprattutto della maggioranza che esprime l’esecutivo) è creare le condizioni “istituzionali” per far vincere la concorrenza e quindi i cittadini-consumatori. Parlando di costo della vita ed euro, Berlusconi afferma:

“Il governo non può controllare i prezzi. Li controllano i cittadini quando dicono di no ai prezzi eccessivi: è questo che li invito a fare”.
“Guardiamo al futuro, guardiamo avanti. Certo, io so che l’ euro ha fatto e fa delle incursioni negative sui bilanci di tutte le famiglie. L’Italia ne ha subito la negatività molto più di altri Paesi europei, perchè alla nostra moneta è stata data una quotazione che non rispondeva alla realtà dei fatti al momento del changeover; per questo – ribadisce – ci sono delle responsabilità che non si possono attribuire a questo governo che peraltro ha continuato a dire che l’euro è stato ed è una cosa positiva che ci consente di essere presenti sui mercati europei con forza. Il problema è la valutazione eccessiva rispetto al dollaro che danneggia le nostre imprese. I governi – conclude – hanno difficoltà ogni giorno ad intervenire non potendo più svalutare la propria moneta come si faceva una volta”.

Alcune frasi sono condivisibili, altre assai meno.

Charles Krauthammer, sul Washington Post, compie un’interessante analisi degli espedienti retorici utilizzati dai democratici per logorare la proposta di riforma della Social Security presentata da Bush. Come noto, il presidente vuole riformare il sistema pensionistico pubblico, attualmente basato sul meccanismo a ripartizione, ed introdurre un modello a capitalizzazione pura, cioè basato su conti previdenziali individuali. I Democratici hanno ribattuto sostenendo che il piano Bush nulla dice riguardo il principale problema: la solvibilità della Social Security. A questa obiezione Bush ha risposto proponendo un meccanismo progressivo di riforma, in base al quale le pensioni più ricche avrebbero dovuto essere indicizzate unicamente al costo della vita, e non all’inflazione salariale, mediamente più elevata del primo di circa l’1 per cento. Con la proposta Bush nessuno avrebbe perso potere d’acquisto in termini reali, ma i meno abbienti avrebbero fruito di una maggiore rivalutazione della rendita pensionistica rispetto alle classi agiate.

La Banca Popolare di Lodi è stata nei giorni scorsi autorizzata dalla Banca d’Italia a salire fino al 33 per cento del capitale azionario di Banca Antonveneta, di cui attualmente possiede il 27 per cento, dopo un rastrellamento estremamemente oneroso. La Popolare di Lodi punta al 29,9% e probabilmente potrà contare sul supporto di Unipol (2%), del finanziere Emilio Gnutti (2%) e dell’immobiliarista Stefano Ricucci (4,9%), che però ha presentato una lista di consiglieri autonoma. Abn ha presentato la scorsa settimana un esposto alla Consob per denunciare un’azione di concerto tra la Lodi e i suoi alleati.

Nel frattempo, la Banca d’Italia non ha ancora autorizzato gli olandesi di Abn Amro a salire al 33 per cento, né ha comunicato ai medesimi la propria posizione relativa all’Opa sul 100 per cento di Antonveneta, al prezzo cash di 25 euro per azione.

Ieri, l’agenzia internazionale Moody’s, che valuta il merito di credito, ha confermato il rating per la Popolare di Lodi, sottolineando tuttavia che l’aumento della quota in Antonveneta espone Bpl a «rilevanti rischi di mercato potenziali» nonchè a un indebolimento del «capitale economico e di vigilanza».
Certo è, conclude Moody’s, che l’aumento della partecipazione in Antonveneta ha portato a un «deterioramento del profilo di rischio di Banca Popolare di Lodi». Questo deterioramento, comunque, non comporta almeno per il momento una revisione del rating.