A beneficio di Ezio Mauro e di tutti i republicones dotati di scarso discernimento ed assai minore onestà intellettuale, che continuano a vedere neocon ad ogni angolo (rigorosamente oscuro) di strada, ecco un bell’articolo su Ann Coulter scritto da Alessandro Tapparini su Notizie Radicali. Speriamo possa essere utile nella titanica opera tassonomica intrapresa dalla nostra brillante intellighenzia progressista per meglio individuare e demonizzare il nuovo nemico.

PERCHE’ NON C’E’ UNA ANN COULTER DI SINISTRA?

di Alessandro Tapparini

“Simbolo Sexy dei neo-con”: così lunedì 18 aprile La Repubblica, con un articolo di Arturo Zampaglione, etichettava l’opinionista americana Ann Coulter nel dar conto della copertina, a lei dedicata, dell’ultimo numero di TIME.

A Repubblica non sono nuovi a codesti svarioni: già nel luglio 2003 in un articolo di Federico Rampini sulla Coulter la stessa veniva ripetutamente etichettata come “neocon”.

E invece, la bionda polemista del Connecticut è ed è sempre stata, più semplicemente, una classica, becera conservatrice: nulla a che vedere, quindi, con i famigerati neo-con (che per definizione sono quella anomala destra venuta da sinistra portandosi dietro una parte rilevante del bagaglio culturale radical). Per rendersene conto basterebbe considerare i giudizi (“volgare demagogo”, “fenomeno disgustoso”) che Irving Kristol, supremo maitre-à-penser neo-con, scrisse a suo tempo su quel mitico senatore McCarthy che la Coulter è invece da anni impegnata a riabilitare.

Dopo anni di paziente ed infruttuosa attesa, il G7 rompe gli indugi e manda un duro avvertimento alla Cina: rivalutare lo yuan o subire le conseguenze dell’inazione, che saranno inevitabilmente rappresentate da misure protezionistiche come quelle che il Senato americano sta studiando: una tariffa del 28 per cento sull’import cinese. Il cambio dello yuan, da anni fisso a 8.3 contro dollaro, appare ormai insostenibile alla luce dei fondamentali macroeconomici dell’economia cinese, che cresce del 9.5 per cento reale annuo, e gestisce enormi surplus commerciali causati anche dal peg sul dollaro. Il ministro delle finanze canadese ha affermato che i cinesi dovrebbero rendersi conto che “sta arrivando un treno merci”, riferendosi alle crescenti pressioni per reintrodurre dazi e quote all’import cinese. Il governo di Pechino prosegue tetragono nella difesa dello status quo, non ritenendo maturi i tempi per una rivalutazione. Resta il problema, molto grave, della possibile messa in discussione degli accordi che hanno portato la Cina nella WTO, l’Organizzazione Mondiale del Commercio, ingresso che all’epoca venne visto come un tentativo d’imbrigliare la potenza economica cinese e di ridurre i danni causati, tra l’altro, dalla diffusa contraffazione dei marchi attuata dai cinesi, una piaga troppo spesso sottovalutata dagli analisti dell’economia internazionale e dalle sacerdotesse no-global alla Naomi Klein, per le quali esistono solo multinazionali statunitensi che forniscono la prova dell’operare del Maligno nelle terrene vicende. Per molti aspetti, il tentativo di addomesticare il dragone cinese attraverso l’ingresso nella WTO sarebbe riuscito se il cambio dello yuan fosse stato lasciato libero di riflettere, anche solo in parte, i fondamentali macroeconomici.

Tony Blair ha chiesto alla Regina di sciogliere il parlamento britannico ed ha ottenuto la convocazione delle elezioni politiche generali per il 5 maggio. Una prima constatazione: in un paese di lunghissima tradizione democratica, quale è il Regno Unito, il primo ministro “manda a casa” il parlamento. In Italia, la sola idea di questa eventualità, inserita in una riforma costituzionale, fa gridare al golpe, ed invocare le “specificità” culturali italiane.
Ad oggi, secondo gli ultimi sondaggi, il Labour risulterebbe in vantaggio sui Conservatori per soli 3 punti percentuali (37 per cento contro 34 per cento, con i Liberaldemocratici buoni terzi al 21 per cento), margine in apparente, costante erosione, e statisticamente molto dubbio, potendo anche occultare una sostanziale parità.
Quali sono i motivi della scelta di Blair, e quali sono i rischi che egli corre?

