Il Consiglio europeo, nella sessione che ha, tra l’altro, approvato la proposta di riforma del Patto di Stabilità e Crescita, ha deciso di accantonare (pardon, di “riscrivere”) il progetto di direttiva sulla prestazione di servizi, che porta il nome del commissario olandese al Mercato Interno nella Commissione Prodi (segnatevi questo nome, lo sentirete ancora…). Il progetto di direttiva Bolkestein aveva come obiettivo il completamento del mercato interno, attraverso la rimozione dei vincoli alla competitività nella prestazione di servizi. Il punto più controverso di tale progetto di direttiva è quello relativo al paese d’origine, in base al quale la prestazione del servizio sarebbe stata regolata non dalle norme del Paese nel quale si realizza, ma da quelle del Paese di provenienza dell’impresa erogatrice. Malgrado si ritenga che salari e condizioni di lavoro debbano essere quelli del paese in cui tali servizi vengono forniti, da più parti si sono levate grida d’allarme sul rischio di “dumping sociale” cioè, ad esempio, che un’impresa polacca fornisca in Germania prestazioni di servizi dopo aver ottenuto l’autorizzazione unicamente nel proprio paese d’origine. Il timore è quindi quello di un livellamento verso il basso degli standard di protezione e tutela sociale. Come spesso accade, l’immanente declino in cui stanno sprofondando paesi come la Francia, che pure restano pateticamente convinti di poter ancora guidare non solo l’evoluzione dell’Unione Europea, ma anche i destini del mondo, ha prodotto una reazione “conservatrice”, in ciò aiutata dalla trascurabile contingenza del referendum transalpino sulla ratifica del Trattato Costituzionale europeo.

Scrive Charles Krauthammer, in un editoriale sul Washington Post:

“(…) Quando un editoriale di Le Monde, intitolato “Primavera Araba” riconosce “i meriti di George W.Bush”, quando il titolo principale dell’Independent di Londra è “Bush aveva ragione dopo tutto”?, e quando un editoriale su Der Spiegel si chiede “George W.Bush potrebbe aver ragione”?, allora tu senti che qualcosa di radicale è accaduto.

Non è solo una breccia nelle trincee dello snobismo europeo. L’Iraq e, in senso lato, la dottrina Bush, sono sempre state più di una semplice materia intellettuale. Il paternalismo e la visione quasi colonialista della sinistra verso i barbari arabi non è solo analiticamente sbagliata. E’ anche una bancarotta morale.

Dopo tutto, andando a ritroso almeno fino alla Guerra Civile spagnola, la sinistra si è sempre orgogliosamente considerata il grande campione internazionale di libertà e diritti umani. Eppure, quando l’America propose di rimuovere l’uomo responsabile di aver torturato, gassato e ucciso decine di migliaia di iracheni, la sinistra si è improvvisamente trasformata nel campione dell’inviolabile sovranità westfaliana.

America, 1940. Charles A. Lindbergh, eroe della trasvolata sull’Atlantico, fervido antisemita e filonazista, diventa presidente sconfiggendo Franklin D. Roosevelt. Da quel momento gli Stati Uniti smettono di appoggiare gli inglesi e i francesi contro le potenze dell’Asse, e dietro un’apparente neutralità stringono patti con la Germania di Hitler. Una famiglia ebraica di Newark, la famiglia Roth, scopre di non essere abbastanza americana per i gusti del nuovo presidente e inizia a temere che anche il proprio paese possa trasformarsi in un regno del terrore. Tra controstoria e autobiografia, il ritratto dell’America in forma di incubo.

Scrive David Frum, in un articolo per il giornale canadese National Post:

Sembra che la ragione per cui l’auto di Calipari sia stata fatta oggetto di colpi d’arma da fuoco sia stata il fatto che le autorità italiane non avevano informato quelle statunitensi della missione di Calipari. E la ragione di questa strana omissione è stata che la missione di Calipari implicava il pagamento di un riscatto per la giornalista rapita.

Gli Italiani sanno che le autorità statunitensi si oppongono fieramente al pagamento di riscatti, e così pensavano che la cosa migliore da fare fosse tenere le cose tranquille fin quando Sgrena e Calipari si fossero messi in salvo fuori dall’Iraq.

Queste azioni italiane hanno messo in pericolo le vite di Sgrena e Calipari. Esse hanno anche messo in pericolo le vite di migliaia di altri civili occidentali in Iraq. Pagare riscatti incoraggia nuovi rapimenti- e l’Italia sta prendendo la brutta abitudine di consentire il pagamento di riscatti. Quasi fosse colpevolmente consapevole di quanto sbagliata sia questa pratica, il Primo Ministro italiano, Silvio Berlusconi, ha egli stesso fornito i fondi, utilizzando il suo immenso patrimonio, per liberare le due cooperanti rapite nel 2004. Questa volta, i soldi sembrano essere venuti da fondi pubblici.

Le motivazioni dell’Italia sono comprensibili: la guerra non è popolare in Italia, che ha circa 3000 soldati in quel paese. E un prolungato dramma degli ostaggi indebolisce ancora di più il consenso alla guerra. Il governo Berlusconi è naturalmente tentato di fare tutto ciò che è in suo potere per portare il dramma alla conclusione più rapida e positiva possibile.

Gli Stati Uniti richiamano il proprio ambasciatore in Siria per “consultazioni urgenti”. Il portavoce del dipartimento di Stato, Richard Boucher, ha dichiarato: “Siamo molto cauti riguardo chi possa aver commesso questo assassinio, ma sappiamo quali effetti ha la presenza siriana in Libano. E sappiamo che essa non porta sicurezza ai libanesi”.

La Siria mantiene un contingente di 16.000 soldati sul suolo libanese, contravvenendo alla risoluzione 1559 del Consiglio di Sicurezza dell’Onu (lo segnaliamo a futura memoria del professor Prodi e della sua allegra brigata di pacifondai unilateralisti…), che ne chiede il ritiro.

Dopo essersi di fatto annesso il Libano, al termine di una guerra civile durata 15 anni, e con la rassegnata accettazione delle cancellerie occidentali (segnatamente della Francia, che storicamente ha esercitato il proprio protettorato su Siria e Libano), e con l’adesione entusiastica del Vaticano, desideroso di tutelare la comunità cristiana maronita anche a costo di ridurla al ruolo di dhimmi, la Siria di fatto controlla in Libano il movimento terroristico Hezbollah, di concerto con il regime teocratico iraniano, oltre a rappresentare da sempre un porto sicuro per i terroristi mediorientali e gli insorti iracheni. Rafik Hariri, ex primo ministro assassinato ieri, amico e sostenitore dell’attuale presidente palestinese, Mahmoud Abbas, si era dimesso lo scorso autunno, quando fu approvata una modifica costituzionale “suggerita” da Damasco per prolungare il mandato del presidente libanese, aveva assunto posizioni sempre più critiche nei confronti dell’occupazione siriana.