Per il nostro ministro dell’Economia la crisi attuale è come un videogioco, e ora stiamo continuando a salire di livello, accumulando bonus infernali. Le prossime crisi, per Giulio Tremonti, saranno nelle “carte di debito”. Forse il ministro intendeva carte di credito revolving, visto che le carte di debito sono i bancomat. A meno che intendesse che la crisi colpirà i bancomat prosciugando i conti dei risparmiatori. Per non farsi mancare nulla, Tremonti ha trovato il suo alter-ego, quello che aveva capito tutto della crisi finanziaria già nel 1986: Joseph Ratzinger.

La Russia sta subendo un forte drenaggio di riserve valutarie, e questo deflusso potrebbe minare la stabilità faticosamente accumulata in quasi un decennio. Le riserve internazionali di Mosca, le terze per consistenza dopo quelle cinesi e giapponesi, sono diminuite dallo scorso 8 agosto di 123 miliardi di dollari, pari al 21 per cento, mentre la banca centrale sta cercando di sostenere il rublo e l’economia del paese. Il presidente Dmitry Medvedev ha promesso oltre 200 miliardi di dollari di tagli d’imposte, prestiti governativi ed altre misure per sostenere la crescita, minacciata dal crollo delle quotazioni del greggio e dalla fuga degli investitori. Il deflusso di valute aumenta la probabilità che la banca centrale, che la scorsa settimana ha segnalato la propria volontà di indebolire gradualmente il cambio del rublo, possa smettere di sostenere la propria valuta.

Fannie Mae o Freddie Mac, i giganti dei mutui che hanno avviato la crisi“: scriveva così, giorni addietro, il nostro tuttologo di riferimento. Un luogo comune duro a morire, quasi come quello che sostiene che la crisi dei mutui sia stata figlia delle politiche di credito immobiliare agevolato a favore delle minoranze, il Community Reinvestment Act (CRA). In realtà, i dati dimostrano cose un po’ differenti. Ad esempio, che molti dei principali prestatori subprime non erano neppure banche, e quindi non erano soggetti al CRA. Oppure, che nessuno ha imposto per legge a Bear Stearns di avere una leva finanziaria pari a 33 volte. Per tentare di far acquisire il concetto, proviamo con un disegnino, tratto dal blog di Mark Thoma.

Come se non bastassero le previsioni “a posteriori” di Tremonti, che ha sempre capito assai poco delle dinamiche di questa crisi (ma non essendo un economista, ciò è evidentemente veniale), ora abbiamo anche i blogger che salgono in cattedra. Una cattedra piuttosto affollata, a dire il vero. Poco da aggiungere rispetto a quanto già fatto da Lakeside Capital, che è economista, quindi dovrebbe essere privato dei diritti civili e politici, secondo alcuni piccoli replicanti-politicanti della blogosfera di centrodestra. Quello che è piuttosto buffo è che sia possibile criticare una scienza sociale per il fatto che, nello spazio di alcuni mesi, abbiamo avuto una repentina inversione delle dinamiche macro globali.

Ricordate la leggenda (ma non troppo) dei cinesi residenti in Italia, che risulterebbero quasi immortali, visto il basso numero di decessi segnalati? Un fenomeno del genere interessa anche gli italiani, almeno incrociando i dati di attività delle imprese di pompe funebri con i registri dei decessi.

“A Nord un defunto su due non si avvale dei servizi di tumulazione, in pratica si autotumula da solo. Al Sud la situazione peggiora perché a non avvalersi dei servizi funebri sarebbero due morti su tre”

Questo almeno quanto risulta dai dati fiscali riferiti da Maurizio Leo, Presidente della Commissione parlamentare per l’Anagrafe Tributaria.

di Mario Seminerio – © LiberoMercato

Da quando il piano Paulson è diventato legge, lo scorso 3 ottobre, il rischio sovrano degli Stati Uniti, così come misurato dai credit default swaps, è cresciuto  di quasi il 40 per cento, pur partendo da livelli pressoché trascurabili, e si trova ora allo stesso livello in cui si trovavano quelli messicano e thailandese nell’estate 2007, all’inizio della crisi dei mutui subprime. La scorsa settimana, due aste di titoli governativi (il decennale tedesco ed il trentennale americano) sono andate piuttosto male, in termini di rapporto tra domanda e offerta, e dispersione dei rendimenti richiesti dagli investitori. Inoltre, all’ultima asta del decennale statunitense i cosiddetti indirect bidders – una classe di investitori che include le banche centrali – hanno sottoscritto solo il 18 per cento dell’emissione, contro il 43 per cento dell’asta precedente.