di Mario Seminerio – © Libero Mercato

Il prossimo anno, quando inizieranno a scrivere le nuove regole per le istituzioni finanziarie statunitensi, i regolatori federali non potranno esimersi dal richiedere profondi cambiamenti al modo in cui investment bankers e traders vengono retribuiti, pena il fallimento di qualsiasi riforma. Per anni, infatti, sono stati pagati bonus su guadagni pressoché indipendenti dai rischi a cui l’istituzione finanziaria veniva esposta, malgrado i pubblici proclami del contrario. E’ ormai evidente che la distorsione della struttura di incentivi rappresenta una causa determinante dell’attuale crisi finanziaria. Al termine dello scorso anno, malgrado l’evidenza di enormi perdite, le banche d’investimento hanno continuato a pagare bonus rivolti al passato e comparabili al monte-bonus corrisposto a fine 2006, quando i profitti erano molto più elevati ed il futuro appariva ben più roseo.

Si è concluso a Nizza il vertice informale dei ministri dell’Economia e delle Finanze dell’Unione Europea. Nel comunicato finale si constata che la crescita è più debole del previsto, per effetto di un triplice shock: da inflazione, cambio e per l’impatto della crisi finanziaria. Auspicato, come sempre, il coordinamento europeo nella risposta a tali shock esterni, due dei quali (quello legato al cambio euro-dollaro e quello dei prezzi del petrolio) sembrano in ridimensionamento. Una tendenza che, se confermata anche nei prossimi mesi, potrà contribuire a stabilizzare il quadro macroeconomico e rilanciare la crescita, come suggerito tra mille doverose cautele anche dal governatore di Bankitalia, Mario Draghi.

Alex Tabarrok compie alcune riflessioni che di fatto sposano la tesi obamiana del change e di un’Amministrazione McCain come more of the same. Argomentazioni che possono essere quelle di un “purista” del libertarismo, nostalgico di un’Età dell’Oro che mai è esistita né esisterà. Ma è innegabile che gli otto anni di George W.Bush hanno visto una rilevante crescita nelle dimensioni del governo, a causa dell’eccezionale sforzo bellico ma anche della forte espansione del Medicare e del conto presentato ai contribuenti da una finanza oligarchica e incline al moral hazard, per anni vezzeggiata da Washington dietro laute contropartite, peraltro bipartisan. Elettori del GOP come Tabarrok dovranno quindi preliminarmente decidere sulla veridicità delle promesse elettorali di John McCain, che si presenta come l’unico vero change, pur avendo un record di votazioni indistinguibile dalla posizione della Casa Bianca, nell’ultimo biennio.

Ironie del Wall Street Journal sull’ennesimo fine-tuning di politica fiscale di Barack Obama. Che durante le primarie aveva ipotizzato di eliminare immediatamente i tagli d’imposta di Bush, alzare la soglia di reddito sulla quale vengono applicati i contributi sociali, aumentare l’aliquota marginale dell’imposta sui redditi al 39,8 per cento e la cedolare secca sui dividendi dal 15 al 25 per cento. La linea ufficiale della campagna di Obama era quella, molto bill-clintoniana, che sostiene che le tasse non incidono realmente sul livello di attività economica.

di Mario Seminerio – © Libero Mercato

Il dato di venerdì scorso sul mercato del lavoro statunitense, con la perdita di ulteriori 84.000 posti di lavoro ed un tasso di disoccupazione balzato al 6,1 per cento, nuovo massimo da settembre 2003, dovrebbe aver messo definitivamente la parola fine alle congetture sull’esistenza di una recessione americana, volgendole in realtà. Ad oggi, si tratterebbe di una recessione “shallow”, cioè superficiale e tutto sommato poco dolorosa, ma il vero problema è che nulla ci garantisce che non si tratti invece dell’avvio di un processo recessivo che si starebbe approfondendo. Vediamo alcuni dati.