Scrive David Frum, in un articolo per il giornale canadese National Post:

Sembra che la ragione per cui l’auto di Calipari sia stata fatta oggetto di colpi d’arma da fuoco sia stata il fatto che le autorità italiane non avevano informato quelle statunitensi della missione di Calipari. E la ragione di questa strana omissione è stata che la missione di Calipari implicava il pagamento di un riscatto per la giornalista rapita.

Gli Italiani sanno che le autorità statunitensi si oppongono fieramente al pagamento di riscatti, e così pensavano che la cosa migliore da fare fosse tenere le cose tranquille fin quando Sgrena e Calipari si fossero messi in salvo fuori dall’Iraq.

Queste azioni italiane hanno messo in pericolo le vite di Sgrena e Calipari. Esse hanno anche messo in pericolo le vite di migliaia di altri civili occidentali in Iraq. Pagare riscatti incoraggia nuovi rapimenti- e l’Italia sta prendendo la brutta abitudine di consentire il pagamento di riscatti. Quasi fosse colpevolmente consapevole di quanto sbagliata sia questa pratica, il Primo Ministro italiano, Silvio Berlusconi, ha egli stesso fornito i fondi, utilizzando il suo immenso patrimonio, per liberare le due cooperanti rapite nel 2004. Questa volta, i soldi sembrano essere venuti da fondi pubblici.

Le motivazioni dell’Italia sono comprensibili: la guerra non è popolare in Italia, che ha circa 3000 soldati in quel paese. E un prolungato dramma degli ostaggi indebolisce ancora di più il consenso alla guerra. Il governo Berlusconi è naturalmente tentato di fare tutto ciò che è in suo potere per portare il dramma alla conclusione più rapida e positiva possibile.

Gli Stati Uniti richiamano il proprio ambasciatore in Siria per “consultazioni urgenti”. Il portavoce del dipartimento di Stato, Richard Boucher, ha dichiarato: “Siamo molto cauti riguardo chi possa aver commesso questo assassinio, ma sappiamo quali effetti ha la presenza siriana in Libano. E sappiamo che essa non porta sicurezza ai libanesi”.

La Siria mantiene un contingente di 16.000 soldati sul suolo libanese, contravvenendo alla risoluzione 1559 del Consiglio di Sicurezza dell’Onu (lo segnaliamo a futura memoria del professor Prodi e della sua allegra brigata di pacifondai unilateralisti…), che ne chiede il ritiro.

Dopo essersi di fatto annesso il Libano, al termine di una guerra civile durata 15 anni, e con la rassegnata accettazione delle cancellerie occidentali (segnatamente della Francia, che storicamente ha esercitato il proprio protettorato su Siria e Libano), e con l’adesione entusiastica del Vaticano, desideroso di tutelare la comunità cristiana maronita anche a costo di ridurla al ruolo di dhimmi, la Siria di fatto controlla in Libano il movimento terroristico Hezbollah, di concerto con il regime teocratico iraniano, oltre a rappresentare da sempre un porto sicuro per i terroristi mediorientali e gli insorti iracheni. Rafik Hariri, ex primo ministro assassinato ieri, amico e sostenitore dell’attuale presidente palestinese, Mahmoud Abbas, si era dimesso lo scorso autunno, quando fu approvata una modifica costituzionale “suggerita” da Damasco per prolungare il mandato del presidente libanese, aveva assunto posizioni sempre più critiche nei confronti dell’occupazione siriana.

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