E così, sembra proprio che la via per rilanciare l’agonizzante export europeo sia quella della vendita di armi a regimi autoritari. Dopo la vicenda della eliminazione dell’embargo sulla vendita di sistemi d’arma evoluti alla Cina, che verosimilmente ambirebbe ad utilizzare tali sistemi per ricondurre all’ovile la pecorella smarrita Taiwan, ecco un’altra geniale trovata, ideata dalla fertile mente del Progressista più trendy del momento: José Luis Rodriguez Zapatero.

Il Consiglio europeo, nella sessione che ha, tra l’altro, approvato la proposta di riforma del Patto di Stabilità e Crescita, ha deciso di accantonare (pardon, di “riscrivere”) il progetto di direttiva sulla prestazione di servizi, che porta il nome del commissario olandese al Mercato Interno nella Commissione Prodi (segnatevi questo nome, lo sentirete ancora…). Il progetto di direttiva Bolkestein aveva come obiettivo il completamento del mercato interno, attraverso la rimozione dei vincoli alla competitività nella prestazione di servizi. Il punto più controverso di tale progetto di direttiva è quello relativo al paese d’origine, in base al quale la prestazione del servizio sarebbe stata regolata non dalle norme del Paese nel quale si realizza, ma da quelle del Paese di provenienza dell’impresa erogatrice. Malgrado si ritenga che salari e condizioni di lavoro debbano essere quelli del paese in cui tali servizi vengono forniti, da più parti si sono levate grida d’allarme sul rischio di “dumping sociale” cioè, ad esempio, che un’impresa polacca fornisca in Germania prestazioni di servizi dopo aver ottenuto l’autorizzazione unicamente nel proprio paese d’origine. Il timore è quindi quello di un livellamento verso il basso degli standard di protezione e tutela sociale. Come spesso accade, l’immanente declino in cui stanno sprofondando paesi come la Francia, che pure restano pateticamente convinti di poter ancora guidare non solo l’evoluzione dell’Unione Europea, ma anche i destini del mondo, ha prodotto una reazione “conservatrice”, in ciò aiutata dalla trascurabile contingenza del referendum transalpino sulla ratifica del Trattato Costituzionale europeo.

Scrive Charles Krauthammer, in un editoriale sul Washington Post:

“(…) Quando un editoriale di Le Monde, intitolato “Primavera Araba” riconosce “i meriti di George W.Bush”, quando il titolo principale dell’Independent di Londra è “Bush aveva ragione dopo tutto”?, e quando un editoriale su Der Spiegel si chiede “George W.Bush potrebbe aver ragione”?, allora tu senti che qualcosa di radicale è accaduto.

Non è solo una breccia nelle trincee dello snobismo europeo. L’Iraq e, in senso lato, la dottrina Bush, sono sempre state più di una semplice materia intellettuale. Il paternalismo e la visione quasi colonialista della sinistra verso i barbari arabi non è solo analiticamente sbagliata. E’ anche una bancarotta morale.

Dopo tutto, andando a ritroso almeno fino alla Guerra Civile spagnola, la sinistra si è sempre orgogliosamente considerata il grande campione internazionale di libertà e diritti umani. Eppure, quando l’America propose di rimuovere l’uomo responsabile di aver torturato, gassato e ucciso decine di migliaia di iracheni, la sinistra si è improvvisamente trasformata nel campione dell’inviolabile sovranità westfaliana.

America, 1940. Charles A. Lindbergh, eroe della trasvolata sull’Atlantico, fervido antisemita e filonazista, diventa presidente sconfiggendo Franklin D. Roosevelt. Da quel momento gli Stati Uniti smettono di appoggiare gli inglesi e i francesi contro le potenze dell’Asse, e dietro un’apparente neutralità stringono patti con la Germania di Hitler. Una famiglia ebraica di Newark, la famiglia Roth, scopre di non essere abbastanza americana per i gusti del nuovo presidente e inizia a temere che anche il proprio paese possa trasformarsi in un regno del terrore. Tra controstoria e autobiografia, il ritratto dell’America in forma di incubo.