La Russia sta subendo un forte drenaggio di riserve valutarie, e questo deflusso potrebbe minare la stabilità faticosamente accumulata in quasi un decennio. Le riserve internazionali di Mosca, le terze per consistenza dopo quelle cinesi e giapponesi, sono diminuite dallo scorso 8 agosto di 123 miliardi di dollari, pari al 21 per cento, mentre la banca centrale sta cercando di sostenere il rublo e l’economia del paese. Il presidente Dmitry Medvedev ha promesso oltre 200 miliardi di dollari di tagli d’imposte, prestiti governativi ed altre misure per sostenere la crescita, minacciata dal crollo delle quotazioni del greggio e dalla fuga degli investitori. Il deflusso di valute aumenta la probabilità che la banca centrale, che la scorsa settimana ha segnalato la propria volontà di indebolire gradualmente il cambio del rublo, possa smettere di sostenere la propria valuta.

Fannie Mae o Freddie Mac, i giganti dei mutui che hanno avviato la crisi“: scriveva così, giorni addietro, il nostro tuttologo di riferimento. Un luogo comune duro a morire, quasi come quello che sostiene che la crisi dei mutui sia stata figlia delle politiche di credito immobiliare agevolato a favore delle minoranze, il Community Reinvestment Act (CRA). In realtà, i dati dimostrano cose un po’ differenti. Ad esempio, che molti dei principali prestatori subprime non erano neppure banche, e quindi non erano soggetti al CRA. Oppure, che nessuno ha imposto per legge a Bear Stearns di avere una leva finanziaria pari a 33 volte. Per tentare di far acquisire il concetto, proviamo con un disegnino, tratto dal blog di Mark Thoma.

Come se non bastassero le previsioni “a posteriori” di Tremonti, che ha sempre capito assai poco delle dinamiche di questa crisi (ma non essendo un economista, ciò è evidentemente veniale), ora abbiamo anche i blogger che salgono in cattedra. Una cattedra piuttosto affollata, a dire il vero. Poco da aggiungere rispetto a quanto già fatto da Lakeside Capital, che è economista, quindi dovrebbe essere privato dei diritti civili e politici, secondo alcuni piccoli replicanti-politicanti della blogosfera di centrodestra. Quello che è piuttosto buffo è che sia possibile criticare una scienza sociale per il fatto che, nello spazio di alcuni mesi, abbiamo avuto una repentina inversione delle dinamiche macro globali.

Ricordate la leggenda (ma non troppo) dei cinesi residenti in Italia, che risulterebbero quasi immortali, visto il basso numero di decessi segnalati? Un fenomeno del genere interessa anche gli italiani, almeno incrociando i dati di attività delle imprese di pompe funebri con i registri dei decessi.

“A Nord un defunto su due non si avvale dei servizi di tumulazione, in pratica si autotumula da solo. Al Sud la situazione peggiora perché a non avvalersi dei servizi funebri sarebbero due morti su tre”

Questo almeno quanto risulta dai dati fiscali riferiti da Maurizio Leo, Presidente della Commissione parlamentare per l’Anagrafe Tributaria.

di Mario Seminerio – © LiberoMercato

Da quando il piano Paulson è diventato legge, lo scorso 3 ottobre, il rischio sovrano degli Stati Uniti, così come misurato dai credit default swaps, è cresciuto  di quasi il 40 per cento, pur partendo da livelli pressoché trascurabili, e si trova ora allo stesso livello in cui si trovavano quelli messicano e thailandese nell’estate 2007, all’inizio della crisi dei mutui subprime. La scorsa settimana, due aste di titoli governativi (il decennale tedesco ed il trentennale americano) sono andate piuttosto male, in termini di rapporto tra domanda e offerta, e dispersione dei rendimenti richiesti dagli investitori. Inoltre, all’ultima asta del decennale statunitense i cosiddetti indirect bidders – una classe di investitori che include le banche centrali – hanno sottoscritto solo il 18 per cento dell’emissione, contro il 43 per cento dell’asta precedente.

*Attenzione: post tecnico ed esoterico, malgrado le velleità lodevoli intenzioni divulgative dell’autore

Le Credit Linked Notes (CLN) sono titoli obbligazionari che vengono costruiti utilizzando dei credit default swaps (CDS, equivalenti a contratti di assicurazione contro l’insolvenza di un emittente). Lo strutturatore di una CLN sceglie come reference entity (gli emittenti sottostanti l’emissione, quelli il cui rischio di credito è fondamentale per la riuscita dell’operazione) una serie di nomi, in modo da ridurre la probabilità di default. Su tali nomi viene “venduta protezione”, incassando una data somma, pari al valore del CDS moltiplicato per l’importo di capitale nozionale utilizzato. Tecnicamente, questa operazione si dice unfunded, non finanziata, perché costruita vendendo protezione tramite CDS. In queste strutture sintetiche il denaro raccolto dai risparmiatori non è quindi “necessario” alla costruzione del titolo, ma serve come garanzia collaterale. Le CLN sono quindi dotate di un conto cash, nel quale viene posto il ricavato delle note vendute. Normalmente, questa liquidità viene investita in attivi privi di rischio, come titoli di stato, conti bancari (che un tempo erano effettivamente privi di rischio, oggi un po’ meno), fondi di liquidità.