di Mario Seminerio – © Libero Mercato

Auspicando la rapida approvazione del piano Paulson-Bernanke, che prevede il riacquisto di cartolarizzazioni per l’importo di 700 miliardi di dollari, George W.Bush ha enfatizzato che l’operazione permetterà di rimuovere la principale causa della stretta creditizia in corso, consentendo al paese di ripartire ed evitando “una profonda e dolorosa recessione”. Si tratta, a nostro giudizio, di una verità “politica” nel senso che l’approvazione del Troubled Assets Relief Plan servirà in realtà solo ad evitare (forse) guai peggiori al sistema finanziario statunitense, ma per la crescita occorrerà attendere, forse piuttosto a lungo. Vediamo perché.

Negli Stati Uniti, le vendite di case nuove sono diminuite in agosto al minimo da 17 anni. Il calo è dell’11,5 per cento, al livello annualizzato di 460.000 unità, minimo da febbraio 1991. Le stime di consenso ipotizzavano un livello di 510.000 unità annualizzate. Il prezzo mediano di una casa nuova è diminuito del 6,2 per cento su base annuale, a 221.900 dollari, nuovo minimo da settembre 2004. Le vendite di case nuove sono in calo del 35 per cento su agosto 2007. Pur avendo tagliato i livelli di attività, i costruttori non sono riusciti a tenere il passo con la flessione delle vendite: il numero di abitazioni in vendita è sceso a 408.000 unità annualizzate, nuovo minimo quadriennale ed in calo del 4,4 per cento dal mese precedente. Ciò malgrado, l’offerta di case al passo attuale delle vendite è salita a 10,9 mesi, da 10,3.

Anche se rappresentano solo il 10 per cento del mercato immobiliare, le vendite di case nuove sono considerate un indicatore anticipatore delle tendenze del mercato immobiliare, perché i dati vengono acquisiti al momento della firma del contratto, a differenza del dato sulle vendite di case esistenti, che riflette il perfezionamento di contratti siglati alcune settimane o mesi prima. A livello geografico, le vendite mostrano segni di stabilizzazione nel Midwest, mentre restano in calo accentuato nel West.

Nei giorni scorsi, Fabrizio Galimberti ha cercato di rispondere ai “dieci perché dello scossone sui mercati finanziari“. L’impronta è caratteristicamente galimbertiana: l’ottimismo è il profumo della vita. Ma alcune sue risposte non ci convincono appieno. E’ condivisibile l’interpretazione della crisi come frutto di insufficiente regolazione, anche in termini di frammentazione delle competenze tra enti ed agenzie, a livello federale e statale. E’ meno convincente l’ottimismo sulla quantificazione delle perdite delle cartolarizzazioni. E’ vero che attualmente si otterrebbero solo quotazioni a fire-sale, che per definizione sono sacrificate, ma occorre anche considerare che la crisi immobiliare appare lungi dall’aver completato la propria traiettoria